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Accanto agli ultimi. «Fondo alimentare a rischio». L'allarme degli enti caritativi

Dagli 11 milioni e mezzo del 2015 ai 5 del 2018 (che non hanno ricevuto integrazioni durante l’anno) ai 5 confermati per l’anno prossimo: «Ma i poveri senza cibo invece continuano ad aumentare»

Vivere senza sapere cosa si mangerà l’indomani. Senza pane, o latte nel frigo, o pasta da servire in tavola per i propri figli. La povertà si misura con la fame prima che con la mancanza di lavoro. E questa povertà in Italia cresce, senza sosta, investendo oltre cinque milioni di persone (i dati sono dell’Istat). Non c’è molto da fare, per rispondere a questo grido di aiuto: serve cibo. Serve già oggi, domani, serve ogni giorno di questa settimana: derrate di sugo, olio, riso, tonno.

Per acquistarli, farli arrivare negli empori e nelle mense davanti a cui a pranzo e cena si formano file di bisognosi, il terzo settore utilizza le eccedenze della filiera alimentare e i fondi messi a disposizione dal governo e dall’Europa. Che oggi, però, a fronte dell’aumento degli affamati rischiano invece di assottigliarsi vertiginosamente.

I conti li stanno facendo in questi giorni gli enti caritativi impegnati sul territorio a fianco degli ultimi e riuniti nel Tavolo di coordinamento permanente sugli indigenti istituito al Ministero delle politiche agricole. Cinque milioni di euro i fondi stanziati per gli aiuti alimentari nel 2018 (che, a differenza del passato, non hanno registrato le tradizionali integrazioni durante l’anno da parte del governo gialloverde), contro i quasi 9 del 2017, i 10 del 2016, gli 11,5 del 2015.

Un trend decrescente, che in queste ore è stato confermato alla Camera dalle prime votazioni sulla legge di Bilancio per il 2019, visto che l’emendamento presentato dal Pd con prima firmataria il capogruppo in Commissione Agricoltura Maria Chiara Gadda per un rifinanziamento di altri 5 milioni è stato bocciato. Dunque più affamati, più richiesta di cibo, e meno impegno per garantirlo. «Siamo molto preoccupati – spiega il presidente di Banco Alimentare, Andrea Giussani –. C’è la netta sensazione che la povertà alimentare, quella più vera e drammatica, stia come scomparendo dalle priorità del governo rispetto al passato e questo ha conseguenze pesantissime, perché il bisogno che resta scoperto è questione di sopravvivenza per chi lo esprime ».

Una povertà rimossa, quella della strada, come rimosse finora appaiono le competenze accumulate nel corso degli anni – e dei confronti coi vari governi – dal Tavolo indi- genti, che ancora non ha avuto un incontro formale col governo: «La buona notizia – aggiunge Bruno Izzi, responsabile Mense per la Comunità di Sant’Egidio – è che finalmente saremo ricevuti al ministero dell’Agricoltura settimana prossima. Per noi sarà l’occasione di sottolineare l’importanza strutturale del Fondo nazionale per gli indigenti, anche nell’ottica del dibattito a livello europeo, che proprio in questi giorni sta affrontando il nodo dei nuovi finanziamenti da stanziare ai Paesi per il settennio 2021/2027».

La lotta alla fame è da sempre tra gli obiettivi comunitari e proprio dall’Ue negli ultimi anni sono arrivati i fondi più consistenti per l’aiuto alimentare: 70 milioni all’anno circa, gestiti poi a livello centrale dall’Agea (l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura) che attraverso bandi misurati sui panieri necessari ha distribuito gli aiuti agli enti caritativi.

Anche su quel fronte nelle ultime settimane si era temuto un accordo al ribasso rispetto al passato: la Commissione europea nella sua proposta di Fondo sociale europeo plus ha destinato il 25% di 100 miliardi di euro per l’inclusione sociale, di cui il 2% (contro il quasi 4% del settennio 2014-2020) per l’assistenza alimentare o materiale di base.

Lunedì 3 dicembre la commissione Occupazione e Affari sociali ha invece votato degli emendamenti che portano al 27% la prima quota e al 3% la seconda: «Un buon segnale anche questo – continua Izzi – ma l’importanza del Fondo nazionale è più che mai evidente anche per il futuro, se l’Europa dovesse tirare la chinghia ».

Di attenzione del “governo del cambiamento” a non lasciare «senza garanzie minime di sopravvivenza i poveri mentre si decide come organizzare il reddito di cittadinanza» parla invece il responsabile Area nazionale di Caritas, Francesco Marsico: «Il punto è che, se è vero che ci troviamo in una fase di transizione rispetto alle strategie per rispondere alla povertà, è fondamentale tenere ferme quelle risposte che sul territorio già esistono e operano concretamento nel sostegno ai poverissimi. Indebolire le risorse disponibili è un errore che nessuno aveva fatto prima, nonostante ci fossero altri progetti e altre idee politiche su come procedere nell’affrontare l’emergenza».

E proprio sul fronte politico si potrà giocare ancora l’ultima battaglia sul Fondo nazionale per gli indigenti, col passaggio della legge di Bilancio al Senato: «La nostra speranza – spiega Gadda (Pd) – è che la richiesta di aumentare a 10 milioni lo stanziamento per il 2019 possa essere ancora accettata. È sconfortante vedere come si sia data priorità a stanziamenti anche consistenti (25 milioni di euro, ndr) per una nuova struttura a Palazzo Chigi, tanto per fare un esempio, e non si vogliano destinare soldi agli affamati».

Viviana Daloiso

© Avvenire, mercoledì 5 dicembre 2018

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