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Se la paura è solo quella del diverso

Fa una strana impressione avvertire il sacrosanto bisogno di sicurezza e sentire però che questa sarebbe messa in pericolo soprattutto, se non in maniera esclusiva, dalla presenza di stranieri per le strade delle nostre città. A me pare davvero desolante vedere poco evocata, in questo periodo, e quindi non bisognosa di attenzione l’insicurezza (per usare un eufemismo) provocata da organizzazioni malavitose e da sistemi di malaffare organizzati

Ci si rassegna facilmente al male provocato al Bene comune, alla convivenza civile, alla giustizia e al rispetto per ciò che è di tutti. La corruzione indigna poco. Viene denunziata per lo più per rivalsa o per delegittimare l’avversario o il concorrente. Mentre si riesce a trovare sempre una giustificazione quando il corruttore è l’amico o il sodale di partito. Sonno della ragione e scarso senso dell’etica pubblica.

Per fortuna, a differenza di chi ha scelto di fare sciacallaggio sul disagio e sulla giustificata paura provocata da situazioni oggettivamente insopportabili, vi sono persone e realtà associative che non si rassegnano. Non si rassegnano al silenzio che rischia di mettere in secondo piano il male assoluto della corruzione e della mafia.

Da queste persone e da queste realtà ho imparato che combattere responsabilmente il male che disprezza di fatto il Bene comune è decisivo almeno quanto lo è il combattere chi danneggia la mia persona, limita la mia libertà e attenta ai miei beni.

Chi si spende per il Bene comune non può essere lasciato solo; ha il diritto di vedersi riconosciuto e accompagnato in questa azione di civilizzazione del vivere comune. In nome del Bene comune non ci si può dividere. Vanno banditi atteggiamenti ideologici e meschini calcoli di bottega.

Mi convincono e condivido alcuni passaggi contenuti nelle sintesi dei lavori di gruppo di “ContromafieCorruzione”. Una “tre giorni” di studio, confronto e testimonianze organizzata a Roma da “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, fondata nel 1995 con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alla criminalità organizzata e di favorire la creazione di una comunità alternativa alle mafie stesse.

Un primo contributo è lecito attenderselo dal sistema educativo. Leggo: «Da molto tempo e sempre di più si parla di “emergenza educativa” a fronte della crescita di situazioni di esclusione sociale ed isolamento, dispersione scolastica, aumento di comportamenti violenti agiti da ragazzi sempre più giovani, imbarbarimento delle relazioni, perdita di contatto con la realtà. L’educazione… Ma è davvero solo una questione educativa? O stiamo costruendo un nuovo feticcio dietro il quale si nasconde l’incapacità di una visione politica che prenda origine da una lettura critica dell’oggi? L’educazione non nasce da un ragionamento autoreferenziale, interno a se stessa; ma serve un progetto politico per il quale l’educare si fa strumento: una periferia degradata non è il risultato di un fallimento educativo, ma è una scelta politica, che determina fragilità educative. Una scuola fatiscente nelle sue strutture che perde in media 1 studente su 3, è il risultato di un concatenarsi di scelte politiche, che pongono poi risvolti educativi. Si possono affrontare le questioni educative solo se si elabora una proposta politica in grado di determinare un cambiamento nella direzione di maggiore equità, dignità e giustizia sociale».

Non si tratta di partire da zero. Né in questo né in altri ambiti. Prendiamo quello economico. Nel nostro Paese «esistono esperienze e prassi concrete. Esse dimostrano che un’economia pulita e attenta allo sviluppo sostenibile, civile e responsabile, può giocare un ruolo alternativo dando valore ai territori, permettendone la riappropriazione da parte di energie sane e positive del territorio. Un’economia che vuole viversi come strumento per raggiungere benessere collettivo e riattivare protagonismo e centralità delle persone preoccupandosi non solo delle opportunità di sviluppo e lavoro, ma anche di realizzazione e soddisfazione personale e collettiva. Un’economia che porta con sé anche una visione diversa di finanza, etica, non speculativa ma vicina alla produzione reale di beni e servizi».

Questi non sono discorsi edificanti o utopie senza radici. Tanti racconti di vita stanno lì a supportarli. Un esempio è il protocollo “Liberi di scegliere” – sottoscritto lo scorso 2 febbraio con il coinvolgimento delle Istituzioni, di Libera e della Chiesa cattolica italiana – nasce dalla consapevolezza che è necessario costruire una rete di tutela e protezione dei minori e delle famiglie che vogliono affrancarsi dalla ’ndrangheta e dalle mafie.

Ma, come è scritto nella sintesi dell’area saperi, «abbiamo bisogno anche di un giornalismo di pace che, come sottolinea Papa Francesco, non sia un giornalismo buonista, ma un giornalismo delle persone per le persone e che si interroghi sulle ragioni e sui perché alla base dei fatti. […]. In questo senso non si può non partire da alcuni passaggi fondamentali del Manifesto di Assisi, e cioè: “Non scrivere degli altri quello che non vorresti fosse scritto di te”; “Le parole sono pietre, usale per costruire ponti”; “Diventa scorta mediatica della verità”».

Nunzio Galantino

Segretario generale della Cei e vescovo emerito di Cassano all’Jonio

© www.ilsole24ore.com, sabato 24 febbraio 2018

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