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Pentecoste: suggerimenti dello Spirito per i cristiani di oggi

Le parole di Papa Francesco sullo Spirito Santo, “lo sconosciuto della nostra fede” che opera tutto in modo nascosto: dona la gioia, la pace, l’amore, ci fa vivere da risorti, quali figli di Dio. Grazie a Lui possiamo guardarci come fratelli

Lo Spirito Santo fa tutto, ma non si vede. Si possono vedere i suoi effetti, ma occorre un cuore aperto. È umile, Amore nascosto, è Dio. Parla ogni giorno, sommessamente, in mezzo al nostro frastuono. Bisogna fare silenzio per ascoltarlo. Ma chi è e cosa ci dice lo Spirito?

Senza lo Spirito Santo non siamo cristiani

È “lo sconosciuto della nostra fede” dice Papa Francesco (Omelia a Santa Marta, 13 maggio 2013): eppure, senza di Lui non siamo cristiani, non esiste la Chiesa né la sua missione. Senza di Lui viviamo una doppia vita: cristiani a parole, “mondani” nei fatti.

Lo Spirito ci fa vivere da risorti

Lo Spirito “non è una cosa astratta”, è una Persona che ci cambia la vita: com’è accaduto agli apostoli, ancora timorosi e chiusi nel Cenacolo, nonostante avessero visto Gesù risorto, e dopo Pentecoste “impazienti di raggiungere confini ignoti” per annunciare il Vangelo, senza più paura di dare la vita. “La loro storia ci dice che persino vedere il Risorto non basta, se non lo si accoglie nel cuore. Non serve sapere che il Risorto è vivo se non si vive da risorti. Ed è lo Spirito che fa vivere e rivivere Gesù in noi, che ci risuscita dentro” (Omelia di Pentecoste, 9 giugno 2019).

Diventiamo figli di Dio e fratelli tra di noi grazie allo Spirito

La nuova vita, quella vera di risorti, è “riallacciare la nostra relazione col Padre, rovinata dal peccato”. Questa è la missione di Gesù: “toglierci dalla condizione di orfani e restituirci a quella di figli” amati da Dio. “La paternità di Dio si riattiva in noi grazie all’opera redentrice di Cristo e al dono dello Spirito Santo”. È grazie a questa relazione col Padre e col Figlio che “lo Spirito Santo ci fa entrare in una nuova dinamica di fraternità. Mediante il Fratello universale, che è Gesù, possiamo relazionarci agli altri in modo nuovo, non più come orfani, ma come figli dello stesso Padre buono e misericordioso. E questo cambia tutto! Possiamo guardarci come fratelli” (Omelia di Pentecoste, 15 maggio 2016).

L’uomo spirituale porta concordia dov’è conflitto

Noi dobbiamo sempre diminuire, Gesù deve sempre crescere in noi. Il rischio è di servirsi di Cristo più che servirlo. La via è uscire da noi stessi, allontanandoci dal nostro egocentrismo. È possibile grazie alla preghiera che suscita in noi lo Spirito. “Quando spezziamo il cerchio del nostro egoismo, usciamo da noi stessi e ci accostiamo agli altri per incontrarli, aiutarli, è lo Spirito di Dio che ci ha spinti. Quando scopriamo in noi una sconosciuta capacità di perdonare, di amare chi non ci vuole bene, è lo Spirito che ci ha afferrati” (Omelia a Istanbul, 29 novembre 2014). Chi vive secondo lo Spirito “porta pace dov’è discordia, concordia dov’è conflitto. Gli uomini spirituali rendono bene per male, rispondono all’arroganza con mitezza, alla cattiveria con bontà, al frastuono col silenzio, alle chiacchiere con la preghiera, al disfattismo col sorriso”. “Per essere spirituali” occorre mettere lo sguardo dello Spirito “davanti al nostro” (Omelia di pentecoste, 9 giugno 2019).

Lo Spirito crea l’unità nella diversità

La divisione tra i cristiani è uno dei grandi scandali che allontana dalla fede. Il diavolo divide, mentre “lo Spirito fa dei discepoli un popolo nuovo”, perché “crea un cuore nuovo”. “A ognuno dà un dono e tutti raduna in unità. In altre parole, il medesimo Spirito crea la diversità e l’unità”, “l’unità vera, quella secondo Dio, che non è uniformità, ma unità nella differenza”. Occorre resistere “a due tentazioni ricorrenti. La prima è quella di cercare la diversità senza l’unità. Succede quando si formano schieramenti e partiti, quando ci si irrigidisce su posizioni escludenti … magari ritenendosi i migliori … si diventa tifosi di parte anziché fratelli … Cristiani di destra o di sinistra prima che di Gesù; custodi inflessibili del passato o avanguardisti del futuro prima che figli umili e grati della Chiesa. Così c’è la diversità senza l’unità. La tentazione opposta è invece quella di cercare l’unità senza la diversità” e tutto diventa “uniformità, obbligo di fare tutto insieme e tutto uguale, di pensare tutti allo stesso modo”. Invece, lo Spirito “crea la diversità” e poi “realizza l’unità: collega, raduna, ricompone l’armonia” (Omelia di Pentecoste, 4 giugno 2017).

Lo Spirito del perdono è il collante che ci tiene insieme

L’unità è possibile nel perdono. “Gesù non condanna i suoi, che lo avevano abbandonato e rinnegato durante la Passione, ma dona loro lo Spirito del perdono. Lo Spirito è il primo dono del Risorto e viene dato anzitutto per perdonare i peccati. Ecco l’inizio della Chiesa, ecco il collante che ci tiene insieme, il cemento che unisce i mattoni della casa: il perdono. Perché il perdono è il dono all’ennesima potenza, è l’amore più grande, quello che tiene uniti nonostante tutto, che impedisce di crollare, che rinforza e rinsalda. Il perdono libera il cuore e permette di ricominciare: il perdono dà speranza, senza perdono non si edifica la Chiesa. Lo Spirito del perdono, che tutto risolve nella concordia, ci spinge a rifiutare altre vie: quelle sbrigative di chi giudica, quelle senza uscita di chi chiude ogni porta, quelle a senso unico di chi critica gli altri. Lo Spirito ci esorta invece a percorrere la via a doppio senso del perdono ricevuto e del perdono donato” (Omelia di Pentecoste, 4 giugno 2017).

Dio ci parla ancora oggi

Lo Spirito di verità non smette di parlare, ci fa entrare sempre più pienamente nel senso delle parole di Gesù. È la novità del Vangelo, di una Parola sempre viva, perché il cristianesimo, come dice il Catechismo della Chiesa cattolica, non è una “religione del Libro”, “una parola scritta e muta”, ma della Parola di Dio, cioè il Verbo incarnato e vivente. “La novità ci fa sempre un po’ di paura, perché ci sentiamo più sicuri se abbiamo tutto sotto controllo, se siamo noi a costruire, a programmare, a progettare la nostra vita secondo i nostri schemi, le nostre sicurezze, i nostri gusti. E questo avviene anche con Dio. Spesso lo seguiamo, lo accogliamo, ma fino ad un certo punto; ci è difficile abbandonarci a Lui con piena fiducia, lasciando che sia lo Spirito Santo l’anima, la guida della nostra vita, in tutte le scelte; abbiamo paura che Dio ci faccia percorrere strade nuove, ci faccia uscire dal nostro orizzonte spesso limitato, chiuso, egoista, per aprirci ai suoi orizzonti. Ma, in tutta la storia della salvezza, quando Dio si rivela porta novità … trasforma e chiede di fidarsi totalmente di Lui” (Omelia di Pentecoste, 19 maggio 2013).

Le resistenze allo Spirito Santo: la tentazione di addomesticarlo

“È sempre presente in noi la tentazione di fare resistenza allo Spirito Santo, perché scombussola, perché smuove, fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti. Ed è sempre più facile e comodo adagiarsi nelle proprie posizioni statiche e immutate. In realtà, la Chiesa si mostra fedele allo Spirito Santo nella misura in cui non ha la pretesa di regolarlo e di addomesticarlo. E la Chiesa si mostra fedele allo Spirito Santo anche quando lascia da parte la tentazione di guardare sé stessa. E noi cristiani diventiamo autentici discepoli missionari, capaci di interpellare le coscienze, se abbandoniamo uno stile difensivo per lasciarci condurre dallo Spirito. Egli è freschezza, fantasia” che “non riempie tanto la mente di idee, ma incendia il cuore” e spinge a “un servizio di amore, un linguaggio che ciascuno è in grado di comprendere” (Omelia a Istanbul, 29 novembre 2014).

Missione è portare al mondo la gioia dello Spirito

Senza lo Spirito Santo non esiste la missione. Infatti, la missione non è opera nostra, è un dono. La Chiesa ha bisogno di evangelizzatori che si aprano “senza paura all’azione dello Spirito Santo” che “infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia (parresia), a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche controcorrente” (Evangelii gaudium, 259). Si tratta di evangelizzatori consapevoli che “la missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo” (EG 268). Gesù vuole “che tocchiamo la carne sofferente degli altri” (EG 270). “Nel nostro rapporto col mondo siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano” (EG 271). “Può essere missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri” (EG 272): “se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita” (EG 274). La gioia, la pace, l’amore, sono frutti dello Spirito.

Sergio Centofanti

© www.vaticannews.va, venerdì 29 maggio 2020

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