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Maria e l’Italia minore: abbraccio che continua

"Cronache" mariane, storie minori, spesso semisconosciute, specchio di una devozione a Maria capillare e diffusa, antica e sempre nuova, memoria viva della presenza della Madre di Dio che nei secoli si è manifestata attraverso eventi soprannaturali, apparizioni e guarigioni. Segni con cui la «donna del piano superiore», come l’aveva definita Tonino Bello, vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, «non ha disdegnato il domicilio della povera gente». E ha fatto dei luoghi dove ha lasciato traccia uno spazio d’incontro dell’uomo con Dio, ai quali in particolare in questo mese di maggio si rivolge la devozione popolare.

Accanto al cartello che, lungo l’Autosole, indica l’uscita di Monte San Savino, in provincia di Arezzo, ce n’è uno in cui si legge: «Santuario della Madonna delle Vertighe». Sulla collina che si nota passando con l’auto, una chiesa custodisce l’icona della patrona dell’A1. Una tavola che, secondo la tradizione, si trovava in un’edicola di Asciano ospitata su un terreno conteso fra due fratelli. Davanti all’immagine volarono parole forti. E lì venne fissato un duello per decidere a chi fosse destinato il fazzoletto di terra. Era la sera del 6 luglio 1100. Di notte l’edicola scomparve e si trasferì alle Vertighe che deve il suo nome al vocabolo latino «vertex», che significa cima, e la sua fama alla Vergine del prodigio.

La storia del Santuario dell’autostrada è soltanto una delle "cronache" mariane che l’Italia racconta. Storie minori, spesso semisconosciute, specchio di una devozione a Maria capillare e diffusa, antica e sempre nuova, memoria viva della presenza della Madre di Dio che nei secoli si è manifestata attraverso eventi soprannaturali, apparizioni e guarigioni. Segni con cui la «donna del piano superiore», come l’aveva definita Tonino Bello, vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, «non ha disdegnato il domicilio della povera gente». E ha fatto dei luoghi dove ha lasciato traccia uno spazio d’incontro dell’uomo con Dio, ai quali in particolare in questo mese di maggio si rivolge la devozione popolare.

Un incontro che a Capurso, in provincia di Bari, ha per protagonista nel 1705 un sacerdote, don Domenico Tanzella, gravemente infermo. A lui la Vergine rivela di bere da un antico pozzo, detto di Santa Maria, e di erigere una chiesa in suo onore. Sorseggiata l’acqua, il prete ritrova la salute e per adempiere al voto visita il pozzo. Sarà fra i sassi che scoprirà un affresco in stile bizantino della Vergine con il Bambino. Due volti che da tre secoli sono il fulcro della basilica di Santa Maria del Pozzo.

Una guarigione è il primo miracolo attribuito alla Beata Vergine delle Grazie di Udine. Nella seconda metà del Quattrocento una domestica del luogotenente del governo veneziano si ritrova con una mano quasi staccata lavorando in cucina. La donna e il magistrato invocano l’effige esposta nel castello e la mano viene risanata. L’immagine taumaturga è oggi collocata nel santuario che da sempre è luogo di grazie come dimostrano gli ex voto sulle pareti fra cui protesi ortopediche, grucce e bastoni.

Altro «miracolo del corpo» è quello attribuito alla Madonna dell’Ambro, ospitata nel piccolo santuario di Montefortino in provincia di Ascoli Piceno sui monti Sibillini dove forse nacque la leggenda del giovane poeta Tannhäuser. L’origine del culto è legata alla vicenda di una ragazza muta che passa le giornate a pascolare le pecore e davanti all’immagine della Vergine riacquista la parola dopo averle offerto un mazzo di fiori. È la forza della preghiera che risana.

O che converte. Come avviene alla Mentorella, in provincia di Roma, nel santuario della Madonna delle Grazie, uno dei più antichi della Penisola, sorto nella località dove, secondo la tradizione, un ufficiale pagano dell’imperatore Traiano, Placido, ha una visione di Gesù che lo invita a seguirlo. Tornato a Roma, si fa battezzare col nome di Eustachio ed entrerà fra i santi martiri uccisi per la fede. Davanti alla statua lignea della Madonna si inginocchia come semplice pellegrino il cardinale Karol Wojtyla. È il 7 ottobre 1978. Pochi giorni dopo iniziava il conclave da cui Wojtyla uscirà Papa col nome di Giovanni Paolo II.

Nella geografia della devozione mariana un comune denominatore è quello della supplica di fronte alle calamità. Come per il terremoto. È il caso della Vergine di Borgo Maggiore a San Marino venerata in origine come Madonna del Greppo o della Rupe e, dopo il sisma del 1781, col titolo di Madonna della Consolazione. La festa viene celebrata la prima domenica di giugno ed è un gesto di ringraziamento alla Madre per aver preservato la Repubblica dal cataclisma.

Oppure è la storia della Madonna dei sette veli a Foggia, comparsa nel 1067 sulle acque della Puglia per sfuggire alla furia iconoclasta. È nel 1731, mentre la città è distrutta dal terremoto, che Maria appare «ripetutamente a tutto il popolo». Poi c’è la peste che diventa occasione per invocare la Vergine. A Macerata, il 3 agosto 1447, il Consiglio di credenza delibera di «erigere in un sol giorno alla Madre della Misericordia una chiesetta affinché per la sua intercessione presso l’Altissimo avesse all’istante a cessare il terribile flagello». A distanza di cinque secoli, nel 1952, Macerata viene proclamata «città di Maria».

A Città di Castello, in provincia di Perugia, la peste del 1348 raccontata da Boccaccio uccide un terzo della popolazione. Nel vicino colle di Canoscio un abitante fa costruire una cappella dedicata alla Madonna del Transito. Su questa «maestà» sorge l’attuale santuario. Un complesso crivellato dalle cannonate durante la seconda guerra mondiale. Il conflitto segna anche parte della storia di Nostra Signora dell’Arena a San Terenzo a Mare, in provincia di La Spezia.

A lei si rivolge la popolazione in occasione della peste spagnola del 1804 e durante gli anni Quaranta del secolo scorso. Proprio per un voto fatto l’8 settembre 1944 dalla gente di San Terenzo è stata ottenuta dal Capitolo di San Pietro in Vaticano la speciale incoronazione della Vergine. Alla peste del 1630 descritta da Alessandro Manzoni è legata la venerazione della Madonna della Creta e delle Grazie, nel santuario di Castellazzo Bormida, in provincia di Alessandria. Meta di pellegrinaggi, è dal 1947 la patrona dei motociclisti grazie alla frase scritta sulla volta dell’altare maggiore: «iter centaurorum para tutum» (mantieni sicuro il viaggio dei centauri).

E la Vergine si fa percepire nel quotidiano. A Pomigliano, sulle pendici del Vesuvio, la Madonna dell’Arco viene vista con un rivolo di sangue sulla guancia mentre, nel Quattrocento, un giocatore impreca per aver perso una partita di bocce. A Mazara del Vallo le pupille della Madonna del Paradiso «si alzano fino quasi a celarsi» nel 1797. E a Firenze, nel santuario della Santissima Annunziata, sarà una mano invisibile a dipingere il volto di Maria: infatti, l’autore che a lungo aveva invocato la Vergine perché gli fosse data la capacità di realizzare la sua vera immagine si ritrova una mattina del 1252 «la figura della Madonna, che aveva già dipinta nel corpo, finita anche sul volto». Da oltre settecento anni i critici d’arte si interrogano su quei lineamenti a cui la città continua a guardare affidandosi a Maria, bussola di speranza fra le difficoltà della vita.

Giacomo Gambassi

© Avvenire, 8 maggio 2010

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