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Onu. 70 anni fa veniva firmata la Dichiarazione universale dei diritti umani

«Per troppi i diritti umani restano parole». Si afferma la tendenza a escludere intere categorie, mentre aumenta la soglia di tolleranza verso i responsabili

Oggi saranno 70 da quando l’Assemblea generale Onu, riunita nel Palais de Chaillot di Parigi, approvò la Dichiarazione universale dei diritti umani. Tecnicamente si tratta di una risoluzione ossia di una serie di raccomandazioni non vincolanti per gli Stati firmatari: non sono, perciò, previste sanzioni per chi le viola. Il documento – formato da trenta articoli – è diventato, tuttavia, fonte del diritto internazionale a tutela dei diritti umani.
Al centro del documento il riconoscimento della dignità di tutti i membri della famiglia umana, quale fondamento della libertà, della giustizia e della pace: i fondamenti dello Statuto Onu. I primi 21 articoli riconoscono le prerogative civili e politiche. Altri sei i cosiddetti diritti di seconda generazione che riguardano le garanzie in ambito economico, culturale e sociale. I tre punti finali dettano i criteri di applicazione.

Nessuno l’ha detto a Marie. Gli “zii” le rivolgono la parola sono per darle degli ordini. A 11 anni, Marie non sa niente del mondo fuori dalla casa di Port-au-Prince dove l’hanno mandata i poverissimi genitori. Ufficialmente, insieme a quella famiglia della capitale, la piccola avrebbe dovuto avere maggiori opportunità. In realtà, s’è trasformata in una schiava tuttofare. «Restavek» li chiamano ad Haiti: un esercito di almeno 300mila bimbi senza diritti.

Come Marie, nessuno di loro sa che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». Così ha sancito solennemente la comunità internazionale all’indomani della Seconda guerra mondiale. Oggi sono trascorsi 70 anni esatti da quando l’Assemblea generale delle nascenti Nazioni Unite approvò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. In cui la dignità dell’individuo viene riconosciuta quale fondamento del diritto internazionale.

Tutti, nessuno escluso, recita il primo articolo, come ha voluto sottolineare l’Alto commissariato Onu per i diritti u mani, Michelle Bachelet. La frase iniziale della Dichiarazione è «semplice», eppure – ha detto – per le donne e le altre minoranze, essa assume un carattere «rivoluzionario». Grazie alla lungimiranza dell’indiana Hansa Mehta che, all’interno del comitato di redazione, si batté per cambiare la formula «tutti gli uomini» in, appunto, «tutti gli esseri umani».

Sette decenni dopo, tuttavia, «duole rilevare come molti diritti fondamentali siano ancor oggi violati», ha detto papa Francesco nell’incontro con il corpo diplomatico di quest’anno. A cominciare proprio dalla pari dignità tra uomini e donne. Queste ultime sono ancora escluse da alcune professioni dalle leggi in vigore in 104 Stati mentre solo il 23 per cento dei parlamentari è di genere femminile. Per non parlare dei limiti all’istruzione femminile, delle mutilazioni genitali e del dramma delle spose bambine.

«La Dichiarazione resta, tuttavia, un documento di importanza straordinaria poiché pone, in modo netto, limiti al potere dei governanti sui governati. Prima, nella giurisdizione internazionale, i diritti umani non esistevano – spiega ad Avvenire Antonio Marchesi, presidente della sezione italiana di Amnesty International –. Il documento, tuttavia, resta una meta da raggiungere». Per quanto riguarda gli effetti pratici, dunque, la distanza tra la carta e la realtà è palese. Il panorama attuale è cangiante, luci e ombre sono intrecciate. Gli elementi di preoccupazione sono molti.

In particolare, «la “disumanizzazione” dell’altro, attraverso la negazione delle prerogative riconosciute nella Dichiarazione ad alcune categorie di persone, le più vulnerabili. Come se i diritti umani fossero un “merito” da assegnare in modo arbitrario», afferma Marchesi. Si assiste, inoltre, a un grave deterioramento della situazione in alcuni Paesi. «Dal Messico – dilaniato da violenza, corruzione e impunità – alle Filippine, dall’Egitto – in cui sparizione e tortura sono comuni “strumenti” di repressione – alla Turchia, trasformato nel più grande carcere a cielo aperto per giornalisti», sottolinea il presidente di Amnesty.

Nella stessa Europa, a livello culturale, si vanno “sdoganando” atteggiamenti in palese contrasto con i principi della Dichiarazione. La soglia di tolleranza globale rispetto ai responsabili di gravi abusi si è, infine, abbassata, rispetto alla stagione dei tribunali internazionali degli anni Novanta. Però s’è consolidata una comunità di attivisti, Ong e movimenti che sfida il potere – spesso a rischio della vita – per difendere i diritti umani.

Lucia Capuzzi

© Avvenire, domenica 9 dicembre 2018

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