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Una politica da santi? Non solo il caso Moro

Può la semplice attività legislativa oppure quella amministrativa condurre alla consacrazione sugli altari? Quali requisiti sono richiesti? Una panoramica sulle più importanti figure della storia pugliese e meridionale. A cominciare dalla proposta di beatificazione di Aldo Moro

Era il 1936 quando Jacques Maritain scriveva: “Non parliamo di un tipo nuovo di santità, ma le condizioni storiche, mutando, possono dar luogo a modi nuovi, a stili nuovi di santità Un nuovo stile di santità, che si può identificare anzitutto come santità e santificazione della vita profana”. Una riflessione profondamente evangelica, ma cosi difficile da essere accolta: secoli di storia avevano relegato la santità a luoghi precisi e ristretti: conventi, chiese, monasteri, istituti religiosi; e ne avevano esclusi altri, ovvero tutti i luoghi delle attività umane, considerati profani, se non proprio lontani da ogni grazia e santità. Per cui santi potevano diventare solo religiose e religiosi, preti, vescovi, e papi. Quello di Maritain, fatto poi proprio dal concilio Vaticano II, era l’invito a una santità personale come scommessa quotidiana e interiore di incarnare il Vangelo nella famiglia come al lavoro, nelle amicizie come nelle altre relazioni, in politica come in economia, nel piccolo come nel grande, sempre e comunque. Un’intuizione profonda che, con fatica, porterà frutti in tante terre cristiane. Anche in quelle pugliesi.

Di questi frutti ricordiamone alcuni tra i più noti: Filippo Smaldone (1848-1923, santo, prete napoletano che ha operato per lo più a Lecce a servizio dei sordomuti); Nicola Monterisi (1867-1944, di Barletta, prete giornalista e poi vescovo); Serafino Germinario (1870-1953, cappuccino di Santeramo in Colle, fondatore del PPI in Puglia e di diverse cooperative); Giovanni Modugno (1880-1957, di Bitonto, docente pedagogista e politico); Pasquale Uva (1883-1955, di Bisceglie, prete a servizio dei disabili mentali); Antonietta Cafaro (1885-1992, di Andria, laica impegnata); Giuseppe Di Donna (1901-1952, di Rutigliano, religioso e vescovo, impegnato nella promozione dei poveri); Aldo Moro (1916-1978, di Maglie, docente universitario e politico); Antonio Bello (1935-1993, di Alessano, vescovo e formatore sociale e politico); Santa Scorese (1968-1991, di Bari, giovane credente uccisa violentemente).

Sono persone diverse, per storie e sensibilità, ma è innegabile che li accomuna l’intuizione di Maritain: sperimentare e vivere un nuovo tipo di santità. Le loro vicende sono ricche di diversi insegnamenti in campi quali: il rapporto fede-mondo, cioè del cristiano impegnato a ordinare evangelicamente le realtà temporali - nel caso dei preti impegno non sempre considerato conforme alla vocazione sacerdotale; la sollecitudine per le classi più povere, disagiate e sfruttate; l’impegno culturale non disgiunto dall’attenzione alle realizzazioni socio-politiche; il pagare di persona, spesso con la vita, come Moro e Scorese, la fedeltà al Vangelo. Per alcuni sono già in corso processi canonici per la beatificazione, per altri sono auspicati come frutto di una riflessione comunitaria, allontanando ogni forma di strumentalizzazione politica (come nel caso di Moro).

Sono state personalità dall’impegno pratico, ma, al tempo stesso, intellettuale. Molti dei santi pugliesi, noti o meno noti, hanno avuto grandi capacità culturali e pratiche, da non disgiungere mai. Giovanni Modugno aveva scritto della sintesi necessaria tra “scienza della vita” e “tirocinio dell’azione”. Nonostante i limiti della cultura cattolica degli ultimi secoli, in modo particolare della sua chiusura al mondo moderno, testimoni come Germinario, Modugno, Moro, Bello, nei loro scritti e discorsi, hanno spaziato in diversi campi dello scibile umano, con ampie vedute culturali. Aldo Moro, già nel 1944, invitava ogni cristiano “a essere estremamente cauto nel ricercare, dovunque si presentino e spesso nei modi più impensati, le vere cause che ostacolano il progresso nel mondo; intransigente nel rimuoverle in se stesso e negli altri; coraggioso nelle grandi e piccole cose; fiducioso nel lavoro oscuro come e più che nell’opera esteriore e vistosa; paziente nell’anelito infinito al bene”.

In loro, inoltre, è stata determinante una connotazione “popolare”: spesso umili origini, legame intenso con la terra natia, spiritualità e sensibilità applicata e spesa per il contesto sociale, in cui hanno operato, e per le relative drammatiche emergenze. Germinario usava dire: “Se vuoi salire fino al cielo devi scendere nel tugurio del povero, dargli la mano per rialzarlo”. Mentre Tonino Bello non si stancava di riferirsi ai poveri come “il luogo teologico dove Dio si manifesta e il roveto ardente e inconsumabile da cui Egli ci parla”. In altri termini: la fedeltà a Dio non può essere mai disgiunta od opposta alla fedeltà ai prossimi della propria terra.

Senza il riferimento a un così forte senso dell’amore di Dio e del prossimo non si può comprendere la personalità dei nostri santi pugliesi: spesso aristocratici per intelletto e portamento, hanno, però, saputo intervenire nei tuguri dei poveri per sollevarli in nome di Cristo. Hanno dato voce e mani a molti ultimi, senza la paura di essere fraintesi dai tanti benpensanti borghesi che affollavano (e affollano) le nostre comunità cristiane. Per l’amore per i poveri, e per altri motivi, questi testimoni furono “scomodi”. La loro “scomodità” ha radici e modi di ripetersi molto simili, nonostante la differenza di persone, luoghi, tempi, culture e avvenimenti. E’ la storia comune a quei preti e laici credenti che, tra sfide e sofferenze, cercano di incarnare il Vangelo di liberazione per i poveri e per gli ultimi; di non scendere a compromessi con il potere, specie per ritorni di privilegi e denaro; di rifiutare ogni forma di ipocrisia e perbenismo. E’ una “scomodità” da meditare: essa è spesso oggetto di commenti stereotipati e logori (si pensi a quelli diretti oggi a papa Francesco), che più che offendere i destinatari, mostrano la pochezza e miseria di coloro che li formulano. In una parola è la “scomodità” dei profeti di ogni luogo e di ogni tempo.

Con i cristiani è doveroso, però, ricordare anche tutti gli uomini e le donne, di ogni sensibilità culturale e religiosa, che in famiglia, negli ambienti di lavoro, nelle associazioni, nelle comunità religiose, nelle strutture amministrative e politiche, hanno contribuito coerentemente al progresso della nostra regione. Tutti loro, credenti e non, hanno reso questo angolo del villaggio globale più vero, più bello e più giusto.

Rocco D'ambrosio, ordinario di filosofia politica Pontificia Università Gregoriana - facoltà di Scienze sociali

© "La Repubblica", martedì 9 maggio 2017

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