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Speciale vita in Parrocchia. Il girotondo e il gesto dell'orante

Quando a Messa al momento del Padre Nostro il vicino tenta di afferrarmi la mano che io ho levato al cielo, lo schivo di proposito - anche a rischio di apparire maleducato...

Adesso che si va in vacanza, immagino che a parecchi riuscirà più facile avere una prova del «colonialismo ambrosiano» nella liturgia del Belpaese... Basterà andare a messa nelle rispettive località di villeggiatura, difatti, per poter distinguere con certezza quasi matematica i «milanesi» da tutti gli altri fedeli: sono quelli che, al momento del Padre nostro, allargano le braccia verso il cielo!

Infatti si deve soprattutto a un uso raccomandato fin dagli inizi degli anni Ottanta nella liturgia ambrosiana (e a dir la verità anche dalla gestualità rituale del movimento carismatico) questa abitudine che piano piano è attecchita in molte parrocchie assai lontane dalla «diocesi più grande del mondo». E si tratta del meritorio recupero di un gesto antichissimo, il «gesto dell'orante», testimoniato anche nelle catacombe in pregevoli pitture murali dei primi secoli.

Per questo non mi piace che esso venga spesso confuso o addirittura sostituito da un altro gesto, senz'altro più «moderno» e consono con la mentalità (apparentemente) comunitaria dei nostri tempi ma assai meno profondo nel significato e nel simbolismo: il «girotondo», ovvero il prendersi per mano formando lunghe catene che sorvolano i banchi della chiesa e badando bene di non interromperle mai - a costo di esercizi degni del più impegnativo stretching; quasi che attraverso il contatto delle mani passi la «scossa» della grazia divina, della fraternità, o di chissà che altro.

Non ho nulla contro il «girotondo» in sé: è un bel gesto, nel suo contesto appropriato. E nemmeno vi voglio vedere le assurde implicazioni «politiche» di qualche anno fa (ricordate i famosi «girotondini»?). E' solo che non mi pare adatto al momento, soprattutto lo considero una sorta di scippo prepotente nei confronti del più dimesso e umile «gesto dell'orante»: al punto che, quando a messa il vicino tenta di afferrarmi la mano che io ho levato al cielo, lo schivo di proposito - anche a rischio di apparire maleducato...

Ecco, questo mi sembra un esempio di «svalutazione liturgica» dovuta a scarsa cultura, laicale ma anzitutto clericale: proprio perché non sanno da dove nasce, donde proviene e che significato abbia il «gesto dell'orante», i preti per primi lo hanno disinvoltamente tramutato in uno più comprensibile a loro stessi, prima ancora che ai fedeli. Non si sono posti il problema di comprendere la proposta che veniva loro presentata, di studiare per saperne l'origine: hanno semplicemente dribblato la scomoda domanda e hanno tradotto la postura - direbbero i filologi - in una «lectio facilior»: tradendola però completamente, banalizzandola.

E quante volte succede, nelle nostre messe! Né dipende da un'attitudine «progressista» piuttosto che «tradizionalista» nell'affrontare la liturgia, perché si può banalizzare sia celebrando in camiciola sia agghindandosi con le babbucce rosse, sia inventandosi nuove formule in nome della creatività sia con l'ossessione di una precisione solo formale, sia aggiungendo sia togliendo. Soprattutto davanti a ciò che non si comprende immediatamente (nel rito succede spesso), si tratta piuttosto di accettare il problema, di affrontarne le sfaccettature senza cercare una scappatoia ideologica ovvero immediatamente pacificante. E anche in questo «lex orandi lex credendi»: l'atteggiamento che si assume nella preghiera è lo stesso che si ha di fronte alla fede.

Roberto Beretta

© www.vinonuovo.it, 28 luglio 2011

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