Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

IN AGENDA

L'unico antidoto

Forse bisogna aver subìto la più inumana delle ingiustizie, per riuscire a perdonare chi ce l’ha inferta. Forse è necessario prima sprofondare nella disperazione del male ricevuto, un male assurdo perché inutile, banale, senza ragione, eppure anche senza ritorno, per riuscire a desiderare l’unico antidoto alla morte interiore: la riconciliazione con il carnefice

Deve essere così, perché la parola più difficile da pronunciare per tutti noi nelle piccole guerricciole quotidiane – perdono – sgorga invece irrefrenabile dalle labbra e dal cuore di chi più di tutti avrebbe "diritto" alla vendetta. «Bisogna mettere da parte l’odio, la vita merita rispetto», ha detto ieri Carolina, poche ore dopo che il suo Lorenzo, diciotto anni appena, era morto sgozzato da un coccio di bottiglia trasformatosi in arma micidiale nelle mani di un ragazzo ancora più giovane di lui.

Quando a trionfare è l’irreparabile, si vorrebbe poter riavvolgere il nastro, far sì che in quel pomeriggio assolato, pigro come quei ragazzi con troppo tempo e pochi interessi per dargli un senso, anche una piccola cosa fosse andata diversamente. Sarebbe bastato che Lorenzo avesse girato al largo da quel gruppo di "amici", che fosse rimasto a casa un’ora di più. Si vorrebbe, ma non si può, il tempo scorre soltanto in una direzione e indietro non si torna. E allora resta, di solito, l’istinto di rivalersi contro chi quel tempo lo ha fermato, anche se è poco più di un bambino, ma un bambino a sua volta pigro e sbandato, capace di bere birra alle tre del pomeriggio e poi, per un nonnulla, diventare assassino.

Chi potrebbe biasimare quella madre, se la vedessimo gridare la sua rabbia e pretendere che ora i conti tornino, che quell’altro figlio, nato da un’altra donna, paghi sulla sua pelle la spietatezza con cui le ha strappato la carne da lei venuta al mondo? Saremmo dalla sua parte se chiedesse giustizia. Non oseremmo giudicarla se volesse vendetta. Ma lei ci spiazza, e spiazza quei cronisti, i soliti, che le domandano se perdona: «Non ho bisogno di perdonare chi ha ucciso mio figlio – spiega loro, facendo tornare i conti secondo tutt’altra logica – perché nemmeno per un attimo ho pensato di odiarlo». È straziata, piegata da un dolore che lei stessa non sa spiegare come mai non l’abbia uccisa. «Forse non mi sono ancora resa conto di quello che è successo», avverte, ma intanto si aggrappa alla fede, «la sola che mi dà la forza per essere serena».

In un mondo senza logica, che pare impazzito, l’unico modo per far tornare i conti, sembra dirci, è provare ad azzerare l’abisso di male ricevuto, annientarlo con un abisso di bene uguale e contrario: pace, chiede la vittima al carnefice, e non viceversa.
Solo così il mondo ne esce risarcito. «Mi dispiace per quel ragazzo», dice in lacrime del giovane assassino. Non per buonismo ma perché il vero morto è lui, se nell’età delle speranze si è già ridotto all’ombra di se stesso. «E per i suoi genitori» aggiunge, per "l’altra" madre, che suo figlio l’ha perso nel peggiore dei modi, e che oggi si aggrappa a quella stessa parola – perdono – supplicandolo in ginocchio.

Si parlerà ancora a lungo di quanto accaduto, non tanto del delitto (al male siamo più avvezzi), quanto di un perdono all’apparenza "inconcepibile". Si cercherà di trovargli spiegazioni, di inquadrarlo in un’ottica razionale, perfino di "giustificarlo" per renderlo comprensibile. Ma il perdono del carnefice è un bisogno che nessuna logica umana può spiegare se non nella "follia" cristiana della Croce: nel sentirsi risarciti solo se il peccato muore ma il peccatore si converte e vive. Nel trovar pace soltanto quando il nemico si lascia amare.

Lucia Bellaspiga
© Avvenire, 12 agosto 2011
Prossimi eventi