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Tre uomini in barca e un killer sul treno

I racconti del buonumore 10

Ero salito in treno già sorridendo al pensiero di divertirmi un’altra volta alla lettura di un classico, un romanzo che nella mia famiglia era sempre stato oggetto di ammirazione e quasi amore. Parlo dei Tre uomini in barca (per tacer del cane) dell’incomparabile Jerome K. Jerome. Seduto tranquillo e solo al mio posto, dopo una rapida scorsa alla "Gazzetta", avevo aperto il libro che narra di quella comicissima "gita epica", e dopo un’oretta o poco più, poco dopo Bologna, ero arrivato al formidabile episodio del formaggio. Ricordate? Formaggi magnifici di Liverpool, «stagionati e pastosi, con un odore della forza di duecento cavalli, che si poteva sentire a cinque chilometri di distanza, un odore capace di abbattere un uomo a duecento metri». Ridevo di gusto, cercando di trattenermi per evitare chiacchiere col mio vicino. Da sempre, infatti, detesto fare conversazione con altri viaggiatori. Tra l’altro, poco dopo, l’io narrante del romanzo viene a trovarsi a sua volta in treno, in uno scompartimento dove uno alla volta, causa i due formaggi trasportati, tutti gli altri passeggeri (compresi i nuovi incauti venuti) decidono di svignarsela senza troppi complimenti a causa del "profumo" formaggesco. Ma lascio ai lettori il piacere di continuare per un po’ nella lettura dei Tre uomini in barca, anche perché, a un certo punto, mi ero dovuto interrompere anch’io per sedermi a un tavolo del vagone ristorante. Speravo, ovviamente, nella quiete solitaria, per continuare nella mia lettura, ma a un certo punto, prima della pastasciutta, che su questi treni è il meglio perché la fanno espressa, davanti a me viene ad accomodarsi un tizio, e io comincio a temere per la mia preziosissima pace solitaria. Il tizio, per mia fortuna, non è tatuato come un galeotto, non si presenta in bermuda e canottiera, né sta urlando i suoi affari al telefono. Sembra cortese, e decorosamente silenzioso. Io, comunque, cerco di barricarmi in difesa dietro il libro, che ho ben piegato per non evidenziare la copertina e sorbirmi domande o commenti sul romanzo. Ma quando arrivano i tortiglioni al pomodoro per entrambi, implacabile il mio dirimpettaio mi rivolge la parola, e ben presto, malgrado il mio poco entusiasmo, pur ammantato di ipocrita gentilezza urbana, mi rivolge l’immancabile domanda: «Lei, di che cosa si occupa?».

La gente, ai giorni nostri, non vuole mai sapere chi siamo o come la pensiamo sul mondo. Vuole sapere che cosa facciamo. Io non sono, dunque, del tutto impreparato, e cerco ogni volta di pararmi dietro una risposta più o meno inverosimile, tipo: "contrabbandiere"; o "carrettiere"; o "trafficante d’armi". Il tutto per rendermi spiacevole all’istante e scoraggiare l’interlocutore. Ma questa volta, dopo un sorrisetto idiota e un istante di silenzio ricco di sottintesi, faccio un esperimento, e sparo un nuovo tipo di risposta, una tremenda risposta inedita: "Sicario". Il tizio si aggiusta la cravatta, sorride maldestro, e balbetta un «Prego?» . «Sì, caro signore, ha capito bene: sicario, sono sicario e non sono il solo; ma non si preoccupi».

Forse, però, avevo fatto male i miei calcoli. Dopo un primo smarrimento, il mio indesiderato commensale, che, non richiesto, si era dichiarato agente immobiliare, ha cominciato a mostrare un vivo interesse per la mia "professione". Chiedeva del pericolo, dei guadagni, dell’avventura, dei Paesi esteri nei quali forse agivo… Insomma, un sacco di domande per quella che era stata, cominciavo a capirlo, una mia autentica e goffissima autorete. «In fondo – dicevo – è un mestiere abbastanza comodo. Sa, io, in media, lavoro una volta circa ogni anno e mezzo o due. La paga è davvero molto buona, non per vantarmi, e mi consente una vita agiata. E poi non ho grandi esigenze. Da giovane ero incompatibile con l’organizzazione sociale e le sue regole, le sue gerarchie… Potevo fare il clochard, appunto, il barbone… Ma le confesso, caro dottore, io amo i comfort, e così, col mio lavoro, voglio dire, me la cavo molto meglio che sulla strada o a fare magari il bohèmien senza talento. Ci vuole precisione, nel mio lavoro, precisione estrema, anzi… E questa non mi è mai mancata, fin da bambino: quando giocavo con le pistole ad acqua ero il migliore. Mira eccellente per natura, anche con le freccette, o a bocce. Poi, sa, io sono un tipo solitario, un misantropo, la compagnia umana mi scoccia… Quanto poi alla coscienza… Cosa vuole che le dica… Intanto i miei pazienti io non li conosco, o non li conosco se non per sapere come colpirli meglio e al momento giusto. E questo è un gran bel vantaggio… Un po’ come quella vecchia storiella, sa?, quella del cinese e del bottone da premere per farlo saltare in aria per un mucchio di soldi…».

L’agente immobiliare, a questo punto, riuscì persino a ridere, rovesciandosi sulla cravatta e sulla sua celeste camicia un mezzo bicchiere di Santa Cristina. «Certo, non si mangia neanche male su questi treni, su queste Frecce di vari colori… Ma dica: le è mai successo di sbagliare un colpo, o di farsi prendere?». Il farabutto non la finiva più. Avrei voluto dire che era tutto uno scherzo, come sarebbe stato logico pensare. Ma lui ci era cascato in pieno… Si vede che, potenzialmente, sono un bravo attore… Mi era andata molto meglio quando mi ero spacciato per carrettiere; la curiosità era stata minima e mi avevano lasciato in pace come se puzzassi, come un formaggio di Jerome abbandonato. Cercai allora di abbatterlo, il mio venditore di case, con un paio di dettagli macabri, di fingermi offeso per i suoi sospetti su miei eventuali errori, mostrandomi sempre più cinico: «Un po’ di galera, in fondo, caro mio, l’ho messa anche nel conto. Ma non l’ho mai fatta. È un’esperienza che mi manca, e non mi lamento. Comunque, adesso, ho dei committenti d’eccezione, roba sicura e di pregio, e alla mia età progetto di mettere a segno gli ultimi due o tre colpi, più ravvicinati del solito, per poi mettermi in pensione in Costa Azzurra. La mia, dopo tutto è un’arte, ma credo che l’ispirazione non mi verrà a mancare e potrò metterla a frutto, che so, con la pittura, come certi ergastolani molto noti. Oppure mi proporrò per un talk-shaw sul crimine. Che ne dice? Il delitto oggi paga – e qui stavo per aggiungere "che schifo!", ma mi trattenni in tempo – e quel che conta è la visibilità. Filantropo o assassino fa lo stesso per i media. Potrei avere una seconda giovinezza come star televisiva a parlare di ammazzamenti e ammazzatine. Magari, se succede, la invito in studio a commentare qualche orribile omicidio di successo…».

A questo punto, lo confesso, quasi mi divertivo, ma l’imbecille non demordeva. Per fortuna stava arrivando per noi la macedonia, e a Rimini lui sarebbe sceso. Mi passò tutto contento il suo biglietto da visita, e io ricambiai dicendo: «Metto solo i miei dati; senza indicare l’arte, sa, perché sicario – e rimarcai la parola – per qualcuno è ancora tabù. Ma se ha bisogno di qualche servizietto come si deve, non esiti a contattarmi…». E qui gli strizzai l’occhio.

Quando scese mi salutò sorridendo dal marciapiede, facendo con il pollice e l’indice il gesto del revolver che spara. Poveretto… Per fortuna, però, prima ancora di tornare al mio posto, sorseggiando in caffè senza idioti importuni, avevo la fortuna di continuare con la mia lettura. Protagonista assoluto era ancora il formaggio. Il protagonista era riuscito, finalmente, a recapitarne le due forme al legittimo proprietario, dopo che la moglie era andata a vivere in albergo per evitarne la micidiale puzza. Tom, questo il nome dell’amico, decise infine di sbarazzarsene. Li gettò allora in un canale, «ma dovette ripescarli perché i barcaioli protestavano. La puzza dava loro un senso di malessere» e così lavoravano male. Non li vollero neanche nella camera mortuaria, perché i beccamorti protestarono indignati. Compì allora un viaggio in una città di mare e li seppellì sulla spiaggia. «Il luogo acquistò in seguito una grande reputazione. I villeggianti dicevano che non avevano mai notato prima d’allora quanto fosse balsamica l’aria; e negli anni successivi gli ammalati di petto vi accorsero in frotta». Potenza del formaggio. Potenza di Jerome e dello humour inglese che vi raccomando. Parola di sicario …


 
Maurizio Cucchi
 
© Avvenire, 11 agosto 2012
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