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«Mater Ecclesiae: "Ecco tuo figlio ... Ecco tua Madre". E da quell'ora il discepolo l'accolse con sè» (Gv 19, 26-27)

Relazione del Card. Francesco Montenegro, Arcivescovo Metropolita di Agrigento e Presidente della Caritas Italiana per l'incontro di preparazione alla celebrazione della XXVI Giornata mondiale del malato dell’Arcidiocesi di Bari – Bitonto, tenutosi presso il Politecnico di Bari sabato 20 gennaio 2018

Introduzione

Inizio questa mia conversazione con le parole di don Carlo Gnocchi: “Ho cercato la presenza di Dio in questo mondo. Mi è parso di averla trovata negli occhi ridenti e puliti dei bambini, nel sorriso stanco e opaco degli anziani, nelle grida o nel silenzio dei sofferenti e dei dolenti, nel crepuscolo finale dei morenti”.

In questo nostro incontro ci lasceremo guidare (anche se non lo citerò spesso) dal messaggio di Papa Francesco per la Giornata del malato 2018: “Mater Ecclesiae: ‘Ecco tuo figlio ... Ecco tua madre’. E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé ...” (Gv 19, 26 -27). Egli parla a/di quanti si prendono cura dei malati invitandoli a “continuare con sempre rinnovato vigore”.

Ricorda che la “Croce è il luogo in cui Gesù mostra la sua gloria, e lascia le sue estreme volontà d’amore” e ci mette dinanzi due modelli da imitare: Maria che, nonostante “il dolore della croce le trafigga l’anima (cfr Lc 2,35), non la paralizza, si preoccupa della Chiesa e dell’umanità intera”, e Giovanni, che “contempla in lei il modello del discepolato, così la sua vocazione di cura per i suoi figli, passa a Giovanni e a tutta la Chiesa”. “Come Giovanni e Maria, - egli scrive - i discepoli sono chiamati a prendersi cura gli uni degli altri, ma non solo. A tutti dev’essere annunciato il Vangelo del Regno”.

Il Papa mentre, compiaciuto, sottolinea la generosità e la creatività delle testimonianze del passato, chiede di approfittare di questa eredità per progettare il futuro, preservandolo dal rischio incombente dell’aziendalismo, affinché il malato venga sempre rispettato nella sua dignità e mantenuto al centro del processo di cura. Afferma pure che la pastorale della salute resta e resterà sempre un compito da vivere con rinnovato slancio a partire dalle comunità parrocchiali fino ai più eccellenti centri di cura. E ricorda a tutti la tenerezza con cui molte famiglie seguono i propri parenti, malati cronici o gravemente disabili, come quella dei medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari e quanti si impegnano nella cura dei malati. Sono queste le indicazioni del messaggio. Sono parole che devono farci riflettere.

La sofferenza e il dolore non sono ambiti compagni di viaggio

La sofferenza e il dolore non sono ambiti compagni di viaggio nella vita perché portano sempre con sé paura, angoscia, smarrimento e solitudine. Non è facile parlarne. Sono paragonabili a quanto avviene in un territorio colpito dal terremoto. Tutto accade in pochi attimi, poi restano le macerie e le tante difficoltà, se non incapacità, di ricostruzione. Ho letto che il Card. Carlo Maria Martini, dopo un incontro con dei malati gravi, si sentì dire da uno di loro: “Non si parla in questo modo della sofferenza. Si vede che lei ne è fuori: io, che ci sono stato dentro, so che non è così”. Un non credente, che aveva perso in circostanze drammatiche un nipotino, a chi gli esprimeva solidarietà, gridò: “Voi avete qualcosa a cui aggrapparvi, io non ho niente”.

Padre Davide Maria Turoldo ha lasciato scritto: “Nel male, nel dolore, nella sofferenza bisognerebbe essere molto più cauti e fare un po' di silenzio, perché sono misteri che si comprendono più stando in silenzio che parlandone”. È forte il rischio, infatti, della superficialità, del moralismo e delle teorie mistiche.

La malattia cambia il modo di vivere e di considerare la vita. Indossare il pigiama per il malato è come sentirsi nudo, perdere la propria intimità, svestirsi della propria autonomia e delle proprie abitudini, dipendere da chi ormai decide per lui, sentirsi un “diverso”, e se, ricoverato, un numero e una cartella clinica.

Diceva don Carlo Gnocchi: "Condividere la sofferenza è il primo passo terapeutico; il resto lo fa l’amore".

Primo Mazzolari affermava: “La sofferenza, questa grande, tremenda cosa, la nostra sola ricchezza” e Benedetta Bianchi Porro: “Io penso che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili) e la mia anima è piena di gratitudine e d’amore verso Dio per questo”. Sono testimonianze che mentre significano che la sofferenza può lasciare dietro di sé macerie, dicono anche che essa può trasformarsi in altro, in qualcosa di grande.

Cristo non ha inventato la croce, ma l'ha trovata e l'ha accettata. È morto gridando “perché?” e non dicendo “grazie”. Il dolore in sé non è un bene, né un valore positivo. È un male e un limite che va combattuto e alleviato. Spesso poi la malattia è accompagnata da un impressionante silenzio di Dio che può angosciare fino alla disperazione.

Nel documento sulla “vocazione e missione dei laici” è scritto che “la malattia e la sofferenza mettono a dura prova non solo la fiducia nella vita, ma anche la stessa fede in Dio e nel suo amore di Padre” (CFL 54).

Ministri due volte: dell’Eucaristia e della sofferenza

Parlo a voi che siete ministri straordinari della Comunione. E “ministro” non è un titolo che dice importanza o prestigio, ma significa servizio. Voi siete ministri in un contesto di sofferenza. Perciò ministri 2 volte: dell’Eucaristia e della sofferenza.

Aver messo l’Eucaristia al centro della vostra vita, significa esservi messi accanto al cuore di Cristo e sentirne il battito. Come Giovanni nell’ultima cena. A ogni Eucaristia il vostro cuore dovrebbe diventare più ricco di tenerezza, compassione, umanità.

Col mandato, inoltre, prima che distributori di Eucaristia, siete diventati costruttori di comunione e segno della maternità della Chiesa che vuole che chi è nella sofferenza e nel bisogno, possa nutrirsi del Pane.

Il mandato di Gesù, buon samaritano, lo continuate voi, nuovi samaritani, chinandovi sui malati e dando loro consolazione. Per questo dovete essere ‘meno’ ministri straordinari della Comunione e ‘più’ ministri ordinari della Consolazione.

Non basta, infatti, recare l’Eucaristia agli infermi, se non ci si trasforma in apostoli dei malati. Il Pane portato al malato ha sempre bisogno di essere accompagnato da una carezza. Con l’Eucaristia dovete portare anche voi stessi e l’attenzione dell’intera comunità.

Diceva S. Camillo: “Ognuno di voi domandi grazia al Signore che gli dia un affetto materno verso il prossimo, affinché possa servirlo con ogni carità, così nell’anima come nel corpo, perché desideriamo con la grazia di Dio assistere tutti gli infermi con quell’affetto che suole un’amorevole madre verso il suo unico figlio infermo”.

Papa Francesco parla di “arte dell’accompagnamento” e di “sguardo rispettoso e pieno di compassione”. La Chiesa vi chiede soprattutto di essere amici dei malati. È l'amicizia a far sì che la parola "comunione" diventi stile concreto e visibile di ogni comunità cristiana. L’amicizia quando si fa comunione diventa necessariamente servizio. Servire infatti significa diventare “eucaristia” per gli altri, “sentire con il loro cuore, vivere in loro” (Van Thuan). Dovete essere talmente innamorati dell’Eucaristia, da emanare voi lo stesso profumo di pane. Talmente amici degli infermi – carne viva di Gesù – da diventarne compagni.

L’Eucaristia non è un sacramento facile

L’Eucaristia non è un sacramento facile. Non è solo dolcezza, intimità e raccoglimento, è di più, è slancio, condivisione, desiderio di fraternità. Il credente, con l’Eucaristia, diventa inquieto della stessa inquietudine di Dio, si sente invaso dalla Sua passione per l’uomo. L’Eucaristia ci consegna agli altri.

Il vostro servizio dovrebbe poi consentirvi di intensificare il rapporto tra la comunità e gli infermi. Gesù non solo ha dimostrato di avere a cuore i malati ma, sino alla fine, ha invitato i suoi discepoli a dedicarsi ai sofferenti. Il malato (ma anche la famiglia) spesso ha bisogno di chi si coinvolga e partecipi dei suoi problemi attivamente e si «prenda cura» di lui.

L'attenzione al malato “... è obbedienza al comando di Cristo, è partecipazione alla sua grazia di guarigione e di cura: questa obbedienza e questa partecipazione appartengono alla via della Chiesa, anzi alla sua natura pro-fonda” (Dolentium hominum, 2). Non potete accontentarvi di una vita spirituale fondata su molte devozioni e con poca devozione. Questo non vi permetterà di incarnare il volto luminoso di Dio e annunciare il suo amore (senza ricettari).

Portare la Chiesa dai malati e far sentire Chiesa i malati

Ogni fratello di fede, soprattutto se è sofferente, (non solo perciò i vostri malati) va trattato come “uno che vi appartiene”. Prendete sul serio ogni malato. Loro non ci sono per voi, per farvi cioè crescere nella bontà, ma voi ci siete per loro. “Amare una persona significa dirle: Tu non morirai!” (G. Marcel).

Sentite la responsabilità della pastorale della salute e preoccupatevi se in parrocchia i malati non sono messi al centro e restano ai margini. La comunità parrocchiale non può non scommettere sulla carità. Voi avete un’opportunità unica: gettare ponti di comunione tra la parrocchia e le famiglie dei malati, oltre che i malati, per portare la Chiesa dai malati e far sentire Chiesa i malati.

Ogni ministero è per l’edificazione della Chiesa. “È nel mistero dell'Eucaristia che si cela la sorgente dell'amore. Continuate, pertanto, a far scaturire dall’adorazione eucaristica ogni vostro slancio e impegno apostolico e missionario. Lavorate per la gloria di Dio servendo i più poveri e abbandonati. L'Eucaristia sia la fonte che vi alimenta e vi sostiene e alla quale per questo quotidianamente fate ricorso” (Giovanni Paolo II).

Si racconta che un rabbino spariva dalla sua comunità alla vigilia di ogni sabato. I fedeli sospettavano che si ritirasse in un angolo solitario e segreto per pregare. Decisero di spiarlo. La spia scoprì che si travestiva da contadino e andava a servire una donna paralizzata, sola; le puliva la casa e le preparava il pranzo. Quando la spia tornò, gli domandarono: “Dicci, dov'è andato il rabbino? In cielo? No, rispose la spia, è andato molto più in su”.

Tre amori devono riempire la vostra vita

Tre amori devono riempire la vostra vita: Gesù, la Chiesa e i fratelli più deboli. Non sentitevi dei privilegiati perché compite questo ministero, ma è privilegiato il servizio che fate, perché vi fa avvicinare chi soffre. Ciò che vi deve interessare di più nel vostro impegno è che Gesù e la Chiesa (Gesù storico) s’incontrino col malato, voi siete strumenti e ponte.

Non accettate la delega dell’amore da parte della comunità, perché essa deve saper sempre “scommettere sulla carità”. Il card. Dionigi Tettamanzi ha detto che l’assenza della pastorale della salute in una comunità significa l’inesistenza di una pastorale più ampia.

Avete la possibilità di avvicinarvi a persone (malati e familiari) spesso vittime di dubbi, paure, interrogativi e speranze. Persone che si sono viste sfumare, a causa della malattia, progetti per i quali hanno rischiato e pianto e che spesso hanno difficoltà ad abbandonarsi alla volontà di Dio. Voi, come Gesù, li accostate con grande delicatezza e discrezione e fate strada con loro (Emmaus). Senza la preoccupazione di offrire ricette miracolistiche. “Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto” (Papa Francesco).

Per svolgere bene il vostro ministero ci vogliono grembiule e brocca

Per svolgere bene il vostro ministero non basta una bella teca, ma un buon grembiule e una brocca con l’acqua. Non lasciatevi prender dalla fretta. Molti malati hanno solo voi per sentire e gustare la tenerezza di Dio, ascoltare la sua Parola, sperimentare la premura della Chiesa. Ascoltateli volentieri. Per scrivere la parola ‘ascoltare’ i cinesi usano una combinazione dei simboli-radice usati per descrivere le orecchie, la mente, la pazienza, gli occhi e una pietra preziosa.

Cioè: ascoltare con le orecchie per sentire ogni parola come qualcosa di speciale; ascoltare con la mente per cercare umilmente comprensione; ascoltare con gli occhi per ricevere consapevolmente il messaggio non verbale; ascoltare con il cuore per accettare tutto con vero amore; il sentire, capire, ricevere e amare sono duraturi, solidi e cercati come una pietra preziosa.

Accostate i malati, con lo stesso amore con cui Maria andò a visitare Elisabetta e stette ai piedi della croce. “Il mondo della sofferenza invoca senza sosta un altro mondo: quello dell’amore umano” (SD, 29).

Sentitevi costruttori di una Chiesa, che è di tutti e per tutti, e che ha un chiodo fisso: non avere un legame forte con chi è potente, ma con chi è bisognoso di consolazione e di speranza. Una Chiesa che sa che il suo posto è dove c’è un uomo che soffre e senza speranza, che gli sta vicino anche in silenzio e, tenendolo per mano, prega assieme e ascolta. Una chiesa che sa mettersi in ginocchio, con gli occhi lucidi, accanto al letto su cui è steso il suo Signore. “Là dove c’è la sofferenza il terreno è sacro”.

Considerate le case in cui entrate un tratto della via di Emmaus e di quella che da Gerusalemme va a Gerico. Gesù spesso preferisce la strada, un pozzo, la casa di un pubblicano, la barella di un malato, un campo di grano, una montagna, un banchetto di nozze, una barca di pescatori per annunciare il Vangelo.

"Permetti che io ti aiuti a staccarti dalla croce?"

“Ero uscito di casa per saziarmi di sole! Trovai un uomo nello strazio della crocifissione. Mi fermai e gli dissi: "Permetti che io ti aiuti a staccarti dalla croce?" Ma lui rispose: "Lasciami dove sono; lascia i chiodi nelle mie mani e nei miei piedi, le spine intorno al mio capo e la lancia nel mio cuore. Io dalla croce non scendo fino a quando i miei fratelli restano crocifissi; io dalla croce non scendo fino a quando non si uniranno tutti gli uomini della terra. Gli dissi allora: "Cosa vuoi che io faccia per te?" Mi rispose: "Va per il mondo e di a coloro che incontrerai che c'è un uomo inchiodato sulla croce!”

Dice il Papa: “Andare a trovare un ammalato è andare a trovare la propria malattia, quella che noi abbiamo dentro. È avere il coraggio di dire a se stesso: anche io ho qualche malattia nel cuore, nello spirito, nell’anima, anche io sono un ammalato spirituale”.

Chiudo con la lettera di un’infermiera malata

Chiudo con la lettera di un’infermiera malata. La lettera: “Sono un’allieva infermiera e devo morire. Scrivo queste parole a voi che siete o diverrete infermiere, nella speranza che questa espressione del mio stato d’animo vi renda più capaci di aiutare coloro che vivranno la mia stessa esperienza. Per ora sono uscita dall’ospedale forse per un mese, sei mesi, un anno... Ma nessuno ama parlare di questo. In realtà nessuno ama parlarmi di niente (...). Attualmente ci insegnano a non essere rassicuranti ad ogni costo, a dimenticare il “tutto va per il meglio”. Tutto ciò sta bene. Ma ora resta il silenzio vuoto e solitario (...). Il malato morente non è ancora considerato come una persona e perciò non si comunica veramente con lui. Egli è il simbolo di tutte le paure umane. Che cosa vi hanno spiegato in psichiatria? Che bisognava conoscere se stesse prima di aiutare gli altri. Come è vero! Ma oggi la paura è là e sono io che muoio... Osate ammettere che vorreste fare qualcosa. È ciò che desideriamo. Non ve ne andate, aspettate: tutto ciò che vorrei è di sapere che qualcuno sarà là per tenermi la mano quando ne avrò bisogno. Ho paura. La morte può diventare una routine per voi, ma è nuova per me. Forse voi non mi considerate come unica, ma è la prima volta che muoio e per me è l’unica...”.

 

Mons. Francesco Montenegro,

Cardinale,

Presidente della Commissione episcopale CEI

per il servizio della carità e la salute,

Arcivescovo Metropolita di Agrigento

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