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Mediterraneo frontiera di pace, la Cei al lavoro

Nell’intervista al vescovo Antonino Raspanti, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, le origini, il metodo, gli obiettivi dell’incontro che, nel febbraio del 2020, riunirà a Bari decine di vescovi provenienti da 19 Paesi

Non sarà un evento di circostanza, non sarà un convegno accademico, né un vertice politico, né un summit di economia. Niente di tutto questo: l’incontro intitolato “Mediterraneo, frontiera di pace” – promosso dalla Conferenza episcopale italiana, su iniziativa del presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, che si svolgerà a Bari dal 19 al 23 febbraio 2020, e al quale parteciperanno poco più di cinquanta vescovi in rappresentanza delle Conferenze episcopali dei 19 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo – sarà un incontro di riflessione e spiritualità tra fratelli nella fede, pastori che, sotto la guida dello Spirito, vogliono lavorare insieme per il bene dei popoli. Popoli per i quali il Signore ha passione e compassione; uomini, donne e bambini dei quali la Chiesa lietamente e ostinatamente vuol prendersi cura sottraendoli agli artigli del dolore e dell’indifferenza in cui sprofondano.

L’incontro, spiegava il cardinale Bassetti mesi fa, nasce da alcune semplici considerazioni: «La prima riguarda il fatto che i problemi che affliggono il Mediterraneo, compresa la tragedia delle migrazioni, si risolvono a partire dalla coscienza dei popoli rivieraschi di appartenere - pur in tutte le differenze - ad una medesima realtà mediterranea». Questo mare – che da millenni è «non solo il luogo dove i popoli si fronteggiano, ma anche il canale attraverso il quale passano idee, culture, persone, merci» – è «una frontiera sia nel senso classico di confine» in quanto separa spazi controllati da stati diversi ed è presidiato militarmente, sia nel senso «di punto di partenza, di sfida verso nuovi orizzonti. Alludo – diceva il cardinale – allo “spirito di frontiera”, alla capacità di andare oltre l’esistente, di cogliere le sfide». La seconda considerazione «è che la Chiesa è mediterranea per diritto di nascita! Il mare è il mezzo attraverso il quale il cristianesimo ha valicato i confini etnici, linguistici, culturali. Le Chiese da cui è partita la spinta missionaria verso tutto il mondo non possono più rinunciare al respiro mediterraneo che le unisce perché questo nostro mare è uno snodo fondamentale per la testimonianza cristiana».

Dell’incontro di Bari dialoga con Vatican Insider monsignor Antonino Raspanti, 60 anni, vescovo di Acireale, vicepresidente della Cei e coordinatore del Comitato scientifico organizzatore dell’appuntamento in terra pugliese.

Come avete pensato di strutturare l’incontro? E quali passi state compiendo per prepararlo?

«Il Comitato incaricato di dare attuazione alla felice idea del cardinale Bassetti ha inviato nelle scorse settimane alle Conferenze episcopali dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo l’invito, che è articolato in tre parti: nella prima abbiamo anzitutto esposto le ragioni di questo incontro, la convinzione che la regione mediterranea abbia una propria identità nonostante le molteplici differenze, divisioni, contrapposizioni interne succedutesi nel corso dei secoli e drammaticamente presenti anche oggi. In questa nostra epoca la cultura dominante induce i singoli popoli del Mediterraneo a percepirsi come appartenenti a una nazione o a un continente o a una istituzione sovranazionale (ad esempio alla Comunità Europea o all’Unione Africana). Non li induce invece a pensarsi come appartenenti alla regione mediterranea. Riteniamo che – per edificare pace, giustizia e riconciliazione nel Mediterraneo, in Europa, nel mondo – sia necessario guardare la realtà anche da una prospettiva diversa, quella mediterranea appunto, sino ad oggi trascurata e giudicata irrilevante. E, parimenti importante, riteniamo che, per compiere i giusti passi verso questa meta alta, i vescovi del Mediterraneo con metodo sinodale, debbano confrontarsi, unire le forze e lavorare insieme, in spirito di fraternità».

Quali sono a vostro giudizio le questioni e i problemi più urgenti e rilevanti che i popoli del Mediterraneo devono affrontare in questo passaggio della storia?

«Sono molti e abbiamo voluto esporli nella seconda parte dell’invito recapitato alle diverse Conferenze episcopali. Vi sono problemi che potremmo definire intra-ecclesiali, ad esempio la trasmissione della fede alle giovani generazioni o il rapporto delle comunità cattoliche con le società e le istituzioni civili, e problemi extra-ecclesiali: anzitutto le migrazioni con i drammi che tutti conosciamo, e le forti disuguaglianze economiche e sociali che si riscontrano nei Paesi del Mediterraneo, disuguaglianze che provocano grandi sofferenze».

Nella terza parte dell’invito avete presentato alle Conferenze episcopali un’ampia serie di domande.

«Desideriamo che i nostri confratelli indichino quali problemi e questioni reputano più importanti e urgenti. Confidiamo di ricevere tutte le risposte prima di Natale. A Bari, da mercoledì pomeriggio a sabato mattina, ci concentreremo sui temi (probabilmente due o tre) ritenuti più rilevanti: ci confronteremo cercando di delineare modelli di valutazione e di intervento condivisi, individuare linee guida e avanzare proposte concrete da offrire sia alle comunità cattoliche sia alle istituzioni civili. Inoltre intendiamo promuovere un intervento caritativo che possa essere segno visibile del nostro dialogo fraterno. Nel pomeriggio di sabato proporremo un incontro pubblico al quale sono tutti invitati, mentre domenica accoglieremo il Santo Padre, che terrà un discorso e celebrerà l’Eucaristia».

Durante l’incontro si metteranno in luce anche le ricchezze, i doni che le comunità cattoliche del Mediterraneo portano alla Chiesa tutta e alle società.

«Certamente. Nell’esaminare i problemi non intendiamo indulgere alla lamentela. Siamo consapevoli che le comunità cattoliche del Mediterraneo, incluse quelle più piccole, hanno ricchezze formidabili, un patrimonio di bene sul quale, nell’incontro di Bari, ci proponiamo di riflettere insieme: l’obiettivo è comprendere come sostenerlo e valorizzarlo sempre meglio per poter servire i popoli del Mediterraneo. Penso, ad esempio, alle scuole cattoliche, presidi di umanità che svolgono un ruolo insostituibile nell’edificazione di società giuste e coese, o alle strutture caritative che si prendono amorevolmente cura di uomini, donne e bambini prostrati da molte sofferenze e privazioni».

Pensate di organizzare altri incontri dopo quello di Bari?

«È presto per dirlo. Molto dipenderà dall’esito di questo primo incontro, dalle indicazioni che ci vorrà offrire papa Francesco e dalle valutazioni dai diversi organi della Santa Sede. Siamo consapevoli che alcuni giorni di dialogo non potranno certo essere risolutivi: l’importante, per noi, è fare il primo passo, richiamare l’attenzione sul Mediterraneo, iniziare a proporre valutazioni e iniziative condivise. Il Signore ci farà comprendere se e come proseguire».

Cristina Uguccioni

© www.lastampa.it, venerdì 29 novembre 2019

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