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Quelli che il Papa su Twitter non mi piace

Prima dei Tweet c'è stato un magistero sui nuovi media. A fronte di un'opinione pubblica cattolica più portata ad individuare i rischi del mondo digitale

 

A qualcuno non piace l'idea che il Papa sia sbarcato su Twitter. Se l'arcivescovo Celli, presidente del dicastero vaticano per le comunicazioni sociali, e il p. Antonio Spadaro, conosciuto come il 'cyberteologo', si sono affannati in più occasioni a difendere questa scelta dall'accusa più ricorrente, quella di aver esposto il Pontefice ai lazzi, le volgarità e le provocazioni anticlericali del Web, è chiaro che anche nel mondo cattolico un plauso unanime all'iniziativa non c'è. Quando poi Dino Boffo, direttore della televisione cattolica italiana, Tv2000, esprime pubblicamente la sua disapprovazione per l'operazione e parla di "ubriacatura da social network", diventa chiaro che c'è un po' di confusione a proposito di quanto sia importante per la Chiesa proporsi negli ambienti digitali. E questo fatte salve le pur autorevoli e rispettabilissime opinioni sui metodi e le strategie.

Tutta questa incertezza potrebbe sembrare infatti strana se si pensa che sono cinque anni che il Papa, nei sui annuali messaggi per la giornata delle comunicazioni sociali, invece di occuparsi di altri media tradizionali, sviluppa un magistero acuto e profetico proprio sulla pastorale digitale, definendo le tecnologie informatiche "un vero dono per l'umanità". Nel 2009 Benedetto XVI elegge subito il mondo digitale a luogo privilegiato di comunicazione, chiedendo che vi sia promossa una cultura del rispetto, del dialogo, dell'amicizia. Nel 2010 chiede ai sacerdoti di occuparsi direttamente del mondo digitale per mettere i nuovi media al servizio della Parola. Nel 2011, facendo un preciso riferimento ai social network, Benedetto XVI arriva a stilare la definizione dello "stile cristiano di presenza nel mondo digitale": una forma di comunicazione "onesta ed aperta, responsabile e rispettosa dell'altro". Comunicare il Vangelo attraverso i nuovi media - spiega il Papa - non significa semplicemente mettere contenuti religiosi sul Web ma testimoniare con il proprio modo di comunicare la propria fede. Una bella lezione per certi "crociati" digitali abituati a modi a dir poco irrispettosi nei confronti di chi non condivide i loro valori. Nel 2012 il Papa mette addirittura in discussione il luogo comune del Web come luogo del caos e della superficialità affermando che "sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l'uomo a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio". Infine nel Messaggio di quest'anno il Pontefice fa crollare il più vetusto e radicato pregiudizio sulla Rete, e cioè che si tratti di un mondo parallelo o puramente virtuale. No - scrive il Papa - "è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani".

Quello papale è un magistero acuto perché si misura in modo originale con una realtà nuova e in continuo movimento, ed è profetico perché appare in anticipo rispetto a un'opinione pubblica cattolica (adulta?) più portata ad individuare i rischi del mondo digitale, a sottolinearne i pericoli. Se non può considerarsi tra i pionieri nell'utilizzo dei social network la Chiesa può vantarsi di aver indicato prima di altri la via giusta per valorizzarli. Non un banale cyber-ottimismo, ma una ferma opposizione a ogni 'determinismo tecnologico' che consideri a priori come demoniaca la 'macchina'. La Rete, al contrario, viene vista come una risposta e un ausilio per soddisfare i più antichi bisogni dell'uomo, conoscere ed entrare in relazione. Appare perciò chiaro come l'insegnamento del Papa in questo campo, come la scelta di scendere personalmente nell'agorà digitale con un suo account Twitter, non siano affatto un mero rincorrere le mode ma rappresentino anzi un pensiero d'avanguardia della Chiesa. Il Papa sembra dirci che Internet non è solo un nuovo strumento di comunicazione ma un luogo che sta modificando il nostro modello antropologico e chiede quindi anche a noi cristiani di rilanciare la Nuova Evangelizzazione attraverso nuovi contenuti e nuovi linguaggi. Un tema non a caso messo in agenda dal Pontificio Consiglio della Cultura nell'imminente assemblea plenaria (6-9 febbraio) dedicata alle 'Culture giovanili emergenti'. La Chiesa non si adegua al mondo, a cui non appartiene, ma come realtà 'incarnata' è nel mondo e dunque nella storia. E, oggi come ieri, lo abita con la missione di mostrare come dietro le nuove conquiste dell'uomo ci sia un'implicita possibilità di salvezza che Dio ci mette a disposizione. Niente eccessi o ubriacature, quindi, ma una serena e profonda consapevolezza delle potenzialità della Rete e dunque dell'ineludibile necessità di abitarla bene. Forse, anche in questo caso, la parola del Papa è così profetica e controcorrente da essere scomoda anche per chi è abituato a promuoverla.

Fabio Colagrande

© www.vinonuovo.it, 4 febbraio 2013

 

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