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Verso Bari 2020. «L’Europa e i fratelli migranti. Politiche dettate dall’egoismo»

Il neo-cardinale López Romero, arcivescovo di Rabat in Marocco, parteciperà all'Incontro Cei sul Mediterraneo. «I morti nel grande mare? Un attacco alla pace»

Il mare è a poche centinaia di metri. E il sole a picco si riflette sulle pareti bianchissime, compresi i due campanili. Le palme incastonano la Cattedrale di Rabat, nel cuore della capitale del Marocco. Sono appena lo 0,1% della popolazione i cattolici nel Paese affacciato sul Mediterraneo e sull’Atlantico dove l’islam è la religione nazionale.

Il prossimo anno verrà celebrato il centenario di fondazione della chiesa-madre dedicata a san Pietro. E da qualche mese sulla cattedra siede il primo cardinale nella storia dell’arcidiocesi: il salesiano d’origine spagnola Cristóbal López Romero. Una porpora che va letta come «incoraggiamento al dialogo islamo-cristiano», scrive López Romero nella sua prima Lettera pastorale firmata da cardinale che porta la data dell’8 novembre 2019.

«Le Chiese del Nord Africa hanno nel dialogo con l’islam una delle loro ragioni d’essere e uno dei fondamenti del proprio lavoro pastorale – racconta ad Avvenire –. È vero, siamo Chiese di confine tra il mondo cristiano, simboleggiato dall’Europa, e quello musulmano, che passa anche dal Maghreb. E questa situazione ci fa essere una periferia esistenziale».

Sessantasette anni, arcivescovo di Rabat dal 2017 per volontà di papa Francesco, parteciperà all’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei che porterà a Bari sessanta pastori di tre continenti (Europa, Asia e Africa) in rappresentanza di venti Paesi affacciati sul grande mare. «La pace, di cui oggi tutti abbiamo estremo bisogno, non è soltanto assenza di guerra o silenzio dei cannoni. Il fatto che il Mediterraneo sia diventato un cimitero in cui migliaia di nostri fratelli muoiono ogni anno è sicuramente un attacco alla pace», afferma López Romero. E lancia un duro monito all’Europa, chiusa in se stessa: «Le politiche continentali in materia di immigrazione sono la consacrazione e l’istituzionalizzazione dell’egoismo e dell’ingiustizia a livello internazionale».


L’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei è una sorta di Sinodo del Mediterraneo che porterà a Bari dal 19 al 23 febbraio oltre sessanta vescovi delle Chiese affacciate sul grande mare in rappresentanza di tre continenti (Europa, Asia e Africa). Sarà concluso da papa Francesco. Sui passi del "profeta di pace" Giorgio La Pira, i vescovi si confronteranno per indicare percorsi concreti di riconciliazione e fraternità fra i popoli in un'area segnata da guerre, persecuzioni, emigrazioni, sperequazioni

Eminenza, Paolo VI sosteneva che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». L’Occidente sta ancora sfruttando l’Africa, compreso il suo Paese?

Certamente. E fino a quando le leggi del commercio e dell’economia mondiale non cambieranno, continueranno a esistere problemi sociali, guerre e migrazione di massa.

Si considera una porpora della «fratellanza universale», si direbbe citando il Documento di Abu Dhabi?

Tra i cardinali creati il 5 ottobre vi sono l’attuale presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, Miguel Angel Ayuso, e uno dei suoi predecessori, Michael Louis Fitzgerald, entrambi specialisti nelle relazioni islamo-cristiane. Se aggiungiamo il nome di Ignatius Suharyo Hardjoatmodjo, arcivescovo di Giacarta in Indonesia, Paese con il maggior numero di musulmani nel mondo, e il mio, appare chiara che l’intenzione del Papa di sostenere e promuovere il dialogo con i musulmani.

I cattolici in Marocco sono 30mila su 36 milioni di abitanti. E siete una Chiesa che abbraccia radici, etnie e culture variegate.

Qui i cattolici provengono da oltre 100 Paesi e da tutti i continenti. I più numerosi sono gli africani sub-sahariani e gli europei. Ma crescono gli asiatici, in particolare i filippini e coloro che giungono dal Medio Oriente. La principale sfida è quella della comunione. Le differenze non sono un problema ma un arricchimento: a condizione che vi sia un impegno permanente a incontrarsi, conoscersi, rispettarsi e amarsi. Con la vita testimoniamo che l’umanità è una famiglia, la famiglia dei figli di Dio. Non è questo evangelizzare?

Come incontrare chi ha un credo diverso?

L’incontro con l’altro, sia esso musulmano, cristiano o ateo, si ha quando vediamo nel prossimo un fratello, quando adottiamo verso di lui atteggiamenti benevoli di ascolto, quando siamo interessati a conoscerlo in profondità, quando ci apriamo a lui condividendo la vita. Tutto ciò è un dovere universale, indipendentemente dalla religione.


Lei definisce l’islam in Marocco «moderato, aperto, sereno». Eppure in altri contesti, anche del Mediterraneo, c’è un islam radicale che perseguita i cristiani.

Le frange radicali e fondamentaliste sono ovunque una minoranza. Esistono in ogni religione e in molti Paesi purtroppo. La difficile soluzione all’estremismo si fonda sempre su una vera educazione e sulla creazione di condizioni di vita dignitose per tutti. Aggiungo che gli attacchi jihadisti non sono rivolti esclusivamente ai cristiani: sono molti di più i musulmani uccisi dai terroristi.

C’è libertà religiosa in Marocco?

I cristiani possono vivere e celebrare la propria fede in pace e tranquillità. Dobbiamo ringraziare l’accoglienza del popolo marocchino e la protezione che il re, in quanto «comandante dei credenti», offre a coloro che hanno una vita di fede. Proprio il re ha affermato che il Marocco non è una terra dell’islam, dal momento che è abitata anche da ebrei e cristiani.


Il proselitismo è vietato per legge. E le conversioni?

Il codice penale marocchino punisce con il carcere o un’ammenda «chi, usando mezzi di seduzione, scuote la fede di un musulmano». Ma non è la nostra intenzione. Come ci ha insegnato Benedetto XVI e come ripete papa Francesco, «la Chiesa non cresce con il proselitismo ma per attrazione». Di conversioni ce ne sono molte. Ho conosciuto persone violente che ora sono pacifiche; o uomini che hanno mentito e adesso dicono la verità. Non sono conversioni anche queste? Una cosa è la “conversione” esistenziale e un’altra una “novità di credo”. Ci sono cambiamenti di religione senza conversione; e conversioni senza mutamento di religione.


Tema migrazioni. Il Marocco è meta di chi arriva dal Sud del Sahara. Molti vorrebbero partire per l’Occidente ma le frontiere sono chiuse.

I cristiani, seguendo le indicazioni della Chiesa, intendono essere Buoni Samaritani con i fratelli che si trovano in condizioni di precarietà e sofferenza. E le nostre attività pastorali si ispirano ai quattro verbi suggeriti da papa Francesco: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

Nei Paesi del Mediterraneo, dalla Francia all’Algeria passando per il Libano o l’Iraq, si moltiplicano le mobilitazioni di piazza. C’è voglia di cambiamento?

In base a una lettura negativa degli eventi, potremmo dire che le cose non vanno bene e ciò genera malcontento. Ma va considerata anche l’altra faccia della medaglia, quella positiva. I cittadini desiderano un mondo migliore e cresce la consapevolezza che dobbiamo combattere affinché ogni persona possa vivere con la dignità che è propria di ogni figlio di Dio.


E quale contributo può venire dalle Chiese del bacino?

Come comunità ecclesiali siamo chiamate a informarci di quanto accade in ogni luogo, a proporre insieme politiche più umane e più cristiane, a coordinare le nostre azioni per renderle più efficaci. E soprattutto a pregare insieme affinché “venga il suo Regno”.

Il cardinale Cristóbal López Romero, una porpora in Nord Africa

È cardinale dallo scorso 5 ottobre Cristóbal López Romero, arcivescovo di Rabat in Marocco. Nato nel 1952 nella diocesi di Almería in Spagna, entra nella famiglia salesiana emettendo i primi voti a sedici anni e facendo la professione solenne a ventidue. Dopo essere stato ordinato prete, inizia a svolgere il suo ministero fra gli emarginati della periferia di Barcellona. Poi le esperienze come missionario in Paraguay, in Marocco e infine in Bolivia. Nel dicembre 2017 viene nominato arcivescovo di Rabat da papa Francesco che lo crea cardinale due anni più tardi. “Venga il tuo Regno” è il suo motto episcopale.

Giacomo Gambassi

© Avvenire, sabato 25 gennaio 2020

 

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