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Acqua pubblica, centrali nucleari e legittimo impedimento: sono questi gli argomenti che verranno sottoposti al giudizio degli italiani il 12 e 13 giugno.Secondo quesito: no al profitto sull’acqua.

Riguarda il decreto del 1° agosto 1996 firmato dall’allora ministro dei lavori pubblici Antonio Di Pietro che prevede nella tariffa la remunerazione del capitale fissato in un 7%.

Perché SI

Perché sull’acqua non si può fare profitto, peraltro garantito. Attualmente, ogni volta che beviamo un bicchiere d’acqua o facciamo la doccia, qualcuno guadagna sui nostri consumi: oltre ai costi di gestione, la nostra tariffa copre anche gli ammortamenti, cioè gli investimenti fatti dal gestore per mantenere in efficienza gli impianti. A tutto questo si aggiunge una remunerazione del 7%, ovvero un profitto garantito per legge sul capitale investito. Il secondo quesito chiede di abolire questa norma.

«Qualcuno sostiene che anche un gestore pubblico deve fare profitto. Ma un conto è un utile che viene reinvestito per migliorare il servizio o per le politiche sociali, un altro conto è che finisca nelle tasche di un azionista privato o di un Fondo», commenta Rosario Lembo. «Il sistema pubblico si troverà comunque ad affrontare importanti sfide nel futuro. Il dato certo è che l’acqua, per via del progressivo inquinamento, costerà sempre di più, non fosse altro per gli interventi di potabilizzazione e depurazione».

Lo Stato dovrà intervenire sulle varie voci di costo, eliminando le consulenze troppo esose o i posti di lavoro in eccesso e recuperando risorse da investire nell’ammodernamento degli impianti. Ai votanti si chiede di dire no al profitto garantito per legge in favore di una saggia regolazione dei costi. «L’acqua deve essere trattata come bene comune, che appartiene a tutti. Per sottrarla alle logiche speculative del mercato e del profitto, bisogna attivare una democrazia ecologica, fondata sulla responsabilità e la partecipazione di ogni cittadino», chiosa Lembo.

Perché NO

Così come il primo quesito nasce da un fraintendimento sul significato di privatizzazione, allo stesso modo il secondo sorge da un malinteso sul concetto di profitto. «Ai votanti si chiede di eliminare l’inciso di un articolo di legge che assicura al gestore l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito, quando due righe dopo lo stesso comma recita che deve essere, comunque, assicurata la copertura integrale dei costi di investimento», precisa il professor Antonio Massarutto. «L’espressione che viene lasciata invariata equivale a dire che gli interessi passivi sui mutui, ovvero la remunerazione del capitale investito nell’azienda, devono essere in qualche modo recuperati».

L’unico modo è attingere alla fiscalità generale, cioè caricare il costo su tutti contribuenti in base alla loro aliquota. Dal momento che il nostro Paese ha un elevato tasso di evasione, il rischio è che questi costi vadano a ricadere su chi paga le tasse, per cui il contribuente onesto rischia di pagare anche l’acqua della piscina dell’evasore». In buona sostanza, se il quesito è stato presentato come un no al profitto, nella realtà non si parla del capitalista approfittatore, ma del modo di recuperare le risorse investite.

«Il timore è che il vero significato del referendum sia la volontà di caricare tutto sulla fiscalità generale, che equivarrebbe a bloccare gli investimenti e a lasciare in eredità ai nostri figli una casa che crolla», precisa l’economista.

di Giuseppe Altamore e Paola Rinaldi
 
© Famiglia Cristiana, 10 giugno 2011
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