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Speciale vita in Parrocchia: La parrocchia del villeggiante

Per noi cattolici è salutare non solo cambiare aria, ma anche poter sperimentare temporaneamente e «da esterni» la vita di comunità cristiane diverse dalla nostra

Noi cattolici vacanzieri abbiamo una fortuna in più rispetto ai molti italiani che di questi tempi si godono il sole, la natura e il riposo in varie località dei mari e dei monti: oltre a «cambiare aria» con effetti benefici per la salute, la crescita umana, i rapporti sociali e quant'altro, noi infatti abbiamo la possibilità di sperimentare temporaneamente e «da esterni» la vita di comunità cristiane diverse dalla nostra abituale.

Si tratta di un'esperienza a volte fortunata, a volte choccante, sempre comunque istruttiva. In qualche caso, infatti, si incontrano parrocchie che già al primo sguardo si capisce che «funzionano»: chiesa sobria e curata, clima accogliente, liturgia sentita, canti ben eseguiti e magari persino una predica decente! Che bello, che ammirazione per quelle comunità in cui - lo si intuisce - la proposta cristiana ha assunto forme mature, consapevoli, gioiose e legate alla vita.
Altre volte, purtroppo, l'incontro è invece uno... scontro da cui si esce pesantemente ammaccati. Chiese sciatte, dove i simboli e i segni si affastellano senza bellezza - ma soprattutto senza dar l'impressione che qualcuno abbia capito che cosa significano. Riti spenti, conditi da letture senza espressione e canti trascinati all'ingiù da qualche anima volenterosa e tuttavia solitaria. Omelie che... beh, lasciamo perdere. In sostanza, un ambiente che denuncia stanca ripetizione o formalismo incrociato a una superstizione paganeggiante, in ogni caso una depressione del sacro che attesta la malattia di una comunità che ha poco da dire ai suoi fedeli.

È ovvio che le esperienze pastorali positive, viste o sperimentate in vacanza, possono poi essere «copiate» nella comunità di residenza. Ma anche gli «scontri» estivi con le parrocchie fallimentari, dai quali si esce avviliti per quanto il cristianesimo sappia a volte diventare triste, sono utili. A che cosa? Beh, per esempio a tornare a casa - nella propria chiesa e dai propri preti, di cui si conoscono a memoria tutti i difetti e per i quali si sono inutilmente auspicate tutte le cure - con un certo sollievo: non siamo messi poi così male... E poi, dall'anno prossimo, cercheremo di fare anche meglio. Buone vacanze!

Roberto Beretta

© www.vinonuovo.it, 29 luglio 2010

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