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Tele-Mattanza insorgono anche le star

Renzo Arbore: «Molte emittenti spariranno? Un’idea folle, oggi più che mai»

«Capisco i problemi economici e quelli legati alle frequenze ma bisognerebbe avere rispetto per le piccole realtà, per le comunità. Noi della Lega del Filo d’Oro, ad esempio, troviamo molto spazio sulle televisioni locali. Gratuito, naturalmente». Renzo Arbore non usa mezzi termini e, precisando di parlare «da spettatore e da appassionato di televisione prima che da artista», afferma lapidario: «L’idea che le televisioni locali possano sparire mi sembra folle. In tempo di federalismo, poi».

In che senso, federalismo?
Molte di queste televisioni sono il megafono delle regioni. Io ho scoperto le istanze della Padania attraverso i telegiornali di alcune tv locali ben prima di conoscere questi signori che oggi ne parlano in Parlamento e che, sia chiaro, considero miei avversari.

Prima lei parlava di rispetto per le piccole comunità.
Certamente. Con l’avvento del digitale terrestre mi aspettavo che accadesse quello che è successo per le radio: la tematizzazione. Ci sono radio "nostalgia", con i successi musicali del passato, quelle cattoliche e così via, che soddisfano un pubblico sensibile a certi temi. Che non sarà, forse, numericamente enorme ma che ha tutto il diritto di essere rispettato. Lo stesso dovrebbe accadere per le televisioni per le quali, tra l’altro, andrebbe fatto anche un discorso artistico.

Lo faccia.
Io razzolo molto sulle tv locali. Non le ho mai snobbate e rispondo sempre agli inviti che mi fanno ad andare in qualche programma. Lì scopro mondi artistici che i network ignorano per le solite ragioni di ascolto. Le tv pugliesi, napoletane, siciliane, abruzzesi, così come quelle del nord Italia, sono piene di artisti straordinari. Le canzoni popolari, il liscio: questa roba ha diritto di cittadinanza perché fa parte della tradizione del nostro Paese. Per arrivare a Stefano Bollani si parte da lì, è un percorso che tutti noi "provinciali" abbiamo fatto. Milly Carlucci io l’ho trovata su un tv locale. E quanta ispirazione mi è arrivata da quei programmi.

Ad esempio?
Tanti anni fa, su una televisione privata, andava in onda Noi e gli Ufo: due tizi parlavano degli Ufo tutte le sere, uno si presentava come una sorta di loro emissario, un altro non credeva che esistessero. Da lì, Luciano De Crescenzo ed io abbiamo avuto l’idea di fare Tagli, ritagli e frattaglie.

Ha detto che Rai e Mediaset ignorano certi mondi artistici per ragioni di ascolto.
Ma sì, l’offerta generalista ormai è ripetitiva, soggiogata dall’Auditel che fa guardare con sospetto la qualità. Solo in casi eccezionali Auditel e qualità si sposano, e quelli diventano eventi televisivi. I criteri commerciali incoraggiano una tv diseducativa. Io non dico che la televisione debba educare ma, per piacere, nemmeno diseducare. Non si può continuare a fare i tecnici dell’ascolto, dei picchi e delle curve, senza cercare di contemperare le ragioni dei numeri con quelle dei contenuti.

In conclusione?
Se le televisioni locali dovessero davvero scomparire, sarebbe una grande perdita.



Carlo Conti: «Perderemo un patrimonio Io e Pieraccioni siamo nati lì»

«Quello delle televisioni locali è un mondo fantastico che è stato fondamentale per la formazione di molti di noi. Perderlo significherebbe perdere un vero e proprio patrimonio». A parlare è Carlo Conti, volto simbolo di Raiuno, che, ben prima di successi come L’eredità o I migliori anni, "vanta" un inizio di carriera a Tele Centro Toscana.

Che cosa ricorda di quell’esperienza e quanto è stata importante per la sua carriera?
«E non solo per la mia. Eravamo Leonardo Pieraccioni ed io. Facemmo un programma che si chiamava Succo d’arancia. Dopo vennero Vernice fresca e Aria fresca. Esperienze importanti, una palestra per molti che volevano fare il nostro mestiere».

Perché una palestra?
Per due motivi. Primo: perché, senza l’ossessione degli indici di ascolto, eravamo liberi di sperimentare. Non a caso, in quelle realtà locali sono nati artisti che sarebbero diventati famosi. Tanti comici come ad esempio, uscendo dalla "mia" Toscana, Toti e Tata cresciuti su Telenorba. Oppure i tanti telecronisti sportivi che si sono fatti le ossa negli innumerevoli "Bar Sport" che popolano le piccole televisioni. Qualcuno, forse, un po’ becero ma, sicuramente, specchio fedele di certe realtà cittadine.

Il secondo motivo?
La fantasia. Se non hai soldi e grandi mezzi tecnici, non ti rimane che usare la fantasia. Ai tempi di Succo d’arancia, Pieraccioni ed io non avevamo nemmeno una scenografia: ci inventammo che volevamo fare un programma dietro le quinte di una trasmissione che andava in onda in orari diversi. Non facemmo altro che girare i pannelli di quella scenografia che non era nostra. In quegli anni mi sono davvero inventato di tutto.

Per salvare le televisioni locale si parla, tra l’altro, della possibilità di consorzi tra più emittenti, magari a livello regionale.
Forse potrebbe essere una soluzione anche se la dimensione regionale mi sembra già troppo grande. Quando ho iniziato a fare questo mestiere, in Toscana c’era quasi una televisione per ogni città: Firenze, Pisa, Livorno. E il fascino stava proprio nella loro possibilità di raccontare la tua città, quello che era successo al tuo vicino di casa o cosa faceva la tua squadra di calcio. Senza contare che tutte le esperienze fatte in passato di network o syndication non hanno ottenuto grandi risultati perché hanno finito per scimmiottare inutilmente le grandi televisioni alle quali invece, fino a quel momento, avevano rappresentato un’alternativa.

Dunque?
Dunque spero che, con i tanti canali messi a disposizione dal digitale terrestre, si riesca a trovare una soluzione che concili le esigenze industriali con quelle, diciamo così, locali. E che, soprattutto, salvaguardi l’identità delle tante piccole televisioni che rappresentano voci locali che sarebbe gravissimo non poter più ascoltare.

© Avvenire, 5 agosto 2011

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