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Questa è la tv, non la vita, dolcezza!

I racconti del buonumore 6

 Si era ostinata. Voleva assolutamente che parlassi di fronte alle papere. La televisione ha le sue esigenze. E poi, anche se le papere avevano la prevalenza, non c’erano solo le papere, ma anche qualche cigno, e questo alzava indubbiamente la quota di nobiltà del discorso. Ora, i cigni non mi sono mai piaciuti: vanesi, incazzosi, infidi; non si sa mai, quando ti guardano con quei loro occhietti rossi e aggressivi, se in realtà se ne infischiano di te o invece stiano meditando di aggredirti. Alle donne, invece, chissà perché, i cigni sono sempre piaciuti, e quella che pretendeva di intervistarmi sul margine dei laghetti dei giardini pubblici era indubbiamente una donna. Non avevo seri motivi per dubitarne: i capelli biondicci scendevano da sotto una specie di sombrero scarlatto e la mantella da Passatore, nonostante il peso, che doveva essere senza dubbio rilevante, si sollevava sotto la spinta di un torace extra forte. Faceva un freddo da tagliare il fiato, ma la televisione se ne sbatte delle condizioni stagionali: dato l’argomento, occorrevano alberi spogli, livore dell’aria e malessere diffuso, cigni e papere compresi. Il tema, naturalmente, era Dio, con tutti gli annessi e connessi. Sembra proprio che io non possa parlare d’altro che di cose elevate, assolute, astratte, veleggianti. Volevo che mi leggesse, prima di cominciare, le domande che mi avrebbe fatto? No, non volevo. Ricordavo che avevo quarantacinque secondi per ogni risposta? Sì, lo ricordavo. Volevo che il cameramen alzasse un dito allo scadere dei trenta secondi? No, non volevo. Non avrei preferito fare l’intervista senza il berretto? Con il freddo che faceva? Mai. Sapevo bene di avere un berretto piuttosto malconcio, con la visiera spezzata che si sollevava in un piccolo becco al centro della fronte, un berretto del tutto inadatto alla circostanza perché, a detta dei più benevoli, mi rassomigliava a Lenin in maniera imbarazzante, ma soffrivo di artrosi cervicale e di togliersi il berretto non se ne parlava neanche. S’intromise quello che aveva l’occhio appiccicato alla cinepresa: avrei avuto la cortesia di contare per lui ad alta voce fino a dieci? Senza dubbio.

– Uno, due, tre, quattro… dieci –.

Era soddisfatto. Si poteva dare senz’altro inizio. Dopo la riuscita di quella numerazione, il resto era senza importanza.

La signora del sombrero mi stava ora praticamente addosso: mi resi conto di quanto fosse alta dal fatto che l’ala del sombrero mi ricopriva la testa come un ombrello. La sua espressione ebbe un improvviso mutamento come se le fosse tornato alla mente un pensiero fastidiosissimo che un istante prima credeva di avere definitivamente scacciato. La sua voce era elastica e resistente come un cavo telefonico.

– Nella sua opera si può riscontrare, fin dal suo primo romanzo, un timbro di intensa spiritualità che testimonia un impegno interiore ai confini con la visione mistica del mondo. È così anche nella sua vita?

– Mi consenta… – ( Orribile, orribile! Che mi stava succedendo? Avevo cominciato a parlare come un uomo politico! Avrei fatto meglio a farmi leggere prima le domande. Oramai è fatta: adesso arrangiati.) Mi ripresi. Era stato solo un istante di smarrimento. Il freddo, il sombrero… Nessuno si era accorto di nulla, i cigni incazzati erano e incazzati restavano.

– Ehm, puf.,.. – sbuffai. In fondo lo scrittore ero io, mica lei. – Mi scusi, mi aveva spaventato. Mi succede sempre quando sento parlare di intensa spiritualità a proposito dei miei romanzi. Davvero ne ho messa dentro così tanta? Non me ne sono mai accorto. Ma se è così, e se lei lo dice, sarà vero, perché mai l’avrei fatto? Vede, quando scrivo non sto lì a pensarci su a certe cose, scrivo e basta. Le par poco? La vita, lei dice? Non ne so niente della vita, ma quando si tratta di scrivere è un’altra cosa, è come ragionare con se stessi, come parlare ad alta voce camminando avanti e indietro per la stanza. E di che mai parleremo a noi stessi se non di che cosa mai ci stiamo a fare a questo mondo? Vale la pena di esserci, o forse non sarebbe meglio non esserci? E, dal momento che ci siamo, quali intenzioni abbiamo, e così via… Lei trova che questo sia molto spirituale, che in qualche modo c’entri ancora con Dio? Il fatto è che non mi interessa niente la trama, anche se, in copertina, l’editore ci tiene a scrivere "romanzo", per il mercato, si sa. Il destino materiale dei miei personaggi mi lascia indifferente. Sono un pessimo padre. Come dire: si sposano, moriranno, diventeranno ricchi o immensamente poveri, si ameranno, si odieranno, si lasceranno… No, niente. A me interessa solo incontrarli in un certo momento della loro vita, proprio e soltanto in quel momento, per vedere come se la cavano. Poi vadano pure dove meglio gli pare. Tutto qui. Si possono scrivere degli ottimi libri anche senza essere obbligati a parlare di sesso: sa, tutte quelle cose che, secondo i romanzieri, si fanno a letto, o nei posti più impensati. Io, l’uomo lo metto con le spalle al muro e il vuoto davanti. Ma solo per vedere se è capace di saltare o no. In senso figurato, naturalmente –.

Ero trafelato. Non mi ero accorto che il il tizio con un occhio solo, perché si ostinava a tenere appiccicato l’altro dietro l’obiettivo, quell’unico occhio ce l’aveva sbarrato e intanto faceva cenni disperati con l’indice alzato. Che voleva mai dire? Non era certo un gesto gentile nei miei confronti. Poi capii: avevo sfondato il tempo, di un intero minuto. Guardai sotto il sombrero: la matrona mi fissava con un sorriso gelido, stampato in mezzo alla faccia illividita sotto lo strato di biacca. Capii che avrebbe voluto uccidermi, e mi fermai.

– Ho parlato troppo? – Era una domanda stupida, lo capivo bene.

– Poi lo tagliamo in studio – decretò lei facendomi rabbrividire. Non aveva mutato espressione, il sorriso era sempre là, come un coltello.

– Adesso vogliamo chiudere brevemente? –. Il tono era professionale, ma il sorriso era da killer.

Sì, avrei chiuso brevemente, non c’era di che preoccuparsi. La questione urgente era un’altra: dove avrei potuto trovare un orinatoio? Forse ce n’era uno nel viale di fianco al Museo di Scienze Naturali, ma era di quelli a cupoletta, come un missile, con la porta automatica che se te le chiudi alle spalle ci rimani poi dentro finché non vengono a schiodarla. Comunque attenzione, niente fantasticherie, la mia intervistatrice stava parlando.

– Si parla molto di crisi dei valori, di perdita del centro dovuta soprattutto all’eclissi del sacro. Come risponde la cultura italiana e, in particolare, come risponde uno scrittore cattolico? –.

– Non risponde. Del resto è assai meglio così. Se nessuno ti chiede niente, è meglio che tu non rispondi. Specie uno scrittore cattolico, come lei lo chiama. E poi, nessuno oggi chiede più niente a uno scrittore, cattolico o no. Perché mai dovrebbe? C’è la televisione che ti dice tutto… –.

Questa volta non avevo perso di vista l’uomo con un occhio solo. Ero stato brevissimo, un po’ oscuro, forse, ma telegrafico. Il sorriso micidiale sulla faccia imbiancata sotto il sombrero rosso si sciolse, divenne perfino materno.

– Ma lei è, appunto, in televisione… Ricorda? –.


Ferruccio Parazzoli
 
© Avvenire, 7 agosto 2012
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