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Sull'Eucaristia nelle mani

Una critica di un telespettatore e la risposta di padre Claudio Monge per un commento da lui formulato durante la diretta della Messa da Ancona

 

Domenica 11 settembre 2011 ho fatto per Raiuno la cronaca della messa del papa ad Ancona, per la conclusione del Congresso eucaristico nazionale, e accanto a me, come commentatore, ho chiamato padre Claudio Monge, domenicano che da anni vive a Istanbul, nell'antico convento di Galata.

Claudio è un uomo mite, studioso molto preparato ma anche capace di essere divulgativo.

Quando, prima della celebrazione, un diacono ha annunciato che il sacramento dell'eucaristia sarebbe stato distribuito ai fedeli solo sulla lingua, vietando così di fatto la consegna dell'ostia nelle mani, Claudio ha commentato a caldo: "Non bisognerebbe aver paura, dopo l'incarnazione, di sporcare l'ostia nelle nostre mani". È un commento che gli è venuto spontaneo e sul quale si può certamente discutere.

Una critica aperta gli è puntualmente arrivata, via mail, da un telespettatore che lo ha accusato di aver smentito in modo evidente la prassi di papa Benedetto XVI. Non voglio citare il nome del mittente, perché non gli ho chiesto il permesso di farlo. Mi interessa di più riportare la risposta di padre Claudio. Nemmeno a lui ho chiesto il permesso, ma so che mi perdonerà. Io penso che la sua risposta contenga numerosi e importanti spunti di riflessione.

Eccola qui di seguito.

Nel corso della lunghissima diretta di domenica 11 settembre (quasi due ore e trenta), mi era stato richiesto di duettare con il giornalista Aldo Maria Valli, con uno sguardo teologico che abbracciasse non solo l'evento dell'eucaristia presieduta dal Santo Padre ma tutta la settimana del Congresso eucaristico. Non avevamo ovviamente testi scritti e non ho rivisto il filmato dei commenti fatti. Non ho comunque alcun problema a riconoscere la paternità della frase che lei mi attribuisce: "Non bisognerebbe aver paura, dopo l'incarnazione, di sporcare l'ostia nelle nostre mani", che può essere anche così riformulata: dopo il sommo scandalo dell'incarnazione del Dio fatto uomo in Cristo e l'ancora più sconcertante suo dono d'amore all'umanità che passa attraverso l'infamante patibolo della croce, non c'è più indegnità, piccolezza umana che il Signore non possa toccare e guarire!

Non è una valutazione né un giudizio delle pratiche liturgiche ispirate da cerimonieri zelanti, ma una constatazione teologica, ri-affermata a chiare lettere lungo tutto il Congresso eucaristico, ribadita dal cardinale Bagnasco nel suo saluto al Santo Padre e dal Santo Padre stesso nella sua splendida omelia intitolata L'Eucaristia per la vita quotidiana. Il concetto è perfettamente ribadito nel documento Sacramentum caritatis, n. 71 (esortazione post-sinodale di Benedetto XVI del 2007): «Non c'è nulla di autenticamente umano - pensieri ed affetti, parole ed opere - che non trovi nel sacramento dell'eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza». La sera dell'ultima cena la questione, teologica e non liturgica, fu la sconcertante decisione di Cristo di "completamente abbandonarsi nelle mani" di un gruppo di uomini che di lì a poco lo avrebbe tradito e abbandonato. Quella sera ci fece capire che diventare umani significa passare di crisi in crisi, accedendo ad una intimità sempre maggiore con il Dio in mezzo a noi.

Fin dal primo giorno l'Eucaristia non è né al di sopra né accanto al nostro quotidiano, ma vuole toccare il cuore della nostra esistenza e della nostra umanità fragile e redenta. Nel nostro Credo affermiamo che Gesù ci ha donato il sacramento del suo corpo e ha promesso di resuscitare i nostri corpi. Mi pare che, se Dio si è certo incarnato in Gesù Cristo, noi dobbiamo ancora imparare a incarnarci nel nostro corpo. Il senso della mia affermazione era semplicemente questo e le posso assicurare per esperienza quotidiana che tra "il popolo dei fedeli anche più semplici" c'è spesso una comprensione molto più profonda di questa realtà di quanto si pensi, associando molto naturalmente un sincero amore del Signore con un profondo e necessario amore dell'incarnazione (quello che certe pseudo-spiritualità rischiano di strapparci). No, nessuna "smentita della prassi del papa attuale" (o dei suoi cerimonieri?), perché non era a un giudizio su di essa che si puntava in quelle considerazioni.

Lei a sostegno della sua tesi cita Tommaso, le cui tesi sono state però già superate dal 1973, con l'istruzione Immensae caritatis, ribadita poi anche dal Codice di Diritto canonico: ministro straordinario della sacra comunione è l'accolito o anche un altro fedele incaricato a norma del can. 230, § 3.

San Tommaso sbagliava? No, è semplicemente figlio del suo tempo, come è figlia del suo tempo ogni prassi rituale, anche quelle di ritorno. Il grande Tommaso passa, così come passano i papi e i loro cerimonieri. Mi consola il fatto che il Cristo Salvatore, che assume e tocca la nostra carne (le nostre mani), Lui, non passa!

Aldo Maria Valli

© www.vinonuovo.it, 23 settembre 2011

 

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