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Lateranense, quando il cinema dialoga con la fede

Ha usato la parola «prossimità» il presidente del Pontificio Consiglio della cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi, per spiegare come le immagini del cinema avvicinino all’«altro», trasmettendo «in maniera evidente e immediata un messaggio di interculturalità». Lo ho fatto ieri mattina intervenendo alla seconda giornata del convegno internazionale «Film and Faith» organizzato alla Pontificia Università Lateranense

Organizzata dalla Fondazione ente dello spettacolo, l’iniziativa, strutturata in due giornate, ha dato il via ufficialmente alla XVª edizione del «Tertio Millennio Film Fest» che quest’anno ha come titolo «Amore, morte, miracoli. Per una fenomenologia della società contemporanea». Tra i cineasti presenti, il regista russo Pavel Longine e il macedone Milcho Manchevski, «maestri che con le loro opere – ha chiarito il presidente dell’Ente dello spettacolo Dario Edoardo Viganò – hanno rappresentato uno spaccato dell’arte cinematografica in dialogo con la fede». La prima giornata del convegno è stata introdotta dai saluti del rettore della Lateranense, il vescovo Enrico dal Covolo che ha chiarito come «nella lunga sequela di opere che costituiscono la storia del cinema è consueto trovare tracce, immagini, segni, passaggi narrativi legati all’esperienza della fede». Gli ha fatto eco il segretario del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, monsignor Paul Tighe, che ha precisato come l’incontro «non vuole necessariamente guardare solo ai film legati alla fede o alla religione» ma stimolare «le domande più profonde della vita e capire se è possibile usare il cinema come uno strumento per mettere in dialogo i rimandi della fede espresse da certe opere, con i principi inconfutabili del cristianesimo». Sulla «dimensione etica» del cinema è intervenuto monsignor Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali che ha chiarito come «il cinema e la narrazione in generale, hanno due funzioni fondamentali: la capacità di offrire una sorta di laboratorio etico, per coltivare ed esercitare la capacità di discernimento, e la capacità di costituire un medium, una soglia per affacciarsi su una dimensione altra rispetto a quella che viene raccontata. Pertanto il racconto rappresenta un "laboratorio", una "palestra etica" che, in forma finzionale, ci aiuta ad affrontare le questioni estremamente reali della nostra esistenza». Il cinema rappresenta un modo «per dare un senso alla vita dell’uomo e per comunicare una spiritualità che si può definire universale». Lo ha affermato, a margine della prima giornata, il presidente del Pontificio consiglio della comunicazione, l’arcivescovo Claudio Celli secondo il quale ogni artista «suggerisce una vibrazione perché lo spettatore la individui da solo e sia in grado di riscoprire ogni giorno la bellezza del creato e l’Amore cui tutti noi aspiriamo».

 

Massimiliano Padula

 

© Avvenire, 3 dicembre 2011

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