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Se i bambini non hanno più tempo per giocare

Il 28 maggio è la giornata mondiale del gioco: un diritto dei bambini, spesso negato non solo a causa della povertà e delle guerre, ma anche nello stile di vita che, nei Paesi avanzati, toglie loro ogni attimo di libertà

Il gioco per i bambini è un diritto riconosciuto dalla Convenzione per i diritti dell’infanzia, approvata il 20 novembre 1989. Sembra un'affermazione scontata, alle nostre latitudini, ma non lo è. Vale dunque la pena di cogliere l’occasione della giornata mondiale del 28 maggio, per ricordarlo. 

Non dappertutto è facile tradurre i diritti sulla carta in diritti in carne e ossa: va da sé che, come e più del diritto allo studio, il diritto al gioco non è facilmente riconosciuto e riconoscibile in luoghi del mondo in cui incombono guerre, disastri ambientali, bisogni materiali, e in genarale dove i bambini sono bocche da sfamare avviate precocemente al lavoro. E fin qui siamo nell'ovvio.

Ma può accadere, e accade sempre di più, che, senza dar nell’occhio, quel diritto sacrosanto retroceda pure dove la necessità pare meno pressante. Anche nei Paesi industrializzati e avanzati in tema di diritti capita di notare infanzie incasellate in giornate stracariche di attività preordinate, in cui il tempo del gioco è ridotto ai minimi termini: «Gli studi», si legge in un report emerso dall’ultimo incontro annuale del World economic Forum, « hanno dimostrato che, negli ultimi 30 anni, il tempo che i bambini dedicano al gioco a scuola è rapidamente diminuito. In alcuni paesi, ben due bambini su tre lamentano che i loro genitori organizzano per loro troppe attività al di fuori della scuola, e quasi la metà dei genitori (il 49%) incontra difficoltà a trovare del tempo per giocare con i figli. Finché il nostro mondo in costante cambiamento continuerà ad ostacolare il gioco, la possibilità dei bambini di sviluppare abilità essenziali per il loro futuro  – e per quello della nostra società nel suo insieme – sarà compromessa. Se il 56% dei bambini continua a passare meno tempo all’aperto dei detenuti delle carceri di massima sicurezza degli Stati Uniti, la ricerca dei nostri futuri leader, creatori ed esploratori diventerà più ardua.

Li vediamo anche attorno a noi: Bambini impegnati come amministratori delegati, rimbalzano da un corso all’altro. Accade per le necessità delle famiglie obbligate a trovare chi si occupi dei loro figli mentre i genitori lavorano, spesso in contesti precari in cui saltano altri diritti; e, insieme, accade per la speranza dei genitori, in un tempo storico in cui le prospettive sono incerte e le società competitive, di dare ai figli ancora piccoli stimoli e opportunità per trovarsi migliori occasioni da grandi. Ragioni nobili, sovente diventate necessarie sotto la pressione sociale, a fronte delle quali il diritto al gioco rischia di restare il fanalino di coda. Quante volte capita, osservando tante infanzie attorno a noi di chiedersi: ma quando gioca questo bambino?

«Molti genitori avviano e sostengono la partecipazione dei figli a molte attività organizzate»: spiega La dottoressa Sharon Wheeler, che ha condotto sul tema uno studio sulle famiglie del Nord Ovest dell’Inghilterra, pubblicato su Taylor and Francis Sport, Education and Society :«così intendono dimostrare di essere buoni padri e buone madri. Tuttavia, la nostra ricerca evidenzia che la realtà è in qualche modo diversa: i bambini possono sicuramente sperimentare alcuni benefici, ma uno stretto programma di attività organizzate può mettere a dura prova le relazioni all'interno delle famiglie e, potenzialmente, danneggiare lo sviluppo e il benessere dei bambini".

Se aggiungiamo a queste ragioni comunque nobili la meno nobile disabitudine ai piccoli dei Paesi a bassa natalità, in cui gli adulti estranei intorno paiono sempre meno bendisposti nei confronti dei cuccioli altrui, vediamo che lo spazio del gioco si restringe ulteriormente: i cortili privati, sempre più regolamentati, si chiudono; aumentano gli alberghi e i ristoranti cosiddetti child-free. Qualcuno dice che sia l’autodifesa di società sempre meno preparate alla difficile arte di educare figli capaci di comportarsi nello spazio pubblico.  

Ma a leggere gli esperti si scopre che è un gatto che si morde la coda: «Il gioco insegna le abilità sociali senza cui la vita sarebbe insopportabile. Ma insegna anche a controllare emozioni negative forti, come la paura e la rabbia». Lo scrive Peter Gray, psicologo professore al Boston College, che ha dedicato all’istinto del gioco nei bambini e alla sua utilità nella crescita la maggior parte dei suoi studi, riscontrando che le minori opportunità di gioco si accompagnano a «una diminuzione dell’empatia e un aumento del narcisismo». Per dirla ancora con parole sue: un bambino che non ha tempo di giocare da piccolo sarà un adulto con «un’eccessiva concezione di sé»  e una scarsa «capacità a vedere le cose dal punto di vista di un’altra persona e a capire quello che prova».

Elisa Chiari

© www.famigliacristiana.it, lunedì 28 maggio 2018

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