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Preti pedofili: le parole che mancano

Parlandone pochissimo nelle nostre comunità e solo quando scoppia qualche caso - salvo magari verificare che «lo sapevano tutti» - finiamo per dare ragione ai pregiudizi

C'è praticamente solo il tema delle violenze sessuali dei preti ai danni dei minori, nella rassegna stampa delle notizie religiose di questa settimana (limitata ai primi quattro giorni, perché da giovedì in poi l'Ufficio delle comunicazioni sociali della CEI, che la cura, era impegnato a Macerata nel convegno «Abitanti digitali»).

Le altre notizie sul «podio» riguardano, come già la settimana scorsa, il tema dei rapporti tra Chiesa e criminalità organizzata nel Sud d'Italia (13) e i risvolti ecclesiali delle crisi politiche nei Paesi nordafricani e mediorientali (11 titoli). E poi la consueta frammentazione su altri 25 temi...

Invece, sommando l'interesse per la pubblicazione, da parte della Congregazione per la dottrina della fede, della Lettera circolare per aiutare le conferenze episcopali nel preparare linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici  a quello, proporzionalmente maggiore, per l'arresto a Genova del parroco cinquantunenne don Riccardo Seppia con l'accusa di «comportamenti immorali su un minore e cessione di sostanze stupefacenti», i «preti pedofili» si guadagnano 68 titoli (più i 7 di Avvenire) su un totale di 145: poco meno della metà.

Ma non ho trovato un articolo, uno solo, da «prendere in rete» e proporre qui per una rilettura, utile o critica.

Forse perché, assieme a tutta la redazione de Il Regno, è ormai da dieci anni che mi occupo sistematicamente di questo problema. Abbiamo seguito l'esplodere del «caso» negli Stati Uniti, ne abbiamo tradotto la più ampia documentazione a vantaggio del pubblico italiano, abbiamo seguito le vicende, parallele e insieme differenti, negli altri paesi, fino all'Irlanda e al Belgio che hanno «retto il cartellone» lo scorso anno.

Spesso i documenti ufficiali, particolarmente quelli delle Commissioni d'inchiesta istituite dalle conferenze episcopali e affidate a laici competenti, sono ancor più inquietanti dei servizi di cronaca, ai quali si può sempre applicare la tara dell'enfasi, della voluta drammatizzazione.

Per questo, fare questa rassegna stampa, questa settimana, mi è risultato particolarmente faticoso. Mi sono ancora una volta ritrovato nelle parole con cui Maria Elisabetta Gandolfi, qualche anno fa (appunto sul Regno, n. 22 del 2005), introduceva la sua lettura di una serie di volumi dedicati in genere al fenomeno della violenza sui minori (e non in specifico a quella perpetrata dai chierici): «Prende come una stretta allo stomaco e al cuore e gli occhi corrono via per non fermarsi su parole terribili che riempiono pagine e pagine. Chiudo l'ennesimo libro (...) e provo un orrore simile a una vertigine; il senso d'impotenza, l'immedesimazione che si prova di fronte allo strazio di corpi, a menti e sentimenti feriti, specialmente quelli di bambini, è intollerabile».

«Eppure - proseguiva l'articolo - in questo momento il lato sociale del nostro mestiere d'informatori vorrebbe esprimersi con prepotenza. Pretenderebbe di riuscire a trasformare un informe desiderio di approfondire, di conoscere, di comprendere in parole dicibili, in categorie che aiutino a trovare un perché e, attraverso il perché, possano far crescere un "mai più" a ogni forma di violenza e di sopruso, soprattutto a quella così odiosa compiuta contro "questi piccoli"». A maggior ragione, aggiungo io, se quella violenza e quel sopruso sono perpetrati da un «uomo di Dio».

Ecco, non ho trovato nulla, nella rassegna stampa che ho fatto, di questo impulso che Gandolfi descrive con tanta chiarezza. Forse perché in chi ne scrive da «lontano», rispetto alla Chiesa, prevale il pre-giudizio, anche quando ammantato di una prosa ultrasottile. Forse perché non c'è nessuno in grado di scriverne «da vicino», rispetto alla Chiesa, rispettando i tempi e le logiche della comunicazione di massa.

Ovvero: nella Chiesa l'opinione pubblica è così acerba da non saper esprimere persone all'altezza di discutere in pubblico di un problema tanto grave con sufficiente libertà e consapevolezza. A parziale riprova, la mia esperienza personale: ho proposto in questi anni in più sedi, parrocchiali e associative, di dedicare spazio alla questione, ma senza mai, dico mai, trovare ascolto, e anzi, qualche volta, incontrando una certa irrisione.

E così, parlandone pochissimo e solo quando scoppia qualche caso - salvo magari verificare che «lo sapevano tutti» - diamo ragione ai pregiudizi. Mi piacerebbe che su questo blog qualcuno mi mostrasse che le cose non stano così, che a livello di base, di «popolo di Dio», c'è in Italia una fioritura di incontri, riflessioni, analisi sulle violenze sessuali dei preti ai danni dei minori, e che questa fioritura è il migliore deterrente verso il ripetersi di casi da cronaca nera. Mi piacerebbe proprio.

Guido Mocellin

© www.vinonuovo.it, 22 maggio 2011

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