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Dott. Vittorio Sozzi,Responsabile Servizio Nazionale per il progetto culturaleCittà del Vaticano, 24 aprile 2010

 

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Ancora un benvenuto…
 
Non è certo un semplice momento di intrattenimento e di attesa in vista dell’incontro con il Santo Padre quello che ci disponiamo ad ospitare in questo scenario particolarmente suggestivo. Un luogo che già otto anni fa, nel novembre 2002, sotto l’insegna delle “parabole mediatiche”, vide migliaia di operatori della cultura e della comunicazione raccogliersi per incontrare Giovanni Paolo II e rinvigorire l’impegno a “fare cultura nel tempo della comunicazione” operando con sapienza ed efficacia nelle proprie comunità.
Di quel momento, autentico spartiacque per il cammino della Chiesa italiana e di molti di noi (presenti allora come oggi…), vogliamo innanzi tutto ricordare la fiducia e il mandato che ci affidò Giovanni Paolo II “perché, come protagonisti dei cambiamenti in atto in questi ambiti in un orizzonte di crescente globalità, siete chiamati a leggere e interpretare il tempo presente e a individuare le strade per una comunicazione del Vangelo secondo i linguaggi e la sensibilità dell’uomo contemporaneo”.
Non possiamo poi non ricordare un’altra voce che quel giorno di otto anni fa, proprio in una tavola rotonda simile a questa, offrì il suo illuminato contributo sul rapporto tra fede e cultura. Toccò infatti al cardinale Joseph Ratzinger delineare le ragioni e le vie maestre che prende il cammino del Vangelo nel tempo. Di quel memorabile discorso, a cui abbiamo attinto anche per ideare l’impianto dei due giorni di convegno che hanno preceduto l’incontro odierno, basti ricordare un breve passaggio, in cui – con grande finezza e vista lunga – il Cardinale prefigurava la sfida educativa contenuta nel nostro impegno di comunicazione e di elaborazione culturale. “Il vangelo – affermava il card. Ratzinger – in una certa misura presuppone la cultura, non la sostituisce, ma la plasma. (…) il vangelo è per sua natura paideia - cultura, ma in questa educazione dell'uomo si unisce a tutte le forze, che si propongono di configurare l'essere umano come essere comunitario”.
Ecco il contesto in cui si colloca la nostra riflessione: “configurare l’umano”, dare forma all’uomo e quindi alla società, in tutte le sue dimensioni. È a questo che ci spinge l’ispirazione della fede ma, come abbiamo sentito, sempre cercando incontri e stringendo “alleanze” con tutti coloro che cercano il vero, servono il bene, esprimono il bello. Sono molti gli uomini che si interrogano, che bramano un orientamento sicuro e una presenza amica, non effimera o mascherata. Li troviamo fra le righe dei nostri giornali, nelle immagini che scorrono sui teleschermi, dietro ai monitor e alle tastiere presenti ovunque nel villaggio digitale. Come poterli realmente incontrare, leggendo ben oltre i display che coprono i loro volti, ce lo diranno tra poco gli autorevoli ospiti che prenderanno la parola. È ad essa, alla persona, che va la nostra prima attenzione, come ha recentemente indicato il Convegno ecclesiale di Verona e come mostra anche la scelta dei Vescovi italiani di dedicare gli Orientamenti pastorali del prossimo decennio al tema dell’educazione.
Di questa centralità della persona voglio mettere in luce solo tre brevi aspetti.
Il primo riguarda le profonde trasformazioni che interessano il nostro tempo, provocate per lo più dalle nuove conquiste tecnologiche. Grazie alle recenti innovazioni, siamo oggi in grado di superare barriere ritenute incrollabili; di accorciare distanze geografiche, sociali e culturali; di percorrere vie inedite per mettere a frutto l’intelligenza e trasmettere la memoria. Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Una convinzione però è chiara: non vogliamo che il dinamismo in cui siamo immersi si risolva in un grande processo impersonale, senza guida e senza etica. È questo infatti il possibile approdo di una certa manipolazione dell’umano e dell’offuscamento o della riduzione della verità dell’uomo, su cui si fonda la sua dignità, a cui ci richiama con forza Benedetto XVI. Anche le dinamiche della comunicazione sono coinvolte nell’emergere della cosiddetta questione antropologica e giocano un ruolo non secondario per poterla affrontare positivamente.
In secondo luogo, e in relazione a questo, occorre riconoscere quanto l’educazione della persona sia radicalmente trasformata nell’attuale cultura digitale. Educazione e comunicazione stanno tra loro in un rapporto molto stretto, così che i media possono agevolare e sostenere la formazione dell’uomo, così come indebolirla e distorcerla. In ogni caso, accompagnano la vita in tutte le sue dimensioni – conoscenza, modelli di valore, sentimenti, scelte – e nulla di ciò che sostanzia la comunicazione è privo di valore educativo, direttamente o indirettamente. Se le relazioni tra le persone hanno guadagnato spazio, diventando il fulcro dei nuovi scenari digitali, non ci possiamo accontentare delle accresciute possibilità, ma vogliamo puntare sulla qualità delle relazioni che si creano e si alimentano nel web. Lo stesso vale per i modi di intendere e vivere la libertà o l’esplodere delle opportunità: “Il problema non è che in rete si possa trovare qualsiasi cosa e che si allarghi la liberta di incontrare qualsiasi cosa; la questione vera è che io sappia che cosa cercare, che la mia ricerca non sia casuale, ma abbia una ipotesi, una direzione che la guida. La «direzione del cercare», non viene però dalla rete, ma dalle persone e dal fatto che queste vivano luoghi e relazioni effettivamente educative e amicali, in cui il bisogno di autenticità e di pieno coinvolgimento con gli altri e con la realtà si possa mantenere vivo e crescere” (Comitato per il progetto culturale della CEI, La sfida educativa, Bari 2009, p. 158). Si tratta di una forte responsabilità per tutti noi: quella cioè di rendere anche la Rete un luogo favorevole all’educazione, alla crescita e al dispiegamento dell’umano secondo la sua pienezza e autenticità, così che non manchino ai navigatori approdi sicuri, compagni affidabili e la stella polare secondo cui orientare la rotta.
L’ultimo riferimento è alle persone stesse di chi, nella comunità cristiana, ha scoperto e mette a frutto – per passione o per professione – il carisma della comunicazione e della cultura, in tutte le sue forme. È anche a queste persone e figure, sapientemente in collegamento fra loro, che occorre dare centralità nella vita delle parrocchie e delle realtà ecclesiali. Come “Parabole mediatiche”, otto anni fa, seppe avviare una vasta semina in questa direzione, così è lecito attendersi l’impegno di tutti per mettere a frutto le acquisizioni maturate nel cammino recente e le stesse indicazioni che il Santo Padre ci offrirà tra poco. Mi piace pensare al compito che spetta agli animatori della comunicazione e della cultura in quel moderno “cortile dei gentili” – per richiamare l’efficace immagine riproposta di recente proprio da Benedetto XVI – in cui anche il continente digitale si trasforma quando si apre a percorsi di ricerca e di dialogo tra persone di cultura, ispirazione, fede diversa. Se in passato abbiamo usato la metafora dell’antenna, per sottolineare la necessità di accogliere e lanciare messaggi, oggi questa non basta più. Nel vasto oceano delle frequenze e delle linee che ci circonda riempiendo ogni spazio, è di persone che svolgano anche la funzione di veri e propri “decoder” che abbiamo bisogno per decifrare le attese e le tendenze diffuse, rilanciandole in un segnale che contrasti l’allontanamento della presenza di Dio, rafforzi la ragione critica, stimoli il genio creativo.
Quest’ultima immagine mi consente di passare ora la parola ai protagonisti di questa tavola rotonda: padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa Vaticana, di Radio Vaticana e del Centro Televisivo Vaticano; la dott.ssa Lorenza Lei, Vicedirettore generale della RAI, e il dott. Marco Tarquinio, Direttore del quotidiano “Avvenire”. Si tratta di personalità di alto profilo, che rappresentano istituzioni di rilievo nell’universo della comunicazione: istituzioni ricche di storia ma anche fortemente proiettate nei nuovi scenari della tecnologia e della cultura digitale. Nel chiedere un contributo di riflessione e di esperienza circa il tema del nostro incontro, li ringraziamo per la loro presenza e per la disponibilità a vestire con noi i panni dei “testimoni digitali”.

 

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