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Sul valico decisivo senza lasciarci ingannare

«La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica»: una delle affermazioni fondanti della Caritas in veritate è risuonata di nuovo ieri quando Benedetto XVI si è rivolto ai partecipanti alla Conferenza internazionale per gli operatori sanitari, spiegando che non c’è convivenza democratica senza quei valori etici basilari come la difesa della vita e della dignità umana, messi sempre più in discussione ai nostri giorni, con l’avvento delle nuove tecnologie soprattutto in àmbito sanitario.

Attenzione: il Papa non sta semplicemente ribadendo alcuni importanti valori che da sempre fanno parte del magistero della Chiesa, ma indica con precisione i pericoli che sta correndo la comunità umana in questi nostri tempi. Parlare di «salute riproduttiva», ad esempio, significa riferirsi a un vero e proprio lessico programmatico, diffusissimo nei documenti delle agenzie internazionali e dei consessi politici locali, nazionali e sovranazionali, che si declina in concrete strategie e programmi d’azione con una precisa ideologia materialista alle spalle, quella in cui la salute materno-infantile è ridotta a diffusione massiccia della contraccezione chimica e dell’aborto.

Non sono certo casuali i riferimenti dal Papa alla distruzione di embrioni in laboratorio e all’eutanasia, regolate dalla legge in molti Paesi: ma la legalità e la giustizia non sono la stessa cosa. Una norma può essere approvata dal parlamento, una sentenza può venire emessa da un tribunale: entrambe legalmente valide, possono rimanere al tempo stesso profondamente ingiuste. E se questo accade è la democrazia stessa a essere in pericolo, perché quando la vita dei più deboli è messa in discussione anche dalle istituzioni che la dovrebbero proteggere sono le basi della convivenza civile che si sgretolano. Per questo nelle parole del Papa l’amore alla giustizia va di pari passo con la difesa della vita umana.

Eppure a difendere quelle che dovrebbero essere evidenze, patrimonio comune dell’umanità contemporanea – il rispetto per la vita di ogni essere umano, sempre e comunque –, spesso ci si trova in minoranza. Controcorrente.

Probabilmente accade perché certe questioni vengono proposte e si diffondono senza essere chiamate con il loro nome. Come abbiamo visto in un recente show televisivo cosiddetto «culturale», l’eutanasia viene nascosta furbescamente sotto altre espressioni: accanimento terapeutico, corpo in disfacimento. Non si presentano i fatti per quello che sono, ma conditi con emozioni e suggestioni immaginifiche, come quelle del «morire attaccato per mesi a mille tubi», dei corpi profanati da mani altrui, delle persone sofferenti "costrette" a vivere da chi non le conosce neppure.

Per sdoganare l’eutanasia le parole di morte si mascherano con quelle della vita: amore, felicità, libertà sono stati i termini più ricorrenti nei racconti e negli "elenchi" della serata televisiva di lunedì, che ci ricordavano le storie di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro. Una strategia vigliacca ma efficace, quella che usa modalità subdole per far accettare alla gente ciò che sarebbe respinto se fosse presentato con chiarezza. Per questo l’appello di Benedetto XVI è ancora più pressante per le autorità politiche e istituzionali: mai come adesso è stata in gioco la natura stessa di ogni essere umano, e gli assetti legislativi che riguardano sopratttutto inizio e fine vita avranno un peso decisivo nel futuro di noi tutti. È bene averne una responsabile consapevolezza.

Assuntina Morresi
© Avvenire, 19 novembre 2010
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