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Sugli stranieri che non vedo alla Messa

C'è qualcosa che non funziona se queste persone non si sentono «comunità» con noi al punto da non pensare nemmeno di poter frequentare l'assemblea domenicale

Mi stupisce sempre, sapendo l'«invasione» che - a detta di tanti - l'Italia cattolica sta subendo da parte degli extracomunitari, notare quanto poco la loro presenza si noti nelle chiese. Mica tutti gli stranieri sono infatti islamici, come volentieri fanno credere quelli della Lega! Ci sono fior di cattolici (tutti i sudamericani, ad esempio, e i filippini, e parecchi dell'Africa nera) e poi numerosi provenienti da Paesi cristiani anche se a maggioranza ortodossa: rumeni, albanesi, moldavi, ucraini, russi, eccetera eccetera. Perché nelle parrocchie ancora non si vedono?

A me questo sembra un segno del ruolo di mediazione e integrazione ancora scarso, insufficiente, che le cellule cattoliche di base svolgono di fronte all'immigrazione estera. Le Chiese locali sarebbero per vocazione e capillarità il luogo più adatto a far «digerire» lentamente, nella società e nella cultura, questo fenomeno epocale - ma ciò ancora generalmente non avviene, o in modi parecchio sporadici. Perché?

Perché le filippine di casa nostra non vanno a messa? Perché le badanti moldave non trovano negli oratori un posto per riunirsi? Perché non ho ancora sentito di nessuna parrocchia che «presti» per la preghiera e per la liturgia i suoi luoghi pubblici, non si dice agli islamici (per i quali il «possesso» di un territorio ha sempre pesanti implicazioni anche religiose), ma almeno ai fratelli ortodossi, in segno di ecumenismo e comunanza cristiana? Secondo me, questo è indice - da una parte - di quanto la «cultura della paura» sia penetrata anche nella realtà cattolica italiana; e - dall'altra - del fatto che la pastorale attualmente praticata dalle parrocchie è una strategia (quando va bene) dell'emergenza e del mantenimento, non certo della missionarietà e dell'apertura.

Certo, molto si fa sul versante della carità e dell'assistenza al bisogno concreto di questi fratelli - non solo cristiani. In passato poi, all'inizio del fenomeno migratorio, si erano create almeno nelle grandi città le «cappellanie etniche», con un sacerdote spesso connazionale che si occupava dei fedeli esteri. Ma qui si tratta ormai di un'altra cosa. Qui non si parla più di occuparsi di un pur indispensabile «pronto soccorso» (sociale o pastorale che sia), quanto piuttosto della normalità di persone che sono ormai inserite nella nostra società, hanno un lavoro, mandano i figli a scuola e al catechismo, comprano case e macchine... ma non frequentano la chiesa; e non perché siano atei! C'è qualcosa che non funziona, se le nostre comunità non sanno esprimere accoglienza liturgica nei confronti di persone che hanno la nostra stessa fede, ovvero (anzi forse meglio) se tali persone non si sentono «comunità» con noi al punto da non pensare nemmeno di poter frequentare l'assemblea domenicale che è il gesto caratterizzante dei credenti nel Vangelo.

Eppure niente sarebbe nello stesso tempo più facile e insieme più produttivo. Facile in quanto tali gruppi etnici hanno una gran fame di luoghi per socializzare, tra loro e con gli altri; produttivo dal momento che il loro ingresso nelle parrocchie avrebbe molteplici aspetti positivi: sia nel senso di un confronto e magari di un rinnovamento delle parrocchie, sia per il superamento della diffidenza sociale esistente tra noi e «loro». Starò dunque a scrutare con attenzione le assemblee delle prossime messe, per vedere se aumentano i fedeli di pelle scura; ma non solo per l'abbronzatura estiva.

Roberto Beretta

© www.vinonuovo.it, 4 agosto 2011

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