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«Fra i monti per scorgere il volto di Dio»

La comunità bellunese non si era ancora ripresa dal grande dolore per la morte di Giovanni Paolo I, quel nostro don Albino Luciani che ci aveva lasciati improvvisamente dopo 33 giorni di pontificato, quando il 16 ottobre giunse la notizia dell’elezione del suo successore, l’arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla.

Sono stato a Roma nei giorni del lutto per la morte di Giovanni Paolo II e ho avuto l’onore di avvicinarmi alla sua salma esposta in San Pietro. Siamo tutti stupefatti per la partecipazione commossa di milioni di persone, duecento capi di Stato e di governo, leader di tutte le religioni. Ero presente in piazza San Pietro ai funerali di Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo I, ma non ho mai visto una partecipazione così commossa e numerosa anche di giovani. Il mio cordoglio è stato grande non solo per la perdita di un santo Pontefice ma anche perché ho avuto la gioia, come vescovo di Belluno-Feltre, di accoglierlo in diocesi per cinque volte e instaurare con lui un rapporto cordialissimo e affettuoso. Troppo lungo sarebbe illustrare le virtù e quanto ha fatto questo Pontefice. Mi limito a un breve resoconto dei miei rapporti con lui in Cadore e quanto ho colto da vicino. Innanzitutto vorrei evidenziare la devozione e l’affetto a papa Luciani. Nel maggio del 1979, dopo l’Assemblea generale dei vescovi italiani, ho avuto modo di parlare personalmente col Papa e l’ho invitato a visitare Canale d’Agordo, paese natale del suo predecessore. Accettò volentieri. Io soggiunsi: «Quando?». Rispose: «Sto per andare in Polonia, al mio ritorno ne parliamo». Poiché nel periodo estivo, normalmente, sono sospese le udienze che si reca a Castel Gandolfo, il 25 giugno gli ho scritto una lettera personale rinnovando l’invito. A giro di posta, il 5 luglio, mi venne comunicato: il Papa avrebbe visitato Canale d’Agordo il 26 agosto nell’anniversario dell’elezione di Giovanni Paolo I.

Fu una giornata, dal punto di vista climatico, pessima: pioggia a dirotto durante la Messa nella piazza del paese. Ciononostante, il Papa fu accolto da moltissimi fedeli. Non posso dimenticare le parole di stima e di affetto, pronunciate dal Papa durante l’omelia, nei confronti del predecessore Albino Luciani che aveva conosciuto quando era Patriarca di Venezia e fu suo ospite. Nel programma era prevista anche la benedizione della statua della Madonna Regina delle Dolomiti a Punta Rocca. Io ero molto preoccupato per la situazione meteorologica e dissi al Santo Padre: «In Marmolada c’è bufera di neve, vento, molto freddo. Cosa dobbiamo fare?». Risposta immediata: «Salvi i limiti di sicurezza, si conservi il programma stabilito». Giunti in vetta, il Papa ha pronunciato un inno stupendo in onore della Madonna. Scendemmo in elicottero a Belluno, per la visita al Seminario gregoriano. Il Santo Padre, purtroppo, era stato colto da emicrania . Giunti in vescovado, il medico dottor Buzzonetti lo ha visitato e mi disse: «Pranzo brevissimo e poi lo lasci riposare in camera almeno mezz’ora». Così fu fatto. E il Papa si riprense bene potendo celebrare con i vescovi della Conferenza episcopale triveneta nello stadio di Belluno.

Altro aspetto di Giovanni Paolo II che vorrei citare è il suo amore per la montagna. Quanto il Papa apprezzasse le vette lo avevo capito nell’agosto 1979 quando gli proposi di salire in Marmolada per la benedizione della statua della Madonna. Accettò senza esitazione. Quindi mi venne l’idea di invitarlo a passare qualche giorno in Cadore, pur rendendomi conto che si trattava di una proposta azzardata in quanto per la prima volta nella storia il Papa avrebbe scelto come soggiorno estivo un luogo diverso da Castel Gandolfo. Presi contatto con alcuni collaboratori del Pontefice che, in un primo momento, trovai piuttosto perplessi. Infine, dopo un paziente impegno fatto di colloqui e documentazione fotografica, riuscii a convincere il segretario particolare del Papa a visitare a Lorenzago, la casa del vescovo di Treviso ove pensavamo di ospitare il Santo Padre, e alcune zone del Cadore. Tutto era ormai preparato e pertanto feci la proposta direttamente al Papa che accettò volentieri e decise di iniziare il soggiorno con una solenne concelebrazione in Val Visdende la domenica 11 luglio 1987, in occasione della festa di san Giovanni Gualberto, patrono dei Forestali. Fu una giornata splendida con la partecipazione di circa 30mila persone.
 
Il Papa, giunto a Lorenzago, cominciò le passeggiate nei boschi. Il l0 luglio lo invitai a pranzo in canonica a Costalta. Acconsentì alla condizione che fossero presenti, oltre a me, solo i rispettivi segretari e che la sua presenza non venisse comunicata a nessuno. Senonché verso le 13, dopo una lunga escursione sul monte Zovo, uscito dal bosco, decise di attraversare il paese a piedi. Cosa che suscitò in tutti gli abitanti grande entusiasmo. Passando per il paese, si fermava a salutare con affettuosa cordialità chi riusciva ad avvicinarlo. Una donna anziana, seduta presso la porta di casa, non credendo ai propri occhi. Gli chiese: «Lu, l’è el Papa vero, quello vero, quello de Roma?». Lascio immaginare la reazione del Santo Padre e il sorriso di chi aveva sentito la richiesta della vecchietta. Finalmente abbiamo iniziato il pranzo preparato e servito nella panoramica terrazza della canonica. Menù: polenta e capriolo. Il Papa, dopo la camminata del mattino, aveva appetito, gustò il primo piatto e poi disse: «Ne prendo ancora un po’». Verso la fine del pranzo, vedendo due bambine che si erano avvicinate alla casa, eludendo il servizio di vigilanza, disse: «Lasciatele venire». E gettò dal terrazzo il dolce che era appena stato posto sul tavolo. Per fortuna ne avevamo uno di riserva. Ho avuto l’onore di accogliere quattro volte (1987-1988-1992-1993) Giovanni Paolo II a Lorenzago di Cadore. Quando scendeva dall’elicottero proveniente da Roma il suo volto appariva stanco, ma subito si illuminava mentre raggiungeva a piedi, attraverso il bosco, la villetta destinata al suo soggiorno. Dalla casa, posta accanto al castello di Mirabello, si ammira un bellissimo panorama di montagne; il Papa lo contemplava estasiato anche perché gli richiamava la grandezza di Dio. Un giorno mi disse: «Questi monti sono più alti dei monti Tatra, i boschi sono più verdi dei boschi di Polonia, godo il profumo dell’erba e del fieno». Era un camminatore instancabile; solo qualche sosta per una piccola refezione a mezzogiorno, talvolta un po’ di riposo A anche per leggere giornali o testi con l’indicazione delle strade e dei luoghi.

aveva mantenuto la tempra dello sportivo e non sdegnava di mettere da parte la veste bianca per indossare abiti e berretto più conformi agli escursionisti di montagna. Sorretto dal bastone, nonostante che un cartello indicasse un’ora o due di tempo per raggiungere la meta, non temeva di proseguire. Quando qualcuno riusciva a evadere la vigilanza e aveva la fortuna di avvicinarlo, si fermava a chiacchierare, domandava notizie della famiglia, accarezzava i bambini e, talvolta, entrava in una baita o in un piccolo bar.

Il 12 luglio 1992, raggiunto il monte Rite sopra Cibiana di Cadore, si è fermato nell’androne della caserma bassa, costruita durante la prima Guerra mondiale; ha conversato amabilmente con alcune persone che gli hanno offerto del te e dolci. Poi è salito sulla vetta, a oltre 2mila metri, da dove si contempla uno dei panorami più ampi e splendidi della Dolomiti che spazia fino in Austria e in Svizzera. Un’altra volta è entrato in una baita isolata vicino a Lorenzago. Lo ha accolto un contadino che ha esclamato: «Guarda quanto è stupida mia moglie; è andata in chiesa per vedere il Papa; lui viene in casa nostra e lei non c’è». Il 20 luglio 1988 ha voluto intraprendere una scalata molto impegnativa, la salita sul monte Peralba. Il piccolo gruppo partì dal rifugio Calvi verso le 11.30 quando il sole era già alto. Dopo circa un’ora di salita faticosa, il commissario della Polizia di Stato presso la Città del Vaticano, incaricato di vigilare sui movimenti del Santo Padre a nome del Governo italiano, chiese fermamente alla guida, l’ingegnere Gildo Tommasini, di comunicare al Papa di interrompere l’escursione perché era pericolosa. Venne eseguito l’ordine e la guida disse: «Santità, praticamente siamo giunti in Gvetta, possiamo fermarci». Risposta: «Cosa significa 'praticamente'». E, strizzando l’occhio con l’indice verso l’alto, fece segno di proseguire «Avanti!». Dopo circa altri 45 minuti di cammino, nuovo intervento pressante. La guida: «Padre Santo, probabilmente ho sottovalutato la fatica e la pericolosità della salita, possiamo fermarci qui». Il Papa attese che tutto il gruppo fosse riunito e poi incaricò monsignor Stanislao di ispezionare il sentiero che conduce verso la cima. Risposta positiva: «Si può procedere». Il portavoce del Papa, Joaquín Navarro-Valls, a un certo punto estrasse dalla tasca un Rosario pregando preoccupato per le difficoltà emerse. Il Papa lo vide e disse: «Cosa dirà oggi ai giornalisti?». Risposta: «Che siamo saliti sul Peralba». Il Papa: «Quindi dobbiamo dire la verità e arrivare in vetta. Avanti!». E così fu.

Giunti sulla cima, il Papa si avvicinò alla statua della Madonna, rimase raccolto alcuni istanti in preghiera con gli occhi rivolti verso Maria come se le parlasse. Poi si avvicinò alla guida, chiuse a cerchio l’indice e il pollice della mano destra, segno di vittoria e disse: «Grazie, ingegnere, da vecchio e da Papa mi ha fatto salire su una vetta più alta dei monti Tatra che scalavo quando ero giovane». A conclusione un buon minestrone di verdura e nel ritorno, a metà strada, un caffè e sosta al rifugio Calvi per una bibita. Il proprietario conserva ancora la sedia dove si è seduto il Papa.

Oltre alla mia esperienza personale circa la spiritualità di Giovanni Paolo II, fervente uomo di preghiera, è interessante la testimonianza di Augusto Coeli, del Servizio vaticano di vigilanza, che sempre ha accompagnato il Santo Padre nelle gite in montagna. «È un mistico. Io l’ho sempre in mente mentre pregava. Anche in viaggio pregava molto e leggeva, rifletteva; in montagna si fermava a pregare. Nelle camminate il pensiero di Giovanni Paolo II andava spesso alla bellezza della natura che gli richiamava la grandezza di Dio». Ricordo che proveniente da Roma, appena sceso dall’elicottero, era solito sostare in preghiera con alcuni di noi dinanzi alla statua della Madonna posta nel bosco. Il l0 luglio 1988, sapendo che il Papa era in gita nella zona del monte Zovo che domina la vallata del Comelico, ho chiesto ai parroci di suonare a mezzogiorno tutte le campane a festa. Giunto il momento, il Papa si è allontanato qualche passo dal gruppo e si è raccolto in preghiera.

Molto stimolanti gli incontri, dopo cena, dei giovani col Papa a Lorenzago. Preghiera ed esortazioni in cui era solito ricordare come un amico esigente, così si è definito, la loro responsabilità aprendo ai futuri uomini prospettive di impegno e di sacrificio. In fondo Giovanni Paolo II è stato un Papa che ha rotto tutti i tradizionali protocolli; un Papa dal volto umano, carico di bontà e squisita gentilezza, che si è fatto amare da tutto il mondo, come è chiaramente apparso nei giorni della morte e in particolare del suo funerale. * vescovo emerito di Belluno-Feltre Giovanni Paolo II percorre un sentiero ai piedi delle cime dolomitiche durante uno dei suoi soggiorni estivi a Lorenzago di Cadore

Maffeo Ducoli, vescovo emerito di Belluno-Feltre
 
© Avvenire, 29 aprile 2011
 
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