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Quella rinuncia che ci dà una scossa

Io - ci dice Benedetto XVI con il suo gesto - credo che la Chiesa non sia di noi uomini, ma di Cristo. E tu?

Quando Benedetto XVI, in un uno degli ultimi discorsi del suo pontificato, ha invitato a distinguere il Concilio 'reale' da quello 'virtuale', raccontato dai media, non sono stato l'unico a pensare che il Papa stesse suggerendoci, forse involontariamente, una riflessione ancora più attuale. Ci consigliava di non leggere la sua recente rinuncia attraverso le lenti deformate della stampa, ma con gli occhi della fede.

Dietro l'immagine, di Dan Brownesca memoria, di una Curia covo di vipere, assediata dai corvi, lacerata dallo scandalo della pedofilia e dalle difficoltà dello Ior, affiorava così un significato meno contingente, più profondo e profetico del suo gesto.

Il primo pensiero che mi è balenato nella testa quando ho appreso della storica scelta del Papa è stato che molti lo avrebbero rivalutato. Il secondo che Benedetto XVI aveva intuito che alla Chiesa serviva una scossa, un atto inedito e coraggioso che costringesse i credenti a rimettersi in discussione. Intanto con la memoria ero già tornato alle parole di Ratzinger nel libro intervista 'Luce del mondo' in cui Peter Seewald offre un ritratto per molti versi inaspettato del 'Pastore tedesco'. Un Pontefice che vede calare sulla sua testa la 'ghigliottina' al momento dell'elezione al soglio di Pietro e che, appunto, non scarta la possibilità di una futura rinuncia. Come tanti ho pensato: in effetti l'aveva detto. Ma in fondo, con il senno di poi, non è difficile rileggere a ritroso altri gesti e segni di un pontificato che, al di là degli stereotipi, è stato interpretato sempre da Joseph Ratzinger con decisa umiltà. "Nell'intraprendere il suo ministero il nuovo Papa - aveva detto ai cardinale elettori nella cappella Sistina - sa che suo compito è di far risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi non la propria luce, ma quella di Cristo". E Benedetto XVI, da quel giorno, è sempre fuggito dal palcoscenico. Durante il primo incontro con i giornalisti in Aula Paolo VI, al primo tentativo di coro "Be-ne-de-tto, Be-ne-de-to!", reagì bruscamente, dopo pochi secondi, invitandoci a recitare il Padre Nostro. Così come pochi giorni fa in Basilica ha fermato il lungo applauso che voleva rendergli omaggio al termine della celebrazione delle ceneri. Arcinota era la sua puntualità negli incontri pubblici e anche, fino a che l'età gliel'ha permesso, la rapidità della sua camminata. Come se la terra gli scottasse sotto i piedi.

Un Pontefice che tanto amava il suo predecessore tanto era consapevole di esserne diverso umanamente. Di aver ricevuto in dote altri carismi. Semplicità, capacità di tacere e ascoltare, guardandoti negli occhi, ma anche un'intelligenza prodigiosa e una creatività intellettuale, e spirituale, capace di scarti improvvisi e imprevedibili. Chi ha frequentato spesso le sue pagine, le sue omelie, i suoi messaggi e discorsi, conosce l'andamento solo apparentemente lineare del suo pensiero, in realtà in grado di aprire improvvisamente, come provocato da fulminee ispirazioni, squarci teologici e pastorali inaspettati. Profetici, appunto.

A chi lo ha incontrato negli ormai ultimissimi giorni del suo pontificato Benedetto XVI appare sereno, quasi divertito dalla commozione e dall'amore che lo circonda. Sicuramente - come lui stesso ha affermato - sono stati giorni difficili quelli della scelta. Ma ora lo conforta la certezza di essersi affidato a Dio, di aver assecondato il soffio dello Spirito, indicando alla Chiesa che ci sono sfide troppo grandi per rimandare l'impresa e che serve uno scarto in avanti deciso, improcrastinabile. Il Papa sapeva che le sue dimissioni, previste da quasi un secolo dai codici ma mai divenute prassi reale, avrebbero sconcertato numerosi fedeli, vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, laici. Ma non voleva solo mostrarsi come 'servo inutile' e dunque sottolineare implicitamente l'errore di chi resta abbarbicato al potere, magari deturpando il volto della Chiesa. Voleva probabilmente, all'inizio di una Quaresima, che non è solo quella del 2013 ma quella della Chiesa, spingerci alla conversione quotidiana, a una rimessa in gioco della nostra vita di cristiani.

Io - ci dice Papa Benedetto - non ho il vigore per guidare ancora la Barca di Pietro, ma ho il coraggio di dirlo, a costo di essere accusato stupidamente, com'è accaduto, di vigliaccheria, sprovvedutezza. Io - ci dice ancora - credo che la Chiesa non sia di noi uomini, ma di Cristo. E tu?

Fabio Colagrande

© www.vinonuovo.it, 26 febbraio 2013

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