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Tettamanzi: il Battesimo seme che porta frutto

L’arcivescovo di Milano scrive una «lettera» ai genitori per spiegare il significato del sacramento e il rinnovamento del cammino dell’iniziazione cristiana avviato in questi anni nella diocesi ambrosiana.

Una «proposta bella e affascinante». Una «promessa affidabile su cui si possa contare ». Un cammino di Chiesa in cui nessuno sia «lasciato solo» e in cui nessuno si senta «ospite».

Tutto ciò è racchiuso, per l’arcivescovo di Milano, nel Battesimo, «Il dono più grande», come il titolo del libro dello stesso cardinale Dionigi  Tettamanzi che viene pubblicato oggi (edizioni Rizzoli). Una lettera ai genitori che analizza il significato del sacramento all’interno dell’«avventura straordinaria» di «mettere al mondo» un figlio.

«Il dono del Battesimo non è come un regalo che finisce sopra qualche mobile – scrive Tettamanzi – è piuttosto come un seme che germoglia e cresce
fino a portare frutto»: parole rivolte non solo alle famiglie già vicine alla Chiesa, ma anche a coloro che con la Chiesa hanno avuto solo «incontri rari, talora perfino complicati o deludenti, che lasciano la sensazione di non essere capiti» o «di non essere stati accolti». L’ottica è quella della nuova Pastorale battesimale dell’arcidiocesi di Milano. Annunciate compiutamente dall’arcivescovo all’inizio dell’Anno pastorale, le nuove «linee operative» riguardano la fase battesimale dell’iniziazione cristiana e s’inseriscono in un progetto che abbraccerà l’arco temporale della vita del bambino (e della sua famiglia) che va dalla domanda di Battesimo fino agli undici anni, con il completamento sacramentale che prevede la ce­lebrazione unitaria dei sacramenti (lo stesso Battesimo, se deve ancora essere celebrato, la Cresima e l’Eucaristia). Un processo che diventerà prassi nel 2018 e che vede al centro l’accompagnamento della famiglia da parte delle «équipes di Pastorale battesimale», spesso formate da giovani genitori, che si stanno formando in tutta la Chiesa ambrosiana.

Tettamanzi entra «in punta di piedi» in quel tempo «speciale» in cui con l’arrivo di un figlio «cambia radicalmente la vita». Sottolinea come «un bambino che nasce è una persona unica e libera» e che «fin dal suo primo vagito si aspetta di essere felice». E «se Dio è con noi possiamo avere buone ragioni per credere che “felicità” non sia una parola esagerata», aggiunge l’arcivescovo, spiegando anche la «forte connessione tra l’atto del generare e quello di educare». Qui entra in gioco l’«alleanza» con Dio e con la Chiesa. «La Chiesa non è perfetta e sempre dev’essere riformata – scrive Tettamanzi ai genitori e a chi sta per diventarlo – ma vi accorgerete che è madre, e vuole bene a voi e al vostro bambino». A chi teme una Chiesa che «giudica», a chi non si sente «a posto», Tettamanzi spiega che «i pregiudizi sulla Chiesa, costruiti per sentito dire o per reazione, si scioglieranno»: la Chiesa «desidera accogliere ogni richiesta sincera e farsi carico di un opportuno accompagnamento prima e dopo il Battesimo perché ciascuno possa sentirsi a proprio agio nella sua comunità». La comunità cristiana può perfino «proporre dei padrini» che accompagnino il bambino e la famiglia negli anni a venire. L’iniziazione cristiana, infatti, per Tettamanzi «non può limitarsi a essere un corso simile alla scuola. Già da tempo nelle nostre parrocchie il catechismo non è più basato solo o principalmente sulle nozioni della fede, ma è la presentazione dei suoi contenuti più attenta alla vita e all’esperienza concreta dei ragazzi». La modalità finora conosciuta nelle parrocchie, che lasciava «un vuoto» fra il Battesimo e gli anni centrali della scuola primaria «non è più sufficiente». È necessario «un itinerario che si snodi in più tappe». Come spiega Tettamanzi, «dopo il Battesimo il vostro parroco e i suoi collaboratori non vi saluteranno dicendo: aspettiamo il vostro bambino al catechismo, in terza elementare. Vi diranno piuttosto così: siete diventati per noi persone care con nomi e volti conosciuti. Siete ormai una presenza preziosa e attesa nella nostra comunità. Cercheremo negli anni a venire di non lasciarvi soli». Uno «stile di accoglienza e di rispetto » nei confronti di tutti in cui per Tettamanzi si manifesta «il volto della Chiesa».

Annalisa Guglielmino

© Avvenire, 1 dicembre 2010

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