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Semeraro: dalla fede una nuova architettura dei rapporti umani

«Nella sua prima enciclica Francesco ci invita all’ecclesialità e alla ricerca umile della verità». Il vescovo di Albano, presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi: la collaborazione al documento con il Papa emerito, un esempio di fraternità in Cristo.

Ha fra la mani la prima enciclica di Francesco, Lumen fidei. E, quando monsignor Marcello Semeraro arriva al paragrafo in cui papa Bergoglio spiega di aver assunto il «prezioso lavoro» di Benedetto XVI, il vescovo di Albano torna all’abbraccio dello scorso 23 marzo fra Francesco e il Papa emerito a Castel Gandolfo di cui è stato uno dei pochissimi testimoni, da buon «padrone di casa» della diocesi che ospita le Ville Pontificie. «Ecco, in quell’occasione, Francesco disse a Benedetto XVI: "Siamo fratelli". Proprio la "fraternità in Cristo" di cui papa Bergoglio parla nell’enciclica può essere la chiave di lettura di questa straordinaria collaborazione che il testo offre», spiega monsignor Semeraro che preside la Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Cei e che è il segretario del gruppo di otto cardinali consiglieri del Papa per studiare un progetto di revisione della Curia romana.

Francesco scrive di aver aggiunto «alcuni ulteriori contributi» alla bozza elaborata dal suo predecessore. Come interpretare tutto ciò?
Sotto un profilo anzitutto teologico, direi. Nel documento c’è l’esplicito rimando alla missione del successore di Pietro che «ieri, oggi, e domani» è chiamato a confermare i fratelli. È in questa prima prospettiva che si legge un’enciclica, ossia nella continuità e coerenza del magistero petrino. Poi c’è anche l’umile franchezza di chi manifesta pubblicamente la sua gratitudine a colui che aveva «quasi completato una prima stesura».

«Lumen fidei» afferma che «la fede si conosce in quanto legata all’amore». Ma non va considerata qualcosa «che consola e riscalda».
In un passaggio l’enciclica avverte che l’amore «non si può ridurre a un sentimento che va e viene». L’amore mira all’unione delle persone. È la stessa incommensurabile dignità della persona che esige la stabilità degli affetti e il fondamento dell’amore sulla verità. Perché stupirsi dell’affermazione che l’amore dona conoscenza? Forse che una madre e un padre non conoscono il figlio più e meglio di quanto dica un suo, pur molto dettagliato, curriculum vitae? C’è una pluralità di forme conoscitive, in circolarità fra loro. Ciò vale anche per l’azione ecclesiale.

Il Papa sottolinea che il credente «non è arrogante» e che «la verità lo fa umile».
San Beda, da cui Francesco ha desunto il suo motto episcopale, parla dell’humilitas fidei, quell’umiltà che rende beati i «poveri in spirito». La fede è umile perché è sempre «pellegrina», come in Maria alla sequela del suo Figlio. La verità rende umili, ricorda il Papa, poiché chi la ricerca scopre ogni giorno che non siamo noi a possederla, ma è la verità che ci abbraccia. Chi cerca Dio si accosta ogni giorno al Deus semper maior, per usare un’espressione familiare ai gesuiti. Benedetto XVI ci ha ricordato che la fede non va presupposta, bensì proposta. Francesco aggiunge che essa non va imposta.

Nell’enciclica si legge che fuori della Chiesa «la fede perde la sua misura», che «la fede non è un fatto privato» e che è «impossibile credere da soli». Come vivere allora la «comunione concreta dei credenti»?
Il richiamo all’ecclesialità della fede è un punto fondamentale. La fede è sempre un atto pienamente personale ma il suo grembo e il suo spazio sono ecclesiali. La fede si riceve e si trasmette: è la dinamica su cui specialmente il terzo capitolo si sofferma. Tutta la vita della Chiesa si svolge nella ricerca del «noi» e nella crescita dentro il «noi». Nelle nostre comunità ciò vuol dire una pastorale integrata e lo sviluppo degli spazi di partecipazione.

Il Papa indica quattro elementi per la trasmissione della fede: i Sacramenti, il Credo, la preghiera, il Decalogo. Come possono essere bussole del nostro quotidiano?
Francesco dice che «riassumono il tesoro di memoria che la Chiesa trasmette». Il tema, come può desumersi da altri suoi interventi, gli è molto caro perché non si tratta solo di avere un orientamento, ma un’identità, ossia consapevolezza di una storia, di relazioni... La fede stessa è «atto di memoria», scrive, il Papa. Una memoria non legata al passato, ma che guarda alla speranza: memoria futuri, la definisce la Lettera.

Nell’ultimo capitolo si mette in risalto il ruolo della famiglia. E si esorta alla «sinergia tra la Chiesa e la famiglia».
L’enciclica usa questa espressione quando tratta della pastorale battesimale. Qui la sinergia tra la famiglia e la più ampia comunità parrocchiale è importantissima. I passi successivi illustrano come la fede illumini la vita della famiglia. Ogni cristiano battezzato, d’altra parte, nasce sempre nella sua famiglia e nel grembo della Chiesa.

Francesco tiene a ribadire che «la fede non allontana dal mondo». In quale modo i credenti sono chiamati a illuminare la città dell’uomo?
Dalla fede in un «Dio affidabile», scrive il Papa, nasce una nuova «affidabilità», ossia una forma nuova e creativa di vivere insieme. È la profezia che dobbiamo anticipare nelle nostre comunità non con la pretesa di essere la città ideale, ma con l’umiltà di chi, alla luce della Parola di Dio, cerca e realizza una nuova architettura dei rapporti umani.

Giacomo Gambassi

© Avvenire, 8 luglio 2013

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