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Ma il riso è la lingua dell’anima

L’umorismo è un’arte che si può imparare, difficile, complessa, ricca di sfaccettature. Così per questa estate, per tutto il mese di agosto, abbiamo scelto di affrontare un viaggio, insieme agli scrittori, all’insegna del buonumore, alla scoperta di tanti modi per poter ridere o sorridere.

Oggi ce n’è proprio bisogno, visti i tempi che viviamo, considerate le ristrettezze che dobbiamo affrontare... Così un tuffo nell’allegria può essere salutare per capire, attraverso le molte storie che vi presenteremo giorno per giorno, quali sono le declinazioni e le sfumature di questa parola che negli ultimi anni ha visto una sua degenerazione volgare, soprattutto grazie ad una comicità di superficie, facile facile, che non lascia nulla come esperienza personale. Ha ragione Milan Kundera quando scrive che «l’umorismo può esistere solo là dove la gente distingue ancora il confine tra ciò che è importante e ciò che non lo è. E questo confine oggi non si distingue più».

L’umorismo è molto più raffinato, ha varie declinazioni ed è forse difficile definire con esattezza di che cosa si tratti visto che riflette diversità di cultura, di mentalità, di abitudini. Così questa serie di racconti che proporremo nelle prossime settimane ha l’obiettivo specifico di comporsi come un "viaggio", valutando con gli scrittori le possibilità che si hanno oggi di capire un altro "umorismo", diverso da quello proposto in televisione e al cinema, un "umorismo" che si declina nel comico, nell’ironico, nel buffo, nel sorriso, nel non-senso.

Non proporremo solo racconti, nel senso proprio della "fiction", cioè storie inventate, ma sarà un viaggio più ricco e articolato che comprende anche "ritratti" di grandi personaggi che hanno assunto un’immagine mitica per quanto riguarda la comicità e "percorsi" all’interno di culture diverse come arco temporale e come collocazione geografica.

Se Guido Clericetti e Cristiano Cavina ci raccontano il candore e l’ingenuità del sorridere, tra l’infinità bontà di Dio e il mondo dei chierichetti, altri scrittori come Guido Conti e Davide Rondoni hanno preferito la risata più aperta, mettendo in scena personaggi ingenui o sgangherati. Alessandro Zaccuri e Chiara Zocchi hanno reinventato in una chiave assai originale le figure dei giullari o dei clown. Giocano invece sugli equivoci, sul non-sense, su un umorismo sottile i racconti di Antonia Arslan, di Eraldo Affinati, di Giuseppe Lupo e di Vincenzo Pardini. Il poeta Maurizio Cucchi invece rende omaggio a quella «comicissima gita epica» rappresenta dal romanzo di Jerome K. Jerome Tre uomini in barca.

Un’ironia pungente e dissacrante è quella usata da Ferruccio Parazzoli, che ci racconta un’intervista per la televisione, nello stile di Evelyn Waugh; da Philippe Daverio che punta il dito sullo snobismo del mondo dell’arte; e da Raffaele Nigro che mette alla berlina il kitsch e gli eccessi dei matrimoni nel sud d’Italia.
Alcuni scrittori hanno preferito attingere alla propria memoria o all’esperienza maturata nel proprio lavoro: Giorgio Pressburger ci riporta nel clima cupo di una Budapest dopo la seconda guerra mondiale, raccontando l’irrompere in casa dei soldati dell’Armata Rossa e di un imprevisto fraintendimento; Paola Pitagora ci racconta di quanto sia difficile il comico nel mestiere dell’attore, mentre Elisabetta Rasy ricorda i cinema di ultima visione cui veniva mandata dai genitori a vedere le comiche di Gianni e Pinotto e di Stanlio e Ollio con un effetto inconsueto, non il divertimento, ma la paura.

Di comici d’altri tempi ci parlano anche Alessandro D’Avenia che rievoca il mitico "Sarchiapone" di Walter Chiari; Gennaro Matino che riflette sul rapporto tra Totò e la sua Napoli; Goffredo Fofi che allarga la visuale della tradizione napoletana, ricordando «la comicità antichissima e modernissima» di Beniamino Maggio e di Dolores Palumbo; Marco Missiroli in un inusuale ritratto di Charlie Chaplin. 

Infine, abbiamo una serie di percorsi sull’umorismo nelle varie culture, da Enzo Bianchi che ci porta nella tradizione dei Padri del deserto per raccontare «l’umorismo dei folli di Cristo» a Alberto F. Ambrosio che mette in luce la figura di Nasreddin Hoca e la sua importanza nella tradizione orientale. Franco Cardini ci spiega, testi della letteratura alla mano, come si rideva nel Medioevo, mentre Franco La Cecla, in un percorso tra le culture popolari europee, mostra come «anche il tragico può diventare riso».


Fulvio Panzeri
 
© Avvenire, 31 luglio 2012
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