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Madre Teresa sarà santa il 4 settembre

Il Papa ha tenuto il Concistoro per la canonizzazione di 4 beati. Con Teresa diventeranno santi anche Giuseppe Sanchez del Rio, Stanislao di Gesù Maria, Maria Elisabetta Hesselblad e infine Giuseppe Gabriele del Rosario Brochero, sacerdote diocesano argentino caro a Bergoglio

Madre Teresa di Calcutta sarà proclamata santa domenica 4 settembre. Nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, durante la celebrazione dell'Ora Terza, il Papa ha tenuto il Concistoro ordinario pubblico per la canonizzazione dei Beati.

Nel corso del Concistoro, il Papa ha decretato che gli altri Beati siano iscritti nell’Albo dei Santi nelle seguenti date: domenica 5 giugno 2016: Stanislao di Gesù Maria, al secolo Giovanni Papczynski, vissuto nel 1600, fondatore della Congregazione dei Chierici Mariani dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, e Maria Elisabetta Hesselblad, religiosa svedese, fondatrice della congregazione delle suore dell'Ordine del Santissimo Salvatore di Santa Brigida.

Domenica 16 ottobre 2016: il messicano Giuseppe Sanchez del Rio, laico, martire, vittima nel 1928 a soli 15 anni delle persecuzioni religiose e Giuseppe Gabriele del Rosario Brochero, sacerdote diocesano argentino più conosciuto come "Cura Brochero", figura particolarmente cara a Papa Francesco.
Nel messaggio per la beatificazione del settembre 2013, Papa Francesco lo definì "un pioniere nell'uscire verso le periferie geografiche ed esistenziali per portare a tutti l'amore, la misericordia di Dio". Nato nel 1840 nella zona di Cordoba, dedicò la sua vita a "uscire a cercare la gente", scrisse meno di tre anni fa il Pontefice; si spostava per chilometri sul dorso di una mula, attraversando zone disagiate, proprio per farsi vicino a tutti. Morì nel gennaio 1914 a Villa del Transito, che poco dopo fu ribattezzata Villa Cura Brochero.

© Avvenire, 15 marzo 2016

 

Canonizzazione

Madre Teresa santa, il via libera del Papa

L’ok del Papa è arrivato nel giorno del suo compleanno. Francesco ha ratificato questo pomeriggio, giovedì 17 dicembre, il riconoscimento del miracolo attribuito a Madre Teresa di Calcutta e ha disposto di promulgarne il decreto. Si chiude così l’iter del processo super miro per "l’apostola degli ultimi", che sarà canonizzata con ogni probabilità il 4 settembre, nell’Anno Santo della Misericordia. La data verrà resa pubblica nel prossimo Concistoro. Giusto tre giorni fa, il 15 dicembre, il caso di guarigione straordinaria è stato sottoposto alla valutazione ultima del congresso dei vescovi e cardinali riuniti in Congregazione, i quali dopo aver ascoltato l’esposizione di un "ponente" hanno espresso il loro giudizio pienamente positivo da sottoporre all’approvazione del Papa. È stato questo l’ultimo gradino della procedura di giudizio nella fase romana del processo sul miracolo, iniziato nel giugno di quest’anno nella diocesi di Santos in Brasile e che porterà la beata Madre Teresa agli onori degli altari della Chiesa universale.

La guarigione straordinaria, avvenuta il 9 dicembre del 2008, riguarda un uomo, oggi quarantaduenne, ridotto in fin di vita da «ascessi multipli cerebrali con idrocefalo ostruttivo» e già «sottoposto a trapianto renale e in terapia con immunosoppressori», come recita la diagnosi. Un caso clinico estremamente critico con una prognosi decisamente infausta quoad vitam, che a fronte di una terapia inefficace e senza intervento chirurgico si risolve repentinamente in modo completo e duraturo. All’esame collegiale della Consulta medica, il 10 settembre scorso, la risoluzione della malattia era stata dichiarata all’unanimità scientificamente inspiegabile con sette voti positivi su sette.

Unanime anche il successivo voto dei consultori teologi che, secondo la prassi, sono chiamati a esprimere e a redigere il proprio voto sulla perfetta connessione di causa ed effetto tra l’invocazione univoca alla beata Madre Teresa e l’improvvisa guarigione.

«Dite a Madre Teresa che lo curi». All’epoca dei fatti il sanato, ingegnere di professione, aveva 35 anni e si era da poco sposato. Aveva cominciato il suo calvario nei primi mesi del 2008. Alla fine dell’anno gli vennero diagnosticati otto ascessi al cervello. Le cure ospedaliere non sortirono alcun effetto e il quadro clinico precipitò ulteriormente a causa dell’insorgere dell’idrocefalìa. L’intervento avrebbe dovuto scongiurare la morte imminente. Il 9 dicembre, già in coma, il paziente entrò in sala operatoria. A causa di problemi tecnici l’intervento venne tuttavia rinviato. Fatto ritorno in sala operatoria, dopo solo una mezz’ora di assenza, il chirurgo trovò sorprendentemente il paziente seduto, sveglio, asintomatico, che, ritornato perfettamente cosciente, gli chiese: «Cosa ci sto a fare qui?». «Non ho mai visto un caso come questo – riferisce il medico nella sua deposizione –, inoltre casi simili a questo in 17 anni di professione sono tutti deceduti. Non posso dare una spiegazione scientifico-medica». I successivi esami hanno confermato il ristabilimento definitivo della patologia cerebrale e in breve tempo, senza alcuna sequela, il sanato ha potuto riprendere il suo lavoro e la sue normali attività.

Le prove testamentali riferiscono che furono rivolte molte preghiere a Madre Teresa, specialmente durante la gravissima crisi del 9 dicembre. La sposa del giovane professionista, considerata la gravità della situazione, aveva chiesto ai suoi conoscenti di pregare la beata alla quale era devota: «Dite a Madre Teresa che lo curi». Proprio in quella mezz’ora di attesa dell’intervento si trovava con un sacerdote e altri familiari a pregare Madre Teresa nella cappella dell’ospedale.
Chiamata, e subito intervenuta. Ci sono miracoli e miracoli. Non sono certo tutti uguali. E questo, indubbiamente eclatante, appartiene al primo grado, quoad substantiam, secondo la definizione e la classificazione dei miracoli stabilita da San Tommaso. Il che significa che una simile guarigione supera le capacità della natura quanto alla sostanza, cioè è impossibile, non potrebbe mai verificarsi. Il primo grado dei miracoli è quello cui appartiene la risurrezione dai morti o la restitutio ad integrum, dove non solo si riscontra la completa guarigione ma anche la restituzione integrale degli organi distrutti dalla malattia. Non sono molti i casi riconosciuti di miracolo che appartengono al primo grado. La maggior parte dei fatti presentati ed esaminati dalla Congregazione dei Santi appartengono al terzo grado, quoad modum, quando cioè la guarigione di una malattia, che la medicina avrebbe potuto conseguire solo dopo un lungo periodo, avviene istantaneamente.

Chiamata, dunque, Madre Teresa è subito intervenuta, prendendosi ancora una volta cura di una persona in condizioni estreme, come del resto sempre aveva fatto in vita dedicandosi ai moribondi e all’assistenza dei più derelitti nelle condizioni di sofferenza estreme.
L’apostola degli ultimi. Madre Teresa ha rovesciato la tradizionale asimmetria delle pratiche di assistenzialismo, spesso condotte dall’alto al basso. Sul modello evangelico diede esempio di relazione reciproca tra chi dona e chi riceve nella comprensione e nel rispetto, attraverso la condivisione di stili e condizioni di vita. Per la beata «essere rifiutati è la peggiore malattia che un essere umano possa provare». Particolare attenzione ha dedicato all’isolamento sociale. Per questo le sue iniziative sono sempre state inclusive, anche in relazione alle diversità di cultura, lingua e religione: «C’è un solo Dio, ed è Dio per tutti – ha scritto –, è per questo importante che ognuno appaia uguale dinanzi a Lui. Ho sempre detto che dobbiamo aiutare un indù a diventare un indù migliore, un musulmano a diventare un musulmano migliore e un cattolico a diventare un cattolico migliore. Crediamo che il nostro lavoro debba essere d’esempio alla gente».

La sua scomparsa nel 1997, come molti ricordano, suscitò grande commozione nel mondo intero: l’India le riservò solenni funerali di Stato, che videro un’enorme partecipazione popolare e la presenza di autorità del mondo intero. L’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar, arrivò a dichiarare che «lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo». Il primo ministro del Pakistan disse che «la sua lunga vita di devozione alla cura dei poveri, dei malati e degli svantaggiati è stata uno dei più grandi esempi di servizio alla nostra umanità».

Durante il viaggio del settembre 2014 a Tirana, papa Francesco aveva raccontato il suo incontro con Madre Teresa di Calcutta al Sinodo del 1994. La religiosa era una donna che non si lasciava impressionare, «diceva sempre quello che voleva dire», aveva confidato Francesco al sacerdote che ha fatto da interprete durante il viaggio in terra albanese, come rivelato poi durante la conferenza stampa a Tirana dal direttore della Sala Stampa vaticana. Ricordando le circostanze dell’incontro con «l’apostola degli ultimi», papa Bergoglio aveva detto che «era seduta proprio dietro di me durante i lavori. Ho ammirato la sua forza, la decisione dei suoi interventi, senza lasciarsi impressionare dall’assemblea dei vescovi. Diceva quello che voleva dire...».

Francesco aveva anche aggiunto, sorridendo, una battuta: «Avrei avuto paura se fosse stata la mia superiora!».

Madre Teresa è sepolta a Calcutta, presso la sede delle Missionarie della carità. Sulla semplice tomba bianca è stato inciso un verso del Vangelo di Giovanni. Un verso che nient’altro dice se non tutta la sua vita e la testimonianza rivoluzionaria della misericordia che siamo chiamati oggi a vivere: «Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi».

Stefania Falasca

© Avvenire, 17 dicembre 2015

 

Una sfida per noi

 

Il miracolo di Madre Teresa e questo Natale

La diagnosi non lasciava spazio ad alcuna speranza. Quel giovane ingegnere brasiliano presentava «otto ascessi multipli cerebrali con idrocefalo ostruttivo». Già sottoposto a trapianto del rene, in sala operatoria, in quel dicembre del 2008, era giunto in coma. Ma quando, con qualche minuto di ritardo, il chirurgo arrivò, trovò il paziente seduto sul tavolo operatorio, cosciente. Agli esami, il male semplicemente non c’era più. Il medico - che si indovina, tra le righe del processo di canonizzazione, ammutolito - ha testimoniato di non avere alcuna spiegazione, per quella totale guarigione.

Il miracolo riconosciuto dal Papa all’intervento di Teresa di Calcutta è di "primo grado", quoad vitam, paragonabile a un ritorno in vita per la potenza con cui lo straordinario è intervenuto nell’ordine naturale delle cose, sovvertendolo. Qualcosa che lascia senza parole chi esamina le carte della causa di canonizzazione.

Eppure, pensando a quel giorno del 2008, c’è un punto anteriore di stupore, in questa storia. Quell’uomo era dato per spacciato: ma sua moglie non si arrese, e implorò a Teresa un miracolo. Tutto, assolutamente tutto deponeva per l’assurdità di una simile preghiera: non c’era nemmeno uno spiraglio di speranza. E quella donna invece, testarda, osò andare contro le evidenze della scienza, e le risonanze magnetiche, e le Tac, e la parola definitiva dei dottori, e osò chiedere l’assurdo.

Così che viene da pensare che Teresa abbia fatto, sì, un miracolo eclatante, ma che altrettanto sbalorditiva sia la fede di quella donna. Perché c’è in molti di noi, quando si prega, un angolo ostinato di incredulità. Domandiamo, perché per educazione cristiana siamo portati a farlo, però tenendo ben ferme le coordinate del possibile e dell’assurdo, circoscrivendo in una gabbia ciò che può o non può essere possibile da Dio.

Lo aveva spiegato Francesco in un’omelia a Santa Marta, nel maggio del 2013: i miracoli accadono ancora, aveva detto, ma per consentire a Dio di compierli c’è bisogno di una preghiera coraggiosa, capace di superare quel «qualcosa di incredulità» che alberga nel cuore di ogni uomo. È davvero una questione di cuore: «Credo - aveva detto Francesco - che sia proprio il cuore che non si apre, il cuore chiuso, il cuore che vuole avere tutto sotto controllo».

Tutto sotto controllo: gabbie, netti recinti in cui confiniamo Dio, noi che ora conosciamo tante cose, che con tecniche straordinarie vediamo nel minimo dettaglio dentro il corpo di un uomo, e sappiamo bene ciò che può succedere, e ciò che non può. E invece quella donna, cocciuta, sfrontata, ha osato. Viene in mente la madre della fanciulla del Vangelo, cui tutti dicono: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma lei piange e grida finché Cristo non la ascolta – e poi, «la fanciulla non è morta, ma dorme».

C’è un altro miracolo oltre a quello di Teresa in questa storia, ed è una fede così. «La preghiera per chiedere un’azione straordinaria – aveva detto a Santa Marta quel giorno Francesco – deve essere una preghiera che ci coinvolge tutti, come se impegnassimo tutta la nostra vita in quel senso. Nella preghiera bisogna mettere la carne al fuoco».
Giocarsi tutto, dunque.

E se fossimo capaci di farlo nella vita quotidiana? Osando dire: «Vieni», scommettendo il cuore, davvero, buttandolo oltre ogni ostacolo. Per i perseguitati, per i massacrati in silenzio, per quelli che fuggono e annegano, come anche ieri, con il loro bambini nel Mediterraneo, o marciano nei Balcani, nel freddo e nella polvere, contro a frontiere sbarrate; se fossimo capaci, per questa umanità dispersa, di un pregare così - invece che, arresi, cedere all’impotenza e all’abitudine. Il miracolo di Teresa, miracolo quoad vitam, come una stella che si alza nel cielo di questo Natale, sembra una sfida a noi. Sfida a fare, con Dio, come il Caligola di Camus: essere realisti, chiedendo l’impossibile.

Marina Corradi

© Avvenire, 21 dicembre 2015

 

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