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Per una progettazione pastorale coerente e incisiva

Intervento di don Ivan Maffeis, vice direttore dell'Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali al Convegno dei Direttori degli Uffici diocesani per le comunicazioni sociali di recente nomina, dal tema "Una fede che si fa cultura". Roma, venerdì 19 ottobre 2012.

Sarà che viene un’età nella quale la memoria si cristallizza – vale a dire che si fissano meglio gli avvenimenti lontani di quelli recenti – ma, mentre riflettevo su questo incontro con voi, mi tornava in maniera vivida un ricordo d’infanzia. Rivedo nei dettagli la scatola di dadi colorati di mia cugina: in quella valigetta era racchiusa la fiaba di Biancaneve, rappresentata in 6 quadri, il principale dei quali stampato direttamente sul coperchio, gli altri su piccoli poster custoditi all’interno.

Con quei dadi fra le mani, facevamo a gara a comporre le scene e, quindi, la fiaba, consultando prima di ogni mossa le immagini riprodotte per assicurarci di essere sulla strada giusta.

Oggi sappiamo quanto la situazione sia diversa: l’immagine non è nota, non ci si muove più a partire da un disegno finale, ma da frammenti che si stentano a ricondurre a unità, pezzi che si accostano – quasi a seconda del momento – cercando di scoprire come ordinarli per ottenere un quadro almeno soddisfacente.

Come osserva il nostro Direttorio – il Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa – viviamo in un contesto sociale e culturale «sempre più complesso, segmentato e pluralistico»[1]; un contesto che ha sostituito l’esperienza con l’esperimento e si riduce a provare le diverse possibilità, fino a comporre l’immagine di volta in volta preferita: «Ogni cosa è a tempo determinato, dal lavoro agli affetti – scrive p. Antonio Spadaro –; tutto si può (e, anzi, si deve) cambiare. La cancellazione dell’esperienza è data, dunque, dalla sua precarietà, dalla sua reversibilità… Nulla sembra lasciare traccia in noi», conclude il direttore di Civiltà Cattolica[2].

I dadi diventano così preda di soluzioni mutevoli, secondo una complessità dove ben presto si rinuncia persino a credere che possa esistere un disegno definito, dotato di senso, che richiederebbe una pluralità di azioni coerenti – una fedeltà – per dar vita a un tratto unitario, per trovare la loro collocazione nel quadro d’insieme.

La coerenza è invece il filo che unisce i diversi ambiti della vita quotidiana – gli affetti, il lavoro, la festa, la sofferenza, la scuola, la parrocchia, il tempo libero – nella misura in cui essi non si riconoscono solamente conciliabili fra loro, ma si sviluppano anche secondo continuità.

Di questo disegno voi, come operatori della comunicazione, costituite maestranza qualificata: con il vostro impegno quotidiano, con la vostra preparazione e competenza, con la vostra fatica e passione ecclesiale, con l’offerta della vostra esperienza e del vostro pensiero contribuite a dar forma – un tassello dopo l’altro, un tassello accanto all’altro – al quadro d’insieme.

È la prospettiva da cui muove il Direttorio: «Per situarsi nel cuore del progresso umano cercando di capirlo ed interpretarlo e per affrontare i problemi della comunicazione della fede nella società dominata dai media, non basta affinare gli strumenti o affidarsi alle nuove tecnologie; è indispensabile cogliere le sfide culturali lanciate alla società e alla Chiesa dal nuovo orizzonte comunicativo»[3].

Un contributo qualificato alla lettura di quanto sta avvenendo ci è stato offerto ieri sera da don Domenico, arricchito dall’ampio confronto che ne è scaturito; un altro ce lo offrirà a suggello di questo nostro convegno S.E. Mons. Claudio Giuliodori, la cui presidenza della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali porta con sé l’esperienza maturata negli anni che l’hanno visto direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali. Sullo sfondo dell’impegno ad aiutarci a interpretare questo tempo, il mio intervento intende soffermarsi sull’identità e sulla missione di un ufficio diocesano per la comunione sociale. Forse, per molti aspetti, basterebbe tornare a quanto già sappiamo: «Non si tratta tanto di inventare cose nuove, quanto di cominciare a dare nuovo vigore a ciò che in molti casi già esiste, ma nei confronti della nuova cultura si trova impotente, spuntato, afono»[4]. Sono ancora parole del Direttorio, di cui ci apprestiamo a celebrare il decennale, testo che farà da filo conduttore al mio dire; parole che già ci mettono in guardia, invitandoci a riconoscere nella rassegnazione il primo nemico dal quale guardarsi con attenzione.

 

 

1. Sulla piazza del villaggio globale

1.1. Da strumenti ad ambiente

La metafora dei media come ambiente, richiamata da don Domenico, ci fa intuire che essi oggi non sono nuovi modi con cui ci è riportato il mondo, ma una forza che crea un nuovo mondo; una componente essenziale che disegna il nostro mondo.

Il cambiamento di prospettiva – da canali, mezzi, linguaggi ad ambiente – è legato alla diversa presenza e importanza che la comunicazione ha assunto: questa ormai intreccia profondamente la vita – sia personale che sociale –  per cui mondo mediale e mondo sociale si rivelano due facce dell’unico mondo in cui viviamo; due facce che nei social network tendono a sovrapporsi; un ambiente, appunto. Rispetto anche al recente passato, viviamo anni di rivoluzione continua, in cui il cambiamento porta con sé una sorta di mitologia della novità, dell’innovazione: anche soffermandoci semplicemente sulla dimensione tecnologica, quello della comunicazione appare come l’unico settore che sembra non pagare lo scotto della crisi economica.

 

1.2. Dall’autorità alla testimonianza dialogica

Il nuovo ambiente asseconda, produce e amplifica una serie di processi sociali, che riducono la centralità di istituzioni e di organizzazioni che tradizionalmente mediavano e orientavano le persone nelle diverse sfere della vita.

È, il nostro, il tempo dell’accesso diretto, a prescindere da ogni forma di mediazione visibile e quindi da ogni tradizione. Nell’eccedenza di informazioni viviamo la moltiplicazione e la frammentazione dei punti di vista, che ha spesso come effetto l’incertezza e la conseguente instabilità delle nostre visioni delle cose:

“Il web è la mia carta e la mia penna, sono diventato più bravo a raccogliere informazioni. Ma la mia conoscenza è più fragile. Per ogni informazione che trovo c’è qualcuno pronto a dire il contrario. Ogni dato ha il suo antidato. Non ho più certezze. Invece di affidarmi a un’autorità, sono costretto a crearmi le certezze su tutto quello che leggo… La capacità di accettare l’incertezza è uno dei cambiamenti che ho subito. L’incertezza ha dei tratti in comune con la liquidità, e ora anche il mio modo di pensare è più liquido. Non è statico, è fluido come una voce di Wikipedia. Cambio opinione più spesso. I miei interessi nascono e muoiono rapidamente. Sono meno interessato alla Verità e sempre più interessato alle verità” (Kevin Kelly, cofondatore di Wired).

 

1.3. Una narrazione polifonica

La comunicazione ha profondamente ridotto le distanze, spingendoci a essere più diretti, quasi a confondere l’ambito dell’io sociale con quello più personale. Oggi il privato non solo non è nascosto, ma è raccontato e mostrato, perché ci rappresenta, dice chi siamo, ci attira l’interesse altrui. Esponiamo una quantità crescente di informazioni che ci riguardano, le rendiamo disponibili agli altri: penso alle immagini postate sui social network (fino alle ecografie della gravidanza). “Sembriamo non provare alcuna gioia nell’avere segreti” (Bauman). Più ciò accade, più consideriamo la cosa normale, producendo continui slittamenti su ciò che consideriamo privato.

 

1.4. “Sociale” al tempo di Facebook

Se la comunità in cui siamo cresciuti era – ed è – definita dall’aspetto territoriale e dal legame concreto, oggi avanza la possibilità di un altro tipo di comunità, quella che potremmo definire “comunità relazionale”, che può sorgere e mantenersi proprio attraverso la comunicazione consentita dai media: comunità legate da gusti, interessi, affinità, riferimenti culturali comuni.

“Sociale” nella nostra cultura è ciò che riguarda una dimensione altra rispetto a quella dell’individuo; ha un valore di vincolo, di protezione, di appartenenza. Nei social network, invece, “sociale” è la condizione per essere visibili, per essere riconosciuti, per allargare la rete dei propri contatti: “Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita”[5].


2. “Come può operare la Chiesa all’interno di questa cultura?”[6]

2. 1. Un lavoro qualificato, metodico e condiviso

La fatica che spesso incontriamo nello svolgere il nostro lavoro, non deve permetterci di distogliere lo sguardo dalla responsabilità che ci è affidata e dalla necessità che sappiamo assumerla con rinnovato impegno. Forse, parafrasando le parole di Benedetto XVI[7], non ci è dato l’entusiasmo di ieri; ma la sobrietà e l’umiltà di cui questo tempo contribuisce a rivestirci, non ledono la rilevanza e la bellezza di una nostra presenza viva, qualificata e appassionata sulla piazza di questo tempo.

“Come può operare la Chiesa all’interno di questa cultura?” Una prima risposta è quella che ci vede metterci in gioco per offrire occasioni di riflessione e di approfondimento proprio sulla cultura che respiriamo, convinti che il nodo del problema risiede nel legame tra cultura e comunicazione[8]. “L’ufficio si configura come servizio alla comunità ecclesiale, e in particolare al vescovo e agli uffici pastorali mettendoli a conoscenza degli orientamenti dell’opinione pubblica... Il vescovo deve trovare nell’ufficio un utile supporto; per conoscere la realtà rappresentata e commentata quotidianamente dai media; per avere rassegne stampa tematiche, informazioni e pareri; per esaminare situazioni particolari e individuare l’atteggiamento da tenere e gli eventuali interventi da fare nei confronti dei media”[9].

Più in generale, pensiamo a quanta attesa oggi c’è – tra genitori, insegnanti, educatori, fra quanti «stanno crescendo figli in questa cultura mediale»[10] – di un contributo di pensiero che non concerne tanto i rischi o le opportunità della rete, ma le implicazioni spirituali, esistenziali e sociali che veicola: “La domanda di fondo, infatti, non riguarda tanto l’identikit del nativo digitale, ma se la capacità di connetterci come esseri umani, all’interno di una società caratterizzata da nuove forme di tecnologia della comunicazione, si stia affievolendo o potenziando”[11].

Di fronte all’apparente assenza di barriere all’accesso all’informazione, il problema diventa quello della selezione e, quindi, dell’interpretazione, dell’accompagnamento educativo. Siamo consapevoli che la competenza richiesta non concerne gli aspetti d’uso del dispositivo tecnologico, ma chiama in causa livelli più complessi, legati ai riferimenti sociali, culturali, simbolici, valoriali dei naviganti… In gioco vi è la responsabilità di saper trasmettere ragioni di vita, come evidenziano gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il decennio. A far la differenza, ancora una volta, è la persona, la sua maturità, la sua capacità di stare sulla piazza da testimone.

Una presenza che – al pari del lavoro di formazione – per essere “qualificata, metodica e condivisa”[12], non può essere opera di naviganti solitari: richiede il supporto di “una commissione composta da persone competenti”[13], di un “luogo” in cui sperimentare autentiche alleanze educative.

“Non si tratta tanto di insegnare qualcosa di nuovo, quanto di stare insieme nell’affrontare lo stesso problema, la stessa situazione che è quella appunto di vivere all’interno dei media e di comprendere che cosa questo significhi per noi ad ogni livello (cognitivo, etico, esistenziale)”[14].

 

2. 2. Per un’eccedenza qualitativa

“L’ufficio si configura soprattutto come luogo di coordinamento, comunicazione e dialogo”, la cui “azione coinvolge tutta la comunità ecclesiale”[15].

Partendo dalle “reali potenzialità delle diocesi”[16] – quindi da una loro disanima – diventa prioritario l’impegno di “ripensare e rilanciare la funzione dei media cattolici”[17]. Non è tempo di coltivare progetti faraonici: la congiuntura economica, il venir meno delle sovvenzioni governative, il moltiplicarsi delle agenzie informative… sono tutti elementi che rendono “necessario valutare con attenzione investimenti e tipo di organizzazione”[18] e che domandano lo sforzo di riposizionarsi, essenzializzando, senza che questo vada a scapito della presenza e della qualità.

Qualche anno fa, a fronte della chiusura del Resegone, settimanale della diocesi di Lecco – poco prima aveva chiuso Luce, settimanale del Varesotto – Avvenire pubblicò una lettera venata di comprensibile amarezza: «Mi chiedo – scriveva il lettore –: nella nostra diocesi non è più condiviso il valore della stampa cattolica come strumento di evangelizzazione e le preoccupazioni di bilancio, senza aver tentato un rilancio, sono più forti di queste ragioni? Non ci sono sacerdoti, vescovi e cardinali che si preoccupano della formazione dei fedeli anche attraverso questo moderno strumento di comunicazione?... E la Fisc?... E la Cei?...».

L’allora direttore, Dino Boffo, dopo aver riconosciuto che «ogni giornale che chiude è una luce che si spegne», aggiungeva: «Allorché un epilogo del genere si profila all’orizzonte, se per tempo ci si allerta tutti adeguatamente, si può scongiurarlo… Noi abbiamo un dovere in più degli altri giornali nel darci regole personali e aziendali compatibili con la situazione. Il denaro che la Chiesa indirizza verso l’una o l’altra delle nostre iniziative prima o poi dovrà misurarsi con ciò che si produce in termini di missionarietà. Perché è a quel punto che lo strumento diventa pastoralmente “irrinunciabile”»[19].

A fronte di quanto accade e che, per molti versi, erode rapidamente un patrimonio culturale ispirato dall’esperienza cristiana ed ecclesiale, non ci è dato di restare inerti. Visitando le diocesi, ci si accorge del lavoro che molti di voi stanno portando avanti, ponendo le basi per procedere oltre: «Se, come credo, tra qualche anno si tornerà a crescere – scrive Mauro Magatti – la crescita sarà di nuova generazione. Non una mera espansione quantitativa, ma una “eccedenza” qualitativa, capace di mettere a frutto la ricchezza principale di cui dispongono (potenzialmente, almeno) le democrazie avanzate. E cioè la ricchezza umana e spirituale che solo un mondo di liberi può sprigionare»[20]

Tra gli impegni che il Direttorio ci affida c’è quello di «condividere le risorse favorendo una sapiente sinergia tra le molte iniziative mediali. Il patrimonio dei media presenti nella diocesi va integrato con le diverse realtà esistenti a livello locale, interdiocesano, regionale, nazionale e in alcuni casi anche internazionale»[21]. Se ieri, con un po’ di superficialità, “sinergia” poteva sembrare una sorta di parola magica, che si poteva comunque disattendere alla prova dei fatti, oggi è una necessità che, in quanto tale, s’impone.

“Lo sviluppo di sinergie tra i vari media e in particolare tra stampa, televisione, radio e internet, costituisce un obiettivo fondamentale da perseguire in modo graduale e organico sia per le strutture sia per il personale”[22].

Tanti di voi hanno avviato questo lavoro di coordinamento che porta allo sviluppo di concrete condivisioni tra settimanale diocesano, radio, televisione, sito web, sala della comunità…; sinergia avvantaggiata dalla piattaforma digitale, ma soprattutto da una precisa volontà politica. Tale sinergia valorizza i nostri media nazionali – da Avvenire a TV2000[23], dal circuito radiofonico inBlu al SIR – “luoghi” di informazione, di un’informazione puntuale e alternativa, e allo stesso tempo, “luoghi” di crescita e di maturazione in uno sguardo di fede[24], nonché di sviluppo di quel senso critico, che è “necessario per una sincera ricerca della verità”[25]. L’impegno professionale e, quindi, economico mira a “rendere tutti capaci di coniugare l’esperienza della fede con la nuova cultura mediale”[26].

Di qui il nostro dovere di promuoverli con sincera e appassionata convinzione.

In sintesi: “Ciascuna diocesi… dovrà attentamente valutare lo stato dei media ed elaborare un progetto per il loro sviluppo o aggiornamento e la loro integrazione sinergica, tenendo conto del contesto locale, ma anche del quadro regionale e nazionale, affrontando con coraggio progetti innovativi, anche quando richiedono investimenti in risorse umane ed economiche”[27].

 

2. 3. A porte aperte

Ho accennato alla Sala della Comunità, che Giovanni Paolo II considerava “propedeutica al tempio”[28] – oggi diremmo un “cortile dei gentili” – che, tra mille difficoltà di coinvolgimento, di adeguamento, di programmazione… rappresenta “una vera e propria struttura pastorale al servizio della comunità”[29], con un ruolo rilevante nell’ambito del Progetto culturale orientato in senso cristiano.

«La missione della Chiesa, sia dal punto di vista di un’autentica capacità di comunione ecclesiale, sia sotto il profilo dell’annuncio da rivolgere ai lontani, esige oggi che si considerino la comunicazione e la cultura non tanto fattori strumentali quanto piuttosto dimensioni essenziali dell’evangelizzazione e dell’azione pastorale»[30].

Comunicazione e cultura sono campi che si compenetrano in una Chiesa che è consapevole di essere «non chiamata soltanto ad usare i media per diffondere il Vangelo ma, oggi più che mai, ad integrare il messaggio salvifico nella ‘nuova cultura’ che i potenti strumenti della comunicazione creano ed amplificano»[31].

Tutto questo vive di «luoghi di incontro e di dialogo», di «spazi di cultura e di impegno, per un’azione sapiente di recupero culturale, di pre-evangelizzazione e di piena evangelizzazione”[32]: non dovrebbe forse essere proprio questo il volto delle nostre sale della Comunità?

Ne comprendiamo, allora, l’orizzonte: “Oltre ai tradizionali media del cinema e del teatro, la sala della comunità oggi è anche occasione per creare percorsi educativi con la televisione, la musica e le nuove tecnologie. La sala utilizza ogni strumento di comunicazione a seconda delle proposte e delle persone a cui vuole riferirsi. Per la diversità degli strumenti e per la varietà dell’utilizzo, oggi la sala della comunità si presenta come una struttura polivalente”[33].

La significatività dell’esperienza dei Teatri del Sacro[34].

 

2. 4. Una cultura e una comunicazione da animare

La possibilità di realizzare almeno in parte gli obiettivi che stiamo elencando, è strettamente proporzionata alla nostra capacità di intessere relazioni significative sul territorio, là dove spesso lamentiamo la scarsa sensibilità dei parroci e la fatica a far comprendere l’importanza – se non la necessità – di una pastorale ripensata alla luce dell’evoluzione dei linguaggi della comunicazione: «Tutta la vita della comunità parrocchiale dovrebbe essere ripensata in un’ottica più organica e integrata, tenendo conto della cultura determinata dai media»[35]. Ancora: «La cultura dei media richiede che l’azione pastorale sia ripensata nella sua interezza e non solo in qualche suo aspetto esteriore: dai linguaggi della catechesi alle celebrazioni liturgiche, dal modo in cui la comunità parrocchiale viene informata delle attività alla gestione della bacheca, dalla disposizione dei manifesti alla realizzazione del bollettino parrocchiale, dal ricorso agli strumenti audiovisivi al rapporto con i media laici ed ecclesiali, nazionali e locali, fino all’uso delle nuove tecnologie»[36].

A livello di catechisti, un contributo significativo viene oggi dal nuovo portale www.educat.it [37].

Lo stesso patrimonio artistico ed architettonico, grazie alla cultura mediale, può costituire l’occasione per percorsi formativi, itinerari turistici, offerta di presenza e di pre-evangelizzazione[38]

Il nostro lavoro va, quindi, a stimolare la comunicazione nel campo della carità, «consci che la testimonianza in questo campo costituisce un fattore determinante per la credibilità del messaggio evangelico e della Chiesa, in sintonia con un contesto mediale che ha nell’elemento narrativo la sua forza comunicativa»[39].

Insomma, «gli ambiti d’azione possono essere molteplici e diversificati… Occorre rompere il cerchio di autoreferenzialità che spesso rende il vissuto ecclesiale chiuso e restio al dialogo. Troppe comunità stentano a comunicare o non ne avvertono affatto la necessità»[40].

E qui diventa evidente l’importanza di curare – accanto alla professionalità di chi opera nei nostri media – la formazione di animatori della cultura e della comunicazione, che favoriscano «una piena integrazione della vita parrocchiale con la nuova cultura dei media e promuovere le opportune iniziative»[41], tra cui gestione del sito internet della parrocchia, quale «il sito della parrocchia può rivelarsi uno strumento prezioso per l’evangelizzazione, la conoscenza delle attività della parrocchia, la crescita della comunicazione e della comunione nella stessa comunità»[42].

Il corso Anicec – completato ormai da qualche centinaio di persone – risponde a queste esigenze, proponendosi di formare figure che sappiano utilizzare tutte le forme della comunicazione per promuovere attività culturali e comunicative all'interno della propria comunità e della propria diocesi, con particolare attenzione al territorio e ai relativi contesti culturali.

A questi animatori fa riferimento il “Portaparola” di Avvenire, un ruolo che richiama quello dei diffusori della stampa cattolica e che certamente va ripensato e rilanciato «a partire dalle diverse caratteristiche assunte dai media»[43] e, soprattutto, con un orizzonte che abbracci la promozione di tutti i nostri media.

In questa prospettiva, vi accenno solamente, un’attenzione è richiesta anche nei confronti dei corsi che si svolgono nei Seminari teologici e negli Istituti Superiori di Scienze Religiose, perché non sia elusa l’offerta di una «formazione alla comunicazione sociale di tipo teorico e pratico, secondo quanto previsto dagli ordinamenti in materia»[44].

 

2. 5. Un Santo in paradiso

Tra le occasioni da valorizzare in maniera più oculata di quanto spesso non avvenga, c’è la Giornata Mondiale per le comunicazioni sociali. Il Direttorio raccomanda che si eviti che «le proposte di riflessione o di attività si riducano al momento liturgico, a un cenno nell’omelia o nella preghiera dei fedeli»[45]: aiutiamoci a individuare per tempo quelle iniziative che possono valorizzare al meglio questo momento, qualificandolo realmente.

Già la ricorrenza della festa di S. Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e dei comunicatori, sembra essere entrata con maggiore convinzione, diventando in tante diocesi occasione per l’incontro del Vescovo con tutti i professionisti e gli operatori dei media. Con questi ultimi è evidente che la nostra attenzione non può limitarsi a opportunità sporadiche: “I rapporti con i giornalisti e gli organi di informazione non ecclesiali presenti nel territorio della diocesi vanno curati con attenzione. È un impegno delicato e importante”[46]. Si tratta di curare la qualità della relazione, sapendo che da questa dipende a volte il modo con cui la Chiesa è trattata sui media, quindi la stessa partecipazione alle conferenze stampa, la richiesta di un’intervista, la ripresa di un comunicato stampa, fino alla possibilità di essere informati tempestivamente di quanto accade.

 

2. 6. Per un piano pastorale integrato

Un ultimo punto, che riassume tutto quelli a cui ho cercato di far cenno, riguarda la necessità di «definire un piano pastorale per le comunicazioni sociali»[47]. Negli anni in cui sono stato direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali di Trento non sono riuscito a metterlo a punto, complice il lavoro nei media diocesani e il ruolo di portavoce del Vescovo.

Eppure, questo quadro di fondo nel quale una pastorale organica della comunicazione viene a collocarsi, costituisce – per tornare all’immagine dalla quale siamo partiti – quel riferimento che permette ai dadi di disporsi nel modo più consono. Pur nell’attenzione a riconoscere che «deve essere adeguato al contesto specifico di ogni diocesi»[48], aiutarci e sostenerci reciprocamente in questa elaborazione diventa un contributo decisivo, convinti che – come ci ricorda Aetatis Novae, citata nel Direttorio[49]– «non ci si deve accontentare di avere un piano pastorale per la comunicazione, ma è necessario che la comunicazione sia parte integrante di ogni piano pastorale», quale «componente essenziale della Nuova Evangelizzazione»[50].

È compito nostro «ispirare e proporre un piano di comunicazione sociale organico e integrato, a partire dalle reali potenzialità della diocesi»[51].

 


3. Quasi una conclusione

Le difficoltà con cui oggi ci misuriamo non sono legate solo a questioni di ordine tecnologico, come il doversi confrontare con una comunicazione che viaggia su fibre digitali e satelliti. La vera difficoltà è piuttosto quella di muoversi in un contesto in cui il disegno complessivo e condiviso è saltato: qualche dado è perfino andato perso, senza che questo susciti troppa preoccupazione…La difficoltà del nostro lavoro passa dalla fatica di riuscire a offrire chiavi di lettura attorno a temi complessi come quelli della vita, della famiglia e dell’educazione, che domandano un surplus di creatività culturale, di impegno, di ostinata pazienza per far opinione.

Affinché il nostro impegno non rimanga nel cassetto dei sogni, concludo con alcune condizioni, volte a evitarci la sterilità delle lamentele per cogliere, invece, le opportunità che fanno, anche di questo, un tempo favorevole. Eccole, in estrema semplicità.

3. 1. Emanciparsi rispetto alla tendenza a far da soli. Fare rete all’interno: per la Chiesa ne va della sua stessa natura. Attrezzarsi una mentalità che consenta di lavorare insieme. Senza questa prospettiva, ogni scelta è destinata a raddoppiare i nodi di una matassa già ingarbugliata.

3. 2. Rinsaldare il senso d’appartenenza. Come? Ripartendo dalla cronaca, dal territorio, dai volti dei ragazzi e delle loro famiglie, dal rispetto per la loro storia; far spazio, fidarsi, valorizzando le disponibilità. Dall’incontro, dall’ascolto e dal confronto, emergono idee che incoraggiano l’innovazione.

3. 3. Formare e autoformarsi come persone capaci, motivate e libere nell’assumersi responsabilità nella Chiesa come nella società. La crisi che viviamo a livello economico, culturale, politico e sportivo è frutto anche di un’assenza di leader preparati, nei diversi ambiti di responsabilità e di servizio.

Per “tradurre” questi spunti in priorità anche per il nostro lavoro, accomunati da uno sguardo attento ed appassionato, serve il coraggio di richiamarci reciprocamente, convinti che - se si vuole restare motori di sviluppo - non ci si può più illudere di vivere di rendita o di continuare come s’è sempre fatto.

Per noi credenti significa andare avanti con il passo di una Chiesa che testimonia la sua popolarità, la sua bellezza, la sua passione per l’umanità.

don Ivan Maffeis

vice direttore UNCS



[1] Conferenza Episcopale Italiana, Comunione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, LEV 2004, 96.

[2] A. Spadaro, Svolta di respiro, Vita & Pensiero, Milano 2010, pag. 3.

[3] CEI, Comunione e missione, cit., 93.

[4] Ibid., 97.

[5] Dall’homepage del sito.

[6] CEI, Comunione e missione, cit., 96.

[7] Benedetto XVI, Saluto ai partecipanti alla fiaccolata promossa dall’Azione Cattolica in occasione dell’apertura dell’Anno della Fede, 11 ottobre 2012.

[8] Cfr. ibid., 97.

[9] Ibid., 192.

[10] Ibid., 195.

[11] M. Visentin, L’educazione che connette, in Credere oggi, n. 3/2011, pag. 56.

[12] Ibid., 103.

[13] Ivi.

[14] F. Ceretti, Sala della Comunità e sfida pedagogica. Uno spazio per la new Media Education, in L’ACEC e la Sala della Comunità. Le sfide del futuro, Atti del VI Convegno Nazionale (Roma, 19-21 maggio 2009), 2011, pag. 89.

[15] CEI, Comunione e missione, cit., 190.

[16] Ivi.

[17] Ibid., 112.

[18] Ibid., 114.

[19] Avvenire, 9 ottobre 2007, pag. 33.

[20] M. Magatti, La grande contrazione. I fallimenti della libertà e le vie del suo riscatto, Feltrinelli, Milano 2012, p.14.

[21] CEI, Comunione e missione, cit., 101.

[22] Ibid., 104.

[23] Già nella nota della Commissione Episcopale per le comunicazioni sociali, La sala della Comunità: un servizio pastorale e culturale, 1999, n. 28, troviamo l’invito a suscitare nei telespettatori “una competenza nell’uso della televisione che permetta di non essere dipendenti e di operare una selezione dei programmi, valorizzando in modo particolare la nuova produzione televisiva realizzata dall’emittenza cattolica attraverso la programmazione a carattere nazionale”.

[24] Cfr. CEI, Comunione e missione, cit., 101.

[25] Ivi.

[26] Ibid., 101.

[27] Ibid., 104.

[28] Cfr. ibid., 115.

[29] Ibid., 115.

[30] C. Giuliodori, Comunicazione e cultura nella missione della Chiesa in Italia, in L’ACEC e la Sala della Comunità. Le sfide del futuro, cit. pag. 51.

[31] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Il rapido sviluppo, 24 gennaio 2005.

[32] Commissione Episcopale per le comunicazioni sociali, Le sale cinematografiche parrocchiali, 1982, n.1.

[33] Commissione Episcopale per le comunicazioni sociali, La sala della Comunità, cit., 24.

[34] Il teatro si offre come strumento di comunicazione del vissuto religioso e dell’esperienza spirituale: dall’appartenenza a una comunità alle espressioni popolari della fede, dalla liturgia alla preghiera fino all’intuizione mistica, dà voce alla domanda di senso che interroga l’uomo di fronte alle speranze e alla fragilità del vivere, alla fatica della malattia, all’angoscia della morte. Sulla scia del successo delle precedenti edizioni, la Fondazione “Comunicazione e Cultura”, Federgat, l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali e il Servizio nazionale per il Progetto culturale promuovono per la terza volta il bando de “I Teatri del Sacro”, rivolto a compagnie professionistiche e amatoriali, culminante nel Festival di Lucca (10-16 giugno 2013). Anche questa edizione mira a produrre progetti teatrali mai realizzati incentrati sui temi della spiritualità, della tradizione religiosa, del rito, della religiosità popolare, del sacro nella sua accezione più ampia. Info: www.federgat.it

[35] CEI, Comunione e missione, cit., 106.

[36] Ibid., 110.

[37] In occasione dell’apertura dell’Anno della Fede, da giovedì 11 ottobre è online www.educat.it, un sito che offre a tutti i navigatori una nuova forma di accesso digitale ai Catechismi, anche in linea con le nuove richieste dalla didattica di bambini e ragazzi. Il sito presenta tutti i testi dei Catechismi, sia in versione navigabile, sia in versione sfogliabile, le note e – cosa più importante – l’intero apparato sinottico con il Catechismo della Chiesa Cattolica. Oltre ai collegamenti incrociati tra i diversi testi, il sito offre la possibilità di accedere direttamente a tutte le citazioni della Bibbia, sia nella versione CEI del 2008 sia in quella del 1974. I testi sono accessibili mediante navigazione e indice tematico, grazie a un motore di ricerca completo ed esteso a tutti i testi di corredo. Una speciale barra di navigazione consente all’utente di mantenere memoria delle proprie visite, attivare un segnalibro, fare stampe personalizzate. Il sito, integralmente accessibile, può essere consultato attraverso i tablet e sarà presto disponibile anche in forma di APP. Ideato e realizzato dalla Segreteria Generale della CEI – che l’ha voluto per iniziare idealmente l’Anno della Fede – ha visto lavorare insieme Ufficio Catechistico Nazionale e lo staff del Servizio Informatico/Seed.

[38] Il prossimo 15 novembre 2012 viene presentato il nuovo portale web dei beni culturali ecclesiastici, che costituisce l’ampliamento del portale web dei beni mobili che già dall’anno 2000 è presente in rete : ormai quasi la metà delle diocesi italiane hanno completato la campagna di inventariazione; sono ad oggi 3.452.260 le schede realizzate dalle equipe diocesane.

[39] CEI, Comunione e missione, cit., 109.         

[40] Ibid., 134.

[41] Ibid., 113.

[42] Ibid., 112.

[43] Ibid., 112.

[44] Ibid., 116.

[45] Ibid., 105.

[46] Ibid., 197.

[47] Ibid., 99.

[48] Ibid., 100.

[49] Ibid., 99.

[50] Ibid., 93.

[51] Ibid., 190.

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