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Smettiamo di avanzare

Contro logica e rito dello spreco. Soprattutto nel tempo di Natale.

Gente che di campagna e di cose da mangiare se ne intende dice che dal periodo pre-natalizio fino a dopo l’Epifania saranno buttate via cinquecentomila tonnellate di cibo, pari al 25 per cento di tutto quello che compriamo per mangiare nelle festività. Dunque ogni quattro cose che compriamo, una la compriamo senza necessità e senza utilità. Ma facciamo tutti così? Certamente no. C’è anche chi non riesce a comprarsi il necessario. Scrivo le righe che seguono con lo strazio nel cuore, e spero che chi legge capisca che non è per spirito di denigrazione della mia patria ma per amor di verità: eravamo abituati a vedere la gente che rovista nei cassonetti quando andavamo in visita nei paesi dell’Est, compresa la Russia, compresa la sua capitale Mosca; ora ci càpita di assistere allo stesso spettacolo in casa nostra.

A Mosca la gente che pescava nei cassonetti era molta, specialmente di sera, quando scendeva il primo buio. E questo, già visibile negli ultimi anni di vita dell’Unione Sovietica, s’è fatto più frequente dopo il crollo del comunismo. Mosca e Leningrado sono due città dell’anima, chi le ha viste torna a rivederle ogni tanto. La vita nella grande Russia è molto peggiorata dopo il crollo del comunismo, e questo, secondo alcuni, starebbe a significare che il comunismo era meglio del capitalismo, perché evitava almeno lo spettacolo degradante dell’estrema miseria. Non sono convinto, perché non credo che dopo la caduta del comunismo si sia subito impiantato il capitalismo: in realtà ci vogliono decenni, nel frattempo il benessere sociale non fa che precipitare. I cercatori di rifiuti riciclabili sono più numerosi intorno agli alberghi dei turisti stranieri. Cercano di tutto. Tutto gli serve. Se han bisogno di denaro vendono di tutto. Perfino cagnolini e gattini. Sono bocche da sfamare, vendendoli spendi di meno e guadagni qualcosa.

Nelle nostre città succede che non tutto viene buttato dentro i cassonetti, molti rifiuti vengon lasciati nei dintorni. E c’è gente che di sera, sul tardi, col buio, fruga e raccoglie. Nei cassonetti intorno a ristoranti, bar, pizzerie, negozi di alimentari c’è anche cibo, mangiabilissimo. Più si consuma, più questo cibo buttato e mangiabile cresce. È questo che va a formare adesso, sotto le feste, quelle cinquecentomila tonnellate di spreco previste e descritte da Confederazione italiana agricoltori. Diminuire questo spreco è difficile, perché nel cibo la gente applica un motto che dice: «Se non ne avanza - non ce n’è abbastanza». Vale per il pane, il latte, la pasta, la carne. Sotto le feste vale per tutto: dolci, panettoni, spumante.

Dal dopoguerra s’è impiantato nell’animo degli italiani il bisogno di vedere che a tavola il cibo avanza: questo avanzo dà l’idea che la fame è vinta, la tavola piena di avanzi è felice, la tavola dove non avanza niente è triste. In questo modo si son superati i problemi del mangiar poco, ma son cominciati i problemi del mangiar troppo, e anche questi causano malesseri, malattie, decessi. Il mangiar troppo non risponde a una fame fisica, risponde a una fame psichica, e non è un problema dell’Occidente, ma dello sviluppo: i più spreconi sono gli Stati Uniti, segue la Svezia, ma subito dopo viene la Cina.
Domanda: se comprar troppo è irresistibile, invece di buttar via non si potrebbe inventare (ogni quartiere per conto suo) un sistema di raccolta e ri-offerta? Se è festa, non si potrebbe far festa con tutti?

Ferdinando Camon
© Avvenire, 21 dicembre 2010
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