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Più sussidiarietà (ma quella vera)

Tornielli osserva acutamente che il problema dei cattolici in politica oggi è la mancanza di un'idea complessiva del bene comune. Ma non può essere figlia di un certo individualismo travestito da magistero?

Mi capita abbastanza spesso di ritrovarmi d'accordo con le analisi dell'amico Andrea Tornielli. E quella che ieri ha proposto sul suo blog sui cattolici in questo dopo-elezioni non fa eccezione. Sottoscrivo praticamente tutto quello che dice lui. Però - anziché fare un semplice copia e incolla del suo articolo - vorrei provare ad andare un passo oltre al suo ragionamento. Con la medesima intenzione di guadare avanti.

Il problema dei cattolici in politica oggi - dice in sostanza Tornielli - è un deficit di visione, un'incapacità di elaborare un progetto complessivo per il Paese e di metterlo in circolo. Perché questo fu il grande contributo che i cattolici, insieme ad altre anime importanti di quel momento storico, seppero proporre nel dopoguerra. Se questo è vero, però, secondo me occorre porsi anche un'altra domanda: perché facciamo così fatica a proporre una sintesi? Per quale motivo il cattolico che milita in questo o nell'altro schieramento tende a enfatizzare i suoi cavalli di battaglia, senza riuscire più a proporre sul serio un'idea complessiva del bene comune?

Io una mia idea ce l'ho. Non credo che sia tanto un problema di persone: ne conosco di degnissime che in questi ultimi anni hanno scelto di mettersi in gioco in politica. Credo però che il limite stia piuttosto in una debolezza di fondo del pensiero cattolico di oggi su uno dei fondamenti del magistero sociale: il principio di sussidiarietà. Sono convinto che un ruolo in questa progressiva insignificanza della proposta politica cattolica l'abbia avuto l'affermarsi di una visione estremamente debole di questa via maestra dello stare insieme. Abbiamo lasciato che il principio di sussidiarietà diventasse una versione nobile del liberismo. Più società meno Stato era uno slogan che aveva anche un suo fascino. Ma il problema è che - smantellando, delegando, parcellizzando all'infinito il bene comune - è stato applicato in un modo che ha fatto sì che, oltre allo Stato, si sia indebolita anche la società. Così alla fine è rimasto solo l'individualismo. Con il privato sociale che troppo spesso ha abdicato al suo ruolo di cercare risposte ai nuovi bisogni della società, per limitarsi invece a gestire pezzi di Stato da cui il pubblico si era ritirato.

A me pare che la crisi economica che stiamo vivendo - e che si fa sentire anche nelle urne - ponga questo tema in modo molto chiaro. Oggi chi perde il lavoro, chi non ce la fa ad arrivare a fine mese, chi è condannato a una vita eternamente precaria, vorrebbe una risposta forte da parte dello Stato. Nessuno ha nostalgie di imposizioni bulgare; ma la favoletta secondo cui la coesione sociale si perpetua da sé, con il pubblico che si limita a intervenire sostenendo reti che si creano dal basso, non funziona. E noi cattolici avremmo dovuto saperlo che non funziona, perché il magistero della Chiesa ce lo ha sempre detto. Le parole della Caritas in Veritate (enciclica tanto preziosa quanto poco letta sul serio) sono chiarissime su questo punto: «Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell'assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno» (n.58).

Beh, io credo che in Italia sia ora di cominciare a riflettere anche sulla prima parte di questa frase. Certo, l'assistenzialismo è inaccettabile. Ma non possiamo far finta di non vedere che nel nostro Paese in questi anni c'è stata una sussidiarietà senza solidarietà che ha alimentato il particolarismo sociale. E il mondo cattolico non ne è stato estraneo: ci siamo concentrati sulla salvaguardia di nostri spazi legittimi e spesso preziosi. Ma abbiamo perso di vista un principio di fondo: quello che se non c'è chi la coltiva costantemente, con passione e anche con un po' di profezia, l'idea del bene comune si spegne.

Ed è esattamente qui che - a mio avviso - si pone oggi lo spazio del contributo dei cattolici in questa fase di transizione. Ripartiamo dal principio di sussidiarietà, ma da quello vero. Quello che nello Stato non vede il nemico, ma uno strumento per far sì che il proprio protagonismo sia davvero al servizio di tutti. E non invece un'occasione per farsi gli affari propri.

Il tarlo dell'individualismo in politica non finisce certo con la parabola della famiglia Bossi (sempre ammesso poi che sia finita davvero). Farci i conti sul serio è l'unica vera sfida che oggi può avere un senso per un cattolico in politica.

Giorgio Bernardelli

© www.vinonuovo.it, 10 maggio 2012

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