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Palmieri: l’unità dei cristiani non è una meta del futuro, costruirla la rende attuale

Venerdì prossimo ricorre il 60.mo anniversario dell'istituzione del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani. In questi decenni "siamo passati dall’essere avversari al riconoscerci fratelli", dice a Vatican News il sottosegretario del dicastero vaticano, monsignor Andrea Palmieri. Lavoriamo perché l'unità non sia intesa come un "dialogo fra accademici" ma abbracci sempre più le le "realtà locali"

Il 5 giugno del 1960 iniziò l’impegno ufficiale della Chiesa cattolica nel movimento ecumenico. Alla vigilia del Concilio Vaticano II, Papa Giovanni XXIII volle infatti che la missione verso il ristabilimento della piena comunione tra i cristiani fosse uno dei principali obiettivi di uno specifico Segretariato, diventato nel tempo il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Di tale dicastero è oggi sottosegretario monsignor Andrea Palmieri, che a Vatican News evidenzia come l’unità non sia una “meta del futuro” bensì “qualcosa che già viviamo nel cammino che facciamo per costruirla, per ristabilirla”.

I passi compiuti

In questi sessant’anni di dialogo, inteso - spiega - come una relazione che non cancella “le differenze” ma che accoglie “nella reciproca diversità”, sono stati elaborati “documenti condivisi” con le altre comunità cristiane, “che hanno mostrato una piena consonanza nella visione della struttura della Chiesa e della sua missione, nel valore dei Sacramenti”. E, sottolinea ancora, “si è trovato un consenso sul fatto che nella Chiesa è necessario che ci sia anche a livello universale un primato”, pure se “resta ancora da chiarire la natura di questo primato perché possa essere al servizio della comunione, di tutta la Chiesa, di tutti i cristiani”.

Un cammino di fraternità

Il “grande rischio”, aggiunge il sottosegretario, “è quello di chi ritiene l’altro da sé un nemico” e non “un fratello da amare”: ciò, spiega, “rende difficile per tutti - anche per alcuni cattolici - riconoscere i passi finora compiuti e rendere grazie a Dio per il cammino di fraternità che è stato compiuto”. La via allora è quella di un dialogo che coinvolga l’intera “vita delle comunità cristiane e dei singoli fedeli”, perché “insieme possano compiere questo cammino”, lavorando, pregando e collaborando “per il servizio ai poveri, per evangelizzare, per costruire un mondo migliore”.

L'intervista a monsignor Palmieri

R. - Celebrare questo anniversario è sicuramente un’occasione per esprimere la gratitudine per tutti coloro che si sono impegnati nel movimento ecumenico da parte cattolica, in particolare tutti quelli che hanno lavorato in questo Pontificio Consiglio, allora chiamato Segretariato per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Hanno fatto un lavoro enorme, soprattutto i primi che hanno aperto nuove strade. Nello stesso tempo celebrare tale anniversario vuol dire pure che gli obiettivi di questo Pontificio Consiglio non sono stati ancora raggiunti, non siamo stati finora in grado di promuovere sufficientemente l’ecumenismo nelle diverse realtà locali cattoliche e non abbiamo conseguito il fine della unità con tutti gli altri cristiani. Oggi l’obiettivo rimane sempre quello, così come già annunciato nella Unitatis Redintegratio: il ristabilimento della piena comunione visibile tra tutti i battezzati. È chiaro che non possiamo avere in mente un modello di unità, ma esso lo troveremo insieme nel dialogo reciproco insieme con gli altri cristiani, lasciando che lo Spirito poi ci indichi in quale forma potremo essere veramente tutti in piena comunione.

Lo ha ribadito recentemente Papa Francesco quando, in occasione dei venticinque anni della Lettera Enciclica Ut unum sint, ha sottolineato come l’unità sia dono dello Spirito Santo…

R. - È una convinzione che Papa Francesco sta rilanciando sempre con grande forza. L’unità non è una meta del futuro, ma è qualcosa che già viviamo nel cammino che facciamo per costruirla, per ristabilirla. Dobbiamo semplicemente riscoprire questa comunione che ci lega e renderla sempre più evidente, sempre più concreta nelle relazioni reciproche.

Quali sono stati i passi più significativi in questi 60 anni?

R. - Sono stati compiuti dei passi enormi: possiamo dire che in questi 60 anni abbiamo riscoperto la fraternità che lega tutti i cristiani. Siamo passati dall’essere ‘avversari’ gli uni con gli altri al riconoscerci fratelli. Da questo punto di vista sono stati compiuti dei gesti molto significativi. Penso all'abbraccio tra Papa Paolo VI e Atenagora, nel 1964 a Gerusalemme, che poi fu seguito dalle visite del Pontefice a Costantinopoli e del Patriarca Atenagora a Roma, a indicare proprio una crescente comunione tra le due Chiese. A quel passo è seguita la rimozione dalla memoria della Chiesa delle reciproche scomuniche del 1054, un gesto del quale ancora dobbiamo comprendere pienamente le conseguenze canoniche per la vita delle nostre Chiese. Nel 1979 è stata poi annunciata l’istituzione di una Commissione mista per il dialogo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, un dialogo teologico, che ha dato già diversi frutti, con documenti condivisi che hanno mostrato una piena consonanza nella visione della struttura della Chiesa e della sua missione, nel valore dei Sacramenti e anche, non ultimo per l’importanza che ha questo tema, si è trovato un consenso sul fatto che nella Chiesa è necessario che ci sia anche a livello universale un primato, anche se resta ancora da chiarire la natura di questo primato perché possa essere al servizio della comunione, di tutta la Chiesa, di tutti i cristiani. Su questo dialogo si sta procedendo.

Come affrontare le differenze che permangono?

R. - Dialogo non significa cancellare le differenze, significa accoglierci nella reciproca diversità, purché queste differenze non siano in qualche modo contrarie al patrimonio e alla dottrina della nostra fede. Ci sono differenze che possono essere accettate, su altre si sta riflettendo per capire in che misura davvero sono inconciliabili. Oggi il grande rischio è quello di chi ritiene l’altro da sé un nemico, per poter così definire la propria identità. E questa incapacità di riconoscere nell’altro un fratello da amare rende difficile per tutti - anche per alcuni cattolici - riconoscere i passi finora compiuti e rendere grazie a Dio per il cammino di fraternità che è stato compiuto. Da questo punto di vista non è soltanto una questione teologica, è anche un cammino veramente spirituale per saper accettare l’alterità come una ricchezza, come una chiamata ad amare il fratello diverso da sé. Per questo la dimensione spirituale dell’ecumenismo è fondamentale, in tutto quello che si fa. Quello spirituale non è soltanto un tipo di ecumenismo. È ciò che anima, ciò che fonda tutto il dialogo che si porta avanti con gli altri cristiani.

Papa Francesco afferma che anche le questioni teologiche ed ecclesiologiche più difficili non si risolveranno mai se rimaniamo fermi: cosa comporta questo?

R. - Comporta proprio questo cammino di fraternità da costruire giorno per giorno. Svariate sono le possibilità sin da oggi, prima ancora di ristabilire la piena comunione, di lavorare insieme per il servizio ai poveri, per evangelizzare, per costruire un mondo migliore. Insieme naturalmente alla possibilità che abbiamo, fin da ora, di pregare insieme. Mentre viviamo già queste occasioni di reciproco incontro, che ci offrono la possibilità di conoscerci meglio, di imparare a stimarci gli uni e gli altri, noi ci rendiamo conto che quello che ci unisce è molto di più di quello che ci separa. In questa maniera ci prepariamo a ricevere quel dono della piena comunione che viene da Dio.

In questi 60 anni ci sono stati progressi e incontri importanti. Ricordiamo, quattro anni fa, l’abbraccio e la dichiarazione comune a Cuba tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, Kirill. Quali sono oggi le prospettive del cammino ecumenico?

R. - La prospettiva è quella di proseguire su un dialogo che abbracci quante più dimensioni possibili. Non un dialogo che sia concepito soltanto come incontro tra accademici, tra teologi o tra leader delle diverse Chiese, ma un dialogo che coinvolga la vita delle comunità cristiane e dei singoli fedeli, perché insieme possano compiere questo cammino, lavorando insieme, pregando insieme, collaborando in quelle cose che già si possono fare insieme. Solo così si potranno fare progressi sostanziali lungo la strada della piena unità.

© www.vaticannews.va, martedì 2 giugno 2020