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“Se uno mi apre, Io entrerò e ceneremo insieme”

Con queste parole, forse inusuali ma dense di significato, porgo a tutti gli auguri per le feste natalizie.Altri li formuleranno con parole diverse, anche loro presi dall’atmosfera di Natale che invade anche i più pigri e i più tristi, forse riandando ai tempi gioiosi della propria infanzia o ricordando composizioni artistiche e letterarie di Natale.

Come noto, leggo le parole augurali nel libro dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo, al capitolo terzo. L’agiografo ascolta in visione le parole del Signore, che a noi si rivolge dicendo che sta alla porta e bussa, in attesa che ciascuno apra.

Esse esprimono l’amore insistente di Dio e il rispetto della libertà di ogni persona; per questo per me suscitano stupore e fascino o, al dire di qualcuno, manifestano “l’audacia di un Dio innamorato”, che affida se stesso ad esseri umani.

Dio, da alcuni ritenuto lontano, da altri invitato a non disturbare il mondo che si sviluppa secondo leggi sue proprie, da altri dimenticato anche se grati perché aveva costruito il mondo, da pochi atteso ed invocato, ci stravolge con il suo amore prendendosi cura di ciascuno di noi, manifestandosi a noi nella tenerezza di un Bambino ed in certo modo vivendo in intimità con noi (è questo il senso del “cenare” biblico).

Il Dio invisibile, resosi visibile in Gesù, “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore di uomo. Nascendo da Maria Vergine, si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato… In Cristo e per Cristo Dio si è rivelato pienamente all’umanità e si è definitivamente avvicinato ad essa” (Concilio Vaticano II).

Sappiamo inoltre che, nella sua sapienza e nel suo amore, “ha posto in noi la sua dimora”.

E’ questa la gioiosa realtà che auguro a tutti a Natale, scusandomi se il contenuto può disturbare qualcuno di noi: Dio non ci dà qualcosa di creato, ma se stesso per amore e con amore.

Qualcuno, parlando dell’incarnazione (Gesù diventa anche uomo), ha invitato noi a contemplare questa storia con gioia e commozione come “il più lungo viaggio della storia”, compiuto da Dio stesso per colmare l’abisso infinito che ci separa da Lui: L’Infinito si è fatto finito perché il finito diventasse Infinito. Dio non si è fermato di fronte a nessun ostacolo pur di raggiungere la sua creatura, anzi si è fatta Egli stesso creatura.

La sorpresa aumenta perché anche noi, a nostra volta, siamo chiamati a percorrere un lungo viaggio: questa volta non da soli, ma con Lui. “Pigro, alzati! – scrive Sant’Agostino, commentando un passo del Vangelo di San Giovanni – La Via stessa è venuta da te, per svegliare dal sonno te che dormivi; e se Egli ti ha svegliato, alzati e cammina”.

Occorre aprire per “cenare insieme”. In Cristo acquistiamo piena coscienza della nostra dignità, del valore trascendente di ogni persona, della nostra altissima vocazione; la debolezza del Bambino nei presepi ci commuove, ma è la nostra forza. Egli ci ripete che siamo tutti immagine di Dio: questo non solo rinnova in noi l’immagine di Dio, ma anche la verità di noi stessi chiamati a vivere una costante dimensione di amore, di dialogo e di dono.

Si racconta di un pittore che fu rimproverato perché aveva dipinto una porta senza maniglia: gli si diceva che in tal modo nessuno poteva entrare; l’artista affermò di non aver sbagliato perché la porta si apriva solo dall’interno: così per noi, invitati ad aprire noi il nostro cuore a Dio.

È pur vero che Dio si pone nella condizione di chi attende, perché sa che la sua Parola è indirizzata ad una libertà, è subordinata alla mia libertà: il “così avvenne”, realizzatosi nelle opere della creazione, trova un limite legato all’esercizio della libertà e include il rischio di un “no” da parte nostra. Per questo Dio si paragona ad un agricoltore, perché deve attendere; per questo contempleremo nei presepi Dio-Bambino, perché non vuole forzarci. Può sembrare strano tutto questo, specie quando siamo vittime di orgoglio e di prepotenza;  ma Dio, non solo a Betlemme, fa anche l’esperienza dell’impotenza, affidandosi solo alla forza dell’amore.

“Quell’amor che tutto muove” metta in moto la nostra capacità di amare per essere a Lui somiglianti e “cenare insieme”.

sac. Giacinto Ardito

Direttore Ufficio Chiesa e Mondo della Cultura

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