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Se la pecunia olet, eccome

I soldi non sono tutto ci hanno abituato a dire fin da piccoli: ma se guardiamo all'oggi ci rendiamo conto di essere condizionati più di quanto non immaginiamo. E allora come la mettiamo con la sobrietà quando non si tratta solo di predicarla?

Parliamo di soldi. Non manca giorno che ci venga messo sotto il naso il fatto che una bella fetta di umanità prospera allegramente e con grandeur molto oltre le vite comuni di tanti. I quali forse aspettano solo l'occasione giusta per poter fare altrettanto. Occasione che non verrà mai, ma chi può dirlo? E' la logica del "gratta e vinci: se non giochi non puoi saperlo. Ma, diceva uno che se ne intendeva, è la tassa che tutti i poveri sono disposti a pagare...

Così, quando sento i miei figli dire: "Ho trovato - nella loro testa, s'intende! - un lavoro perfetto: si guadagna molto e non si fa quasi niente", mi domando dove ho sbagliato. E non solo per l'amara constatazione di aver allevato alcuni ulteriori esemplari di gagliardi consumatori di cui un'economia a rischio recessione ha un estremo bisogno (c'è un Nobel per questo?). Ma perché, forse, non sono veramente convinta quando predico parole come: sobrietà, risparmio, lungo periodo... O, se lo sono, forse trapela un filino di rabbia facilmente scambiabile per invidia.

In fondo riesco a essere ancora soddisfatta del mio stile di vita nonostante abbia letto di quel consiglio d'amministrazione di una muliutility di una media città dove i consiglieri guadagnano, diciamo "nel tempo libero", più di quello che io, lavorando, prendo in due anni e dove solo da qualche mese hanno parlato (parlato, s'intende) di dimezzare i propri compensi: i consiglieri, d'ogni colore e credo, per sicurezza tacciono. E poi che questi sono onesti. Che dire di quelli che siedono in diversi consigli d'amministrazione e, non contenti, chiedono anche tangenti?

Inizio già a infastidirmi un po' se un direttore di quotidiano economico dalle pagine della sua testata dichiara la sua meraviglia e ammirazione nei confronti di un tale "contento del proprio lavoro" a 1.200 euro al mese e un po' di più quando il direttore conclude di "sentirsi in colpa" per il proprio stipendio. E tutta quella schiera di aspiranti giornalisti pagata 5 euro a pezzo? Non sembra disturbare la coscienza di nessuno.

Perdo invece la calma a leggere che un rispettabile manipolo di persone su mandato della Santa Sede si sta affannando a recuperare il debito di 1 miliardo di euro del San Raffaele, certamente centro di eccellenza nelle cure, avanguardia nella ricerca (e la legge 40?) e luogo di coltivazione di un pensiero indipendente, ma non diverso da tante altre aziende fallite nel più totale silenzio, anche se con il loro onesto e più modesto business davano da vivere a tante famiglie.

Che poi mi venga addirittura fatta una lezione (cf. R. De Monticelli, Il fatto quotidiano del 21.7.2011) su come - io ?! - dovrei indignarmi perché le illustri personalità che insegnano all'Università Vita-Salute del San Raffaele rischiano di perdere una cattedra che, a quanto si dice nell'ambiente giornalistico, è più che dorata dal punto di vista dei rimborsi spese, è per me motivo di uscita da quei gangheri che con tanta fatica olio ogni giorno per far quadrare il bilancio di famiglia. E dire che, tutto sommato, non ci manca nulla.

Il punto però è che la sobrietà non può essere la striminzita giustificazione di un dato di fatto ma piuttosto un barlume d'ideale che dovrebbe rimandare all'idea di una vita avuta solo a prestito. Qui c'è proprio una rottura col mondo e i pur necessari compromessi a un certo punto (quale?) devono avere fine.

Mi sembra, infatti, che abbiamo sdoganato con troppa fretta lo sterco del diavolo e oggi ci ritroviamo ad alzare un'asticella sempre più in alto senza che nessuno abbia il coraggio di dire che, però, un po' olet, ovvero, puzza.

Maria Elisabetta Gandolfi

© www.vinonuovo.it, 26 luglio 2011

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