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Scoraggiarci o impegnarci?

Paolo VI diceva che la politica è “la più alta forma di carità” e don Tonino Bello la chiamava “arte nobile e difficile”.

“La politica? Non mi interessa. Tanto sono tutti uguali, sia quelli di destra che quelli di sinistra; una volta che vengono eletti pensano solo ai loro interessi e ad arricchirsi”.

Inutile nasconderlo, la pensiamo un po’ tutti così. Eppure dovremmo sforzarci di pensarla diversamente, nel nostro stesso interesse. Se, cioè, cercassimo di interessarci un po’ di più di come vanno le cose;  se, avendone il tempo e la possibilità, ci iscrivessimo a qualche associazione o a qualche partito politico; se avessimo la capacità di indignarci e di dirlo apertamente, anche attraverso uno scritto……., forse potremmo contribuire a far sì che avvenga qualche cambiamento in meglio.

Almeno ci avremmo provato; perché, lamentarsi senza far niente, non solo non serve a niente, ma farebbe credere a chi ci governa, e che magari sbaglia, che può continuare ad agire come vuole, tanto chi ha delle buone idee, da proporre e da far rispettare, preferisce rimanere lontano dalla politica. 

Pensiamo, invece, a quale alto concetto hanno avuto della politica personalità di tutto rispetto, come Paolo VI, che diceva che è “la più alta forma di carità” e don Tonino Bello che la chiamava “arte nobile e difficile”.

Quindi non è detto che sia quella cosa “sporca”, da criticare sempre e comunque, da cui prendere le distanze.

Proviamo allora a vedere quali sentimenti dovrebbero animarla e quali impegni si dovrebbero assumere. Innanzitutto, chi si accinge ad un impegno politico attivo dovrebbe avere ben chiaro il concetto che lui deve svolgere il suo ruolo con spirito di sevizio, mai di potere. Forse tutti usano questa espressione, ma quanti ci credono veramente? O hanno la coerenza di agire così come proclamano?

E poi, il concetto di giustizia. Perseguire il bene comune (altra locuzione inflazionata) vuol dire a volte fare delle scelte anche impopolari, ma che vanno nella direzione di far pagare di più a chi ha di più, in modo che ci sia una più equa distribuzione della ricchezza, e possano vivere un po’ più serene tante famiglie che invece sono assillate dal pensiero di non farcela ad arrivare alla fine del mese. E queste spesso sono le famiglie più numerose.

Allora, non sarebbe giusto che, sollecitati anche dalla grande indignazione popolare, i nostri parlamentari decidessero di auto-ridursi i loro lauti (mi verrebbe da dire vergognosi) stipendi, emolumenti vari, pensioni d’oro?  Adesso si incomincia a parlare di riduzione dei tanti privilegi di cui godono. Sarebbe ora!

E naturalmente la considerazione appena fatta non riguarda solo i parlamentari, ma tante altre categorie di privilegiati di cui non è il caso di fare l’elenco.

E i parlamentari cristiani, o che si proclamano tali, possibile che non sentano il dovere morale di schierarsi apertamente per una maggiore giustizia sociale e per una più equa distribuzione della ricchezza?

D’altra parte, come possono essere considerati credibili questi uomini politici che ascoltiamo parlare e scontrarsi nei dibattiti televisivi, chiedendo sacrifici a tutti in tempo di crisi, se loro non danno per primi l’esempio?

Se ci si lasciasse guidare da questi sentimenti e da questi convincimenti, davvero potremmo considerare l’impegno politico una nuova forma di vocazione.

E sono del parere che nei vari corsi di formazione politica, che sempre più si stanno tenendo in questi ultimi tempi (che ben vengano!: è importante formare i giovani e indirizzarli ad un sano impegno politico), ci si deve soffermare soprattutto su queste cose appena accennate, e meno, molto meno, sul chiarire che politica deriva da polis, dall’antica Grecia, patria del diritto. Signori insegnanti di educazione politica, andiamo più sul concreto: parliamo della necessità dei buoni esempi, della importanza  di essere coerenti verso se stessi e verso gli altri (i “puri di cuore” delle Beatitudini), del convincimento che deve avere chi lavora direttamente in politica di considerarsi davvero a servizio della collettività, della gente comune. I concetti eruditi, fine a se stessi, a me sembra che rimangano solo delle astrazioni che non  portano alcun aiuto a cambiare in meglio la società.

 

Roberto Cramarossa

Collaboratore Ufficio Chiesa e Mondo della Cultura

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