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Silenzio di Dio, silenzio su Dio

Non è che tanti non vogliono più saperne di Dio, perché gli cuciamo addosso tante speculazioni inadeguate, facendone un idolo a nostra immagine e somiglianza?

Perché Dio sta zitto? È una domanda di sempre. L'occasione di ritornarci sopra è stato un incontro con Sabino Chialà, monaco di Bose, che ho presentato alcuni giorni fa.

Il tema era proprio quello del silenzio, meglio dei silenzi, perché ce ne possono essere diversi, buoni o cattivi, a seconda che esprimano comunicazione o mutismo, compassione o disprezzo e via dicendo... Saper riconoscere e coltivare i silenzi buoni fa parte di un'ecologia della vita, della cura della propria umanità che non è un dato, ma un percorso.

L'incontro con fratel Sabino si è tenuto al Centro diocesano di spiritualità di Crema e ha avuto una partecipazione notevole per un evento del genere. Il salone del centro era stipato, con molte persone in piedi e parecchi giovani.

In un tempo che sembra estraneo al cristianesimo, che cosa li ha spinti? Si tratta, io credo, della ricerca di una spiritualità che non sia un discorso esotico o esoterico per addetti ai lavori, riguardante fantasie fumose e impalpabili, ma lettura sapiente della realtà nella concretezza delle sue dimensioni: il rapporto con il corpo e con le cose, le relazioni con gli altri, la conoscenza di noi stessi, il senso del tempo che viviamo, le scelte... Declinata in questo modo, come discernimento del divino che abita l'umano, la spiritualità è arte di vivere e di amare. Su questo piano, la comunità di Bose mi sembra dare al cattolicesimo di oggi un contributo che attinge alla tradizione cristiana e ne sa trasmettere l'essenza all'uomo e alla donna di oggi.

Un punto importante del discorso di Chialà è quello del silenzio di Dio che molti sperimentiamo nelle contraddizioni e nelle tragedie della vita. È un problema che mi sta particolarmente a cuore. Ho conosciuto la malattia in prima persona e incontrato altri intenti ad attraversare questa terra d'ombra. Spesso si deve constatare che Dio tace, di fronte al grido dell'uomo. Un tacere che è scandaloso e doloroso.

Una possibile reazione, dinnanzi al silenzio di Dio, è concludere molto semplicemente che non c'è nessun Dio. Ce n'è, però, un'altra, che ho fatto presente a partire da uno straordianario testo di André Neher, studioso della Bibbia ebraica. Ne L'esilio della parola - ripubblicato lo scorso anno da Medusa - si è soffermato proprio sul silenzio di Dio, dalla Bibbia ad Auschwitz. Neher, senza negare il vuoto che il silenzio lascia, non dà una risposta definitiva, ma indica una direzione nello spazio del forse, quello che si apre quando si semina un terreno.

«Forse, la primavera prossima, da questo solco uscirà del pane. Forse, invece, verranno la siccità e la grandine. L'essenziale non è nel raccolto, l'essenziale è nella semina, nel rischio, nelle lacrime. La speranza è nelle lacrime, nel rischio e nel loro silenzio».

Nel silenzio è possibile riconoscere Dio, forse. Non in discorsi e prodigiose dimostrazioni di potenza.

Gesù è rimasto inchiodato alla croce e ci è morto. C'è stato chi lo ha deriso e bestemmiato. In quella stessa circostanza, narra il Vangelo, il centurione lo ha riconosciuto Figlio di Dio. Se c'è ancora spazio per l'umanità, per il bene, per la speranza - nonostante il dolore e la morte -, questo non è il segno della provvidenza discreta di Dio? Non è una dimostrazione matematica, è lo spazio dell'attesa vigilante.

Proprio per questo, fa notare Chialà, è necessario un silenzio su Dio, che eviti di cucirgli addosso le nostre speculazioni inadeguate, facendone un idolo a nostra immagine e somiglianza. Non è che tanti non ne vogliono più sapere di Dio, perché di lui si parla troppo e a sproposito? Su Dio c'è un eccesso di parole, ci vorrebbe più silenzio.

Christian Albini

© www.vinonuovo.it, 1 dicembre 2011

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