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«Liberi» dalla vergogna

Valori/1. Quando nella vita viene a mancare la bussola

Vergogna. Termine desueto, anacronistico, roba da eremiti o monache di clausura, da persone che, fuori dal mondo, provano ancora quelle strane sensazioni legate a parole che nel tempo hanno assunto nuovi significati e che per questo, e solo per questo, sono ammesse alla corte dell’ipocrisia del politically correct. Concetti come dignità, onestà, rispetto, pilastri intoccabili di civiltà ed etica, appaiono spesso stravolti, depauperati del loro autentico valore e sostituiti con interpretazioni esasperatamente soggettive, tagliate su misura, plasmate sull’onda emozionale che riesce a scuotere quel barlume di sensibilità, che ancora vive in una società ormai quasi del tutto plagiata. E allora la dignità diventa paradossalmente l’ago della bilancia per la classificazione della vita: siamo degni di vivere solo se giovani, forti e in perfetta salute, giammai malati. E soprattutto è vietato invecchiare. L’onestà, lontana dall’accezione etica e morale di chi sacrificava la vita piuttosto che tradire, si trasforma per incanto nella pomposa – ma solo in apparenza – "onestà intellettuale", dove l’abilità dialettica di mistificare parole e concetti determina le nuove caratteristiche dell’integrità. Il rispetto invece viaggia a senso unico, lo si pretende senza eccezioni per sé, ma nessuno merita di esserne il destinatario. Chi, quando era bimbo, scoperto con i baffi di nutella, severamente vietata, agli angoli della bocca, non ha provato la morsa allo stomaco e quel senso di smarrimento per quella disperata bugia che non riusciva a convincere nessuno? Eppure oggi siamo riusciti ad adeguarci – non facendo una piega – a chi ha commesso ben altri furti. Riusciamo a convivere con personaggi davvero discutibili e talvolta indifendibili, ma con altrettanta fierezza ne vantiamo l’amicizia e i legami.

E sì, abbiamo perso il senso della vergogna. Probabilmente perché non riusciamo più a riconoscerla, non sappiamo più esattamente cosa significhi, oppure non sappiamo più che quello che potremmo definire tale si chiamava vergogna. In un momento storico come quello che viviamo, in nome di una ingannevole e fallace apertura giustificativa anche per ciò che farebbe turbare o quantomeno arrossire il più incallito degli amorali, con grande disinvoltura riusciamo a sostenere battaglie a favore del panda gigante ormai in estinzione, ma non un gesto concreto per disabili o vita nascente. Finalmente siamo liberi. Liberi di non provare più vergogna. Liberi di poter provare violenta indignazione per chi abbandona il cagnetto per le vacanze estive, ma nessun rancore per chi lascia senza aiuto i genitori anziani in casa. Liberi di poter giustificare ogni azione e comportamento in nome di un’autodeterminazione mortifera. Liberi di poter elaborare enunciati vendendoli come verità assolute e nel contempo invocare l’assoluto contrario con la pretesa dell’ottusità di chi ci ascolta. Liberi di sfasciare famiglie, togliendo ai nostri figli l’amore insostituibile di due genitori, imponendo il concetto à la page di famiglia allargata. Liberi di poterci drogare con i nostri adolescenti, per dimostrare loro che non siamo così matusa come credono. Liberi di non provare pudore. Liberi di poter sbandierare malcostumi sessuali e con tracotanza pretendere non la comprensione, ma la difesa. Liberi di trasgredire e di esigerne la legittimazione, se è possibile, in subordine la giustificazione. Liberi di odiarci e di disprezzarci, pur giustificandoci: oggi giustifico te, domani tu dovrai farlo con me. Liberi di essere più furbi, vendendoci come più intelligenti. Liberi di poter far tutto. Insomma liberi di non provare vergogna.

Forse però la colpa non è nostra, ma della natura di questo strano verbo, che – da riflessivo – lascia troppo margine a chi non vuole più vergognarsi. La vita è fatta di responsabilità, prima che di libertà. Lo stiamo dimenticando.

Rosaria Elefante
© Avvenire, 27 agosto 2011
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