Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

IN AGENDA

Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto

“La croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per noi chiamati alla salvezza è potenza di Dio…Predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” (1Cor, 1)

Sono noti i fatti della Passione, narrati dai quattro evangelisti.

Gesù, dopo essere stato condannato da Pilato, flagellato secondo il costume romano (cioè con un numero non stabilito di colpi), dileggiato dai soldati romani come un re di burla, fu caricato del “patibolo” che portò sul Golgota, aiutato da un tale Simone di Cirene. Giunto sul luogo del martirio, gli fu data una bevanda narcotica che le donne di alto rango di Gerusalemme solevano offrire ai condannati per renderli meno sensibili al dolore, fu denudato, inchiodato ed issato sulla croce.

Insieme con Lui furono crocifissi due briganti. Un soldato gli porse su una canna la spugna inzuppata di aceto per mitigargli la sete. A Gesù, la cui agonia durò soltanto tre ore, venne trafitto il petto con un colpo di lancia.

Queste informazioni storiche sulla crocifissione ci aiutano a capire la difficoltà di credere in Gesù. San Paolo si rende conto di questa difficoltà sia per i Giudei che per i pagani: come può un “giudice crocifisso”, condannato ad una morte crudelissima e sommamente infamante, essere il Figlio di Dio? Si comprende, anche per questo, la difficoltà di credere in Gesù ancora oggi: la fede cristiana è segnata essenzialmente dalla croce; la si accetta però perché è compiuta per amore ed è seguita dalla risurrezione.

Non meraviglia quindi l’atteggiamento dei presenti alla crocifissione: sono tanti e potrebbero aiutarci con il loro comportamento a renderci conto delle nostre difficoltà a credere.

“Stavano presso la croce di Gesù  Maria, sua madre, le sorelle di sua madre”, scrive san Giovanni nel suo Vangelo. Ma non erano le sole: ci sono i soldati, il centurione, gli avversari, i passanti, la folla curiosa, forse tutti quelli che con Gesù avevano percorso la via dolorosa e si erano poi fermati sul luogo della crocifissione.

Tutti “volgevano lo sguardo” a Lui, ma in maniera diversa. Vogliamo guardare anche noi, ma non per curiosità o per il semplice desiderio di conoscere o come ricordo di una storia passata: non guardare “dal di fuori”, ma tentare di vivere gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù, di Maria e di altri in quei momenti.

In ciò può aiutarci anche il contrasto fra questi e le altre persone presenti: si può così comprendere che solo uno sguardo di fede e di amore facilita il nostro impegno di vita cristiana.   

Pensiamo a Maria, che si dona a Dio nello strazio del dolore e che accetta l’umanità al posto del suo Figlio (sulla Croce: “Ecco tua madre, ecco tuo figlio”); al centurione romano, che, “vedendo Gesù spirare a quel modo, disse: veramente quest’uomo era figlio di Dio!”; al ladrone crocifisso che riconosce la sua colpa ed ottiene la promessa del paradiso.

Capi, soldati, malfattori più volte aggrediscono il Crocifisso sbeffeggiandolo: “Se sei il Cristo, scendi dalla croce e noi crederemo che tu sei il Messia…Tu che hai salvato gli altri, salva te stesso”.

Già nel deserto era stato chiesto a Gesù di mostrare la sua potenza, di fare miracoli. Ma il nostro Dio non scese dal legno, vi rimase, entrò nella morte, perché – hanno affermato alcuni – là va ogni suo figlio: sale sulla croce per essere con me e come me, perché io possa essere con lui e come lui, ben sapendo che il primo dovere dell’amore è essere con la persona amata; la croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante.

Forse sono parole che non capiremo mai del tutto, anche se è il grande principio biblico della imitazione: aggrappiamoci alle croce e lasciamoci trasportare da Lui che fa sue le nostre debolezze.

sac. Giacinto Ardito

Direttore Ufficio Chiesa e Mondo della Cultura

Prossimi eventi