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Ma chi è l'adulto?

Sintesi della prima giornata del Convegno dei Direttori di Pastorale Sociale e del Lavoro in corso a Bari presso l'hotel Parco dei Principi. Giovedì 25 ottobre 2012

 Gli adulti devono essere educatori, ma a loro volta non possono mai considerarsi “arrivati” nel cammino educativo. Questo il senso del convegno “Educare gli adulti alla fede… per la famiglia, il lavoro e la festa”, organizzato a Bari, da oggi a domenica 28, dall’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro e rivolto ai direttori degli Uffici diocesani di pastorale sociale. Come ha ricordato in apertura il direttore dell’Ufficio Cei, mons. Angelo Casile, è importante vivere “l’Anno della fede come occasione per annunciare il Vangelo, per vivere in profondità il nostro personale rapporto con Gesù Eucaristia”, ma anche per offrire “un’esemplare testimonianza di vita, radicata in Cristo e vissuta nelle realtà temporali: famiglia; impegno professionale nell’ambito del lavoro, della cultura, della scienza e della ricerca; esercizio delle responsabilità sociali, economiche, politiche”. 

Un equilibrio dinamico. Il completo “raggiungimento della maturità” non è “uno status raggiunto una volta per tutte, ma un equilibrio dinamico”, ha esordito il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata: per questo ha senso parlare di “educazione degli adulti”. Ma cosa significa diventare adulti? “Superare l’attenzione narcisistica e la concentrazione su di sé per imparare ad aprirsi al tutto”. L’uomo di oggi appare invece condannato “all’autoreferenzialità e all’incapacità di farsi carico della vita, degli altri e perfino di se stesso”. Riconoscendo questo, ha ricordato il segretario generale della Cei, si comprende “la ragione e insieme il valore della scelta compiuta dai vescovi italiani negli Orientamenti pastorali del decennio di mettere al primo posto gli adulti come destinatari di una proposta educativa, prima di guardare a loro come educatori e prima di portare l’attenzione su ragazzi e giovani in quanto destinatari propri della dedizione educativa degli adulti anche in prospettiva cristiana”. Quale, quindi, il compito della Chiesa? Mons. Crociata ha ricordato che lo stesso annuncio cristiano “è rivolto ad adulti invitati a convertirsi”, precisando che “solo se ci sono adulti convertiti, credenti, ha senso battezzare i bambini” e “l’educazione alla fede ha senso solo come atto ecclesiale”. 

Educazione ed evangelizzazione. L’arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Francesco Cacucci, attraverso lo slogan “evangelizzare educando, educare evangelizzando” ha spiegato come “l’evangelizzazione educhi, nel senso che indica finalità antropologiche al processo formativo”, mentre “l’educazione evangelizza, nel senso che l’impianto educativo permette l’apertura al Vangelo” e, quindi, “la formazione va compresa dentro l’intera questione antropologica, tenendo conto anche del contesto socio-culturale”. Parlando del rapporto tra evangelizzazione e famiglia, lavoro, festa e la loro mediazione educativa, come è emerso anche nel Congresso eucaristico nazionale che si tenne proprio a Bari nel 2005, l’arcivescovo ha richiamato l’importanza di “riscoprire e difendere il significato religioso e insieme antropologico, culturale e sociale della domenica, giorno del Signore, della Chiesa, dell’uomo”. “Oggi - ha rilevato - rischia di smarrirsi il senso profondo della festa. Quanto più prolifica diventa l’industria del divertimento, tanto più oggi l’uomo sembra non sapere più il ‘perché’ e il ‘per chi’ festeggiare”. 

Una grande opportunità. “Cosa stiamo facendo per i nostri ragazzi?”, ha provocato il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, dal momento che “il problema che caratterizzerà il nostro futuro non sarà la povertà, ma la depressione: di chi ha perso il lavoro, dei giovani che non hanno un futuro, ma anche di quel 44% di giovani stranieri che non finisce la scuola dell’obbligo”. Giovannini ha messo in guardia da una “capacità profetica appannata”, invitando a cogliere una “grande opportunità”, ossia “cambiare una società che si sta dimostrando non all’altezza delle speranze dell’uomo”. “Questo - ha rimarcato - è lo spirito con cui guardare alle cose senza paura, ma anche senza pensare che il mondo sia ancora come noi l’abbiamo conosciuto”. Il presidente dell’Istat ha quindi evidenziato la crisi della “famiglia tradizionale”, che in Italia “non è più il modello prevalente nemmeno nel Mezzogiorno”. Ancora, “quattro giovani, tra i 25 e i 34 anni, su dieci vivono in famiglia perché non hanno un lavoro e/o non possono mantenersi autonomamente”, e “non a caso si è dimezzata in vent’anni la quota di giovani che escono dalla famiglia per sposarsi”. Una riflessione, infine, sulla situazione femminile in Italia, dove “il 33,7% delle donne nel nostro Paese tra i 25 e i 54 anni non percepisce reddito a fronte del 19,8% della media Ue”.


a cura di Nike Giurlani e Francesco Rossi - inviati Sir a Bari


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