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Scarp de' tenis. Papa Francesco: mettiamoci nelle scarpe di migranti e senza tetto

Nell'intervista al giornale di strada Scarp de' tenis il Papa ha toccato diversi temi: su come integrare i migranti ma anche su come essere vicini alle persone senza dimora

Perché si fa così tanta fatica a «mettersi nelle scarpe degli altri»? È giusto lasciare l’elemosina a chi chiede aiuto per strada? Qual è la prima cosa che dice quando incontra un clochard? Sono alcune delle domande che il giornale di strada milanese, Scarp de’ tenis ha rivolto a papa Francesco prima della sua visita a Milano, sabato 25 marzo 2017. Va ricordato che il mensile Scarp de’ tenis, un giornale che è soprattutto un progetto sociale che coinvolge in prima persona clochard e e altre persone in situazione di disagio personale o che soffrono forme di esclusione sociale. Il giornale intende dare loro un’occupazione e integrare il loro reddito. Ma soprattutto punta ad accompagnarli nella riconquista dell’autostima.

A realizzare l'intervista il direttore della rivista Scarp de' tenis, Stefano Lampertico e Antonio Mininni, venditore prima e poi responsabile della redazione di strada. Vediamo alcuni temi trattati, rimandando al testo integrale che è stato pubblicato dal sito della Santa Sede.

L'accoglienza e l'integrazione dei migranti

A più riprese il Papa si è schierato in difesa dei migranti invitando all'accoglienza e alla carità. A chi si chiede se davvero bisogna accogliere tutti indistintamente oppure se non sia necessario porre dei limiti, papa Francesco ha offerto una risposta molto articolata che si basa sul presupposto che chi arriva in Europa scappa «dalla guerra o dalla fame. E noi siamo in qualche modo colpevoli perché sfruttiamo le loro terre ma non facciamo alcun tipo di investimento affinché loro possano trarre beneficio. Hanno il diritto di emigrare e hanno diritto ad essere accolti e aiutati. Questo però si deve fare con quella virtù cristiana che è la virtù che dovrebbe essere propria dei governanti, ovvero la prudenza. Cosa significa? Significa accogliere tutti coloro che si “possono” accogliere. E questo per quanto riguarda i numeri».

Proseguendo nella sua riflessione papa Francesco ha invitato a ragionare su come accogliere. «Perché accogliere significa integrare. Questa è la cosa più difficile perché se i migranti non si integrano, vengono ghettizzati. «Da Lesbo - ha proseguito il Papa raccontando un aneddoto - sono venuti con me in Italia tredici persone. Al secondo giorno di permanenza, grazie alla comunità di Sant’Egidio, i bambini già frequentavano le scuole. Poi in poco tempo hanno trovato dove alloggiare, gli adulti si sono dati da fare per frequentare corsi per imparare la lingua italiana e per cercare un qualche lavoro. Certo, per i bambini è più facile: vanno a scuola e in pochi mesi sanno parlare l’italiano meglio di me. Gli uomini hanno cercato un lavoro e l’hanno trovato. Integrare allora vuol dire entrare nella vita del Paese, rispettare la legge del Paese, rispettare la cultura del Paese ma anche far rispettare la propria cultura e le proprie ricchezze culturali. L’integrazione è un lavoro molto difficile (...). Ricevere, accogliere, consolare e subito integrare. Quello che manca è proprio l’integrazione. Ogni Paese allora deve vedere quale numero è capace di accogliere. Non si può accogliere se non c’è possibilità di integrazione».

Capire è mettersi nelle scarpe degli altri

«È molto faticoso mettersi nelle scarpe degli altri, perché spesso siamo schiavi del nostro egoismo. A un primo livello possiamo dire che la gente preferisce pensare ai propri problemi senza voler vedere la sofferenza o le difficoltà dell’altro. C’è un altro livello però. Mettersi nelle scarpe degli altri significa avere grande capacità di comprensione, di capire il momento e le situazioni difficili. Faccio un esempio: nel momento del lutto si porgono le condoglianze, si partecipa alla veglia funebre o alla messa, ma sono davvero pochi coloro che si mettono nelle scarpe di quel vedovo o di quella vedova o di quell'orfano. Certo non è facile. Si prova dolore, ma poi tutto finisce lì. Se pensiamo poi alle esistenze che spesso sono fatte di solitudine, allora mettersi nelle scarpe degli altri significa servizio, umiltà, magnanimità, che è anche l’espressione di un bisogno. Io ho bisogno che qualcuno si metta nelle mie scarpe. Perché tutti noi abbiamo bisogno di comprensione, di compagnia e di qualche consiglio. Quante volte ho incontrato persone che, dopo aver cercato conforto in un cristiano, sia esso un laico, un prete, una suora, un vescovo, mi dice: «Sì, mi ha ascoltato, ma non mi ha capito». Capire significa mettersi le scarpe degli altri. E non è facile. Spesso per supplire a questa mancanza di grandezza, di ricchezza e di umanità ci si perde nelle parole. Si parla. Si parla. Si consiglia. Ma quando ci sono solo le parole o troppe parole non c’è questa “grandezza” di mettersi nelle scarpe degli altri».

«Io figlio di migranti»

«Non mi sono mai sentito sradicato. In Argentina siamo tutti migranti. Per questo laggiù il dialogo interreligioso è la norma. A scuola c’erano ebrei che arrivavano in maggior parte dalla Russia e musulmani siriani e libanesi, o turchi con il passaporto dell’Impero ottomano. C’era molta fratellanza. Nel Paese c’è un numero limitato di indigeni, la maggior parte della popolazione è di origine italiana, spagnola, polacca, mediorientale, russa, tedesca, croata, slovena. Negli anni a cavallo dei due secoli precedenti il fenomeno migratorio è stato di enorme portata. Mio papà era ventenne quando è arrivato in Argentina e lavorava alla Banca d’Italia, si è sposato là».

Cosa manca a papa Francesco di Buenos Aires

«C’è soltanto una cosa che mi manca tanto: la possibilità di uscire e andare per strada. Mi piace andare in visita alle parrocchie e incontrare la gente. Non ho particolare nostalgia. Vi racconto invece un altro aneddoto: i miei nonni e mio papà avrebbero dovuto partire alla fine del 1928, avevano il biglietto per la nave Principessa Mafalda che affondò al largo delle coste del Brasile. Ma non riuscirono a vendere in tempo quello che possedevano e così cambiarono il biglietto e si imbarcarono sulla Giulio Cesare il 1 febbraio del 1929. Per questo sono qui».

© Avvenire, martedì 28 febbraio 2017

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