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«Al Circo Massimo per unire il Paese»

De Palo (Forum): «Sarò in piazza per difendere famiglia e bambini. Sul ddl Cirinnà una triste prova di forza, la politica pensi ai deboli».

«Sì sarò al Circo Massimo. Perché spero e credo che quella di sabato possa essere una giornata unica per gettare le basi di una nuova Italia. Un’Italia capace di mettere da parte dibattiti ideologici e di ripartire sul serio da una gigantesca priorità che si chiama famiglia».

Gigi De Palo, camicia bianca e soliti sandali ai piedi («Feci un voto, li porterò fino a quando non ci sarà pace in Palestina »), ci guarda e ci mostra due mail. «Mi sono arrivate proprio ieri, legga... Questo è il Paese di Francesco e Rita, hanno trent’anni, si amano, vorrebbero sposarsi; ma non hanno né un lavoro, né una casa e rischiano di non averli mai. Legga ancora... Questo è il Paese di Niccolò e Sara. Hanno appena avuto un bimbo. Anche loro vorrebbero sposarsi, ma non lo fanno perché perderebbero il posto al nido e la gratuità della mensa». Siamo alla Garbatella, un quartiere popolare di Roma. C’é rumore nella casa del presidente del Forum delle Famiglie. I quattro bambini corrono. Sulla scrivania piena di carte notiamo due libri: Oceano Mare di Baricco e il Compendio della dottrina sociale della Chiesa.

«Ho letto il primo davanti all’Oceano in Mozambico. Avevo diciotto anni ed ero laggiù con i missionari comboniani. Il secondo volume è per me quasi una stella polare; c’è il pensiero antropologico e sociale della Chiesa cattolica, c’è quella capacità di sintesi tra nettezza sui principi e umanità nel declinarli che oggi fatico a trovare nel Paese». È solo una parentesi. De Palo riparte presto a ragionare sul Circo Massimo. «Ho sempre sogna- to un Parlamento capace di confrontarsi con rispetto, di mettere da parte piccole convenienze, di guardare a quello che sarà tra dieci anni e non tra dieci giorni. Lei non sa quante volte mi sono chiesto perché alzare un muro per negare diritti civili alle coppie omosessuali. Mi sono fatto domande dure. Impegnative.

Domande che hanno scosso amicizie. Ma, parallelamente, mi sono anche chiesto perché questa forzatura sulle adozioni, perché non pensare mai ai più deboli, mai ai bambini, mai alle famiglie che restano indietro, mai alle donne umiliate da una pratica disumana come l’utero in affitto». Una pausa leggera. «Sarò al Circo Massimo con molte associazioni del Forum per questo. Per dire 'è il momento di proteggere' famiglie e bambini. E per segnalare le troppe ambiguità del ddl Cirinnà».

Se la legge passasse così com’é vede dei rischi?
Il pericolo è ferire un’Italia che oggi ha un disperato bisogno di coesione e di concretezza. Via i muri, via le rigidità ideologiche, via le asprezze, via le tifoserie. È ora di far prevalere la ragionevolezza, il buon senso. Di costruire, di pensare al Paese e dunque di essere rispettosi di principi e di sensibilità di una parte e dell’altra. Io continuo a fare con tenacia il mio lavoro: parlare di famiglia perché credo che salvare la famiglia vuol dire salvare l’Italia. Vuol dire aiutarla ad uscire da questa interminabile crisi.

Al Circo Massimo molti però andranno con un solo obiettivo: bloccare il ddl Cirinnà.
Lo capisco. Ma dal giorno dopo la stessa forza e la stessa passione dovranno essere spese per sostenere la famiglia. Per spingere progetti concreti. Per reclamare misure mai realizzate davvero come il FattoreFamiglia. Se la famiglia fosse davvero sostenuta anche questo dibattito sulle unioni civili sarebbe meno aspro, meno divisivo. E invece... Mi chiedo sempre: per la famiglia cosa facciamo davvero? Cosa si fa per i nuclei più poveri? E per chi ha due, tre, magari quattro figli e vive con 1300 euro al mese? C’è molto da inventare, c’è un grande lavoro da fare nella società, un lavoro culturale che è mancato e manca ancora. Paghiamo ritardi imperdonabi-li, ci sono troppe norme costituzionali inattuate. La famiglia prende per mano la società ma su quali agevolazioni conta? Non vedo proposte, idee, misure; vedo solo un deserto. E non è una responsabilità solo di oggi.

Ora lei è il presidente del Forum, quali saranno i prossimi passi? È vero, sono stato eletto da 68 grandi associazioni per riportare al centro del dibattito il tema famiglia. Ho una responsabilità, un dovere. E allora chiedo risposte ai miei interrogativi. Ha ancora senso in Italia il matrimonio? Voglio capire, voglio segnali da questa politica così drammaticamente miope e virtuale. Non è possibile che oggi chi si sposa, sceglie poi di separarsi perché così prende più assegni familiari ed è agevolato in tutte le graduatorie comunali. E poi le sembra normale in un Paese che detiene il record negativo delle nascite fare un figlio sia una delle prime cause di povertà? Non le pare un controsenso? E cosa rispondiamo alle famiglie italiane? Possiamo ancora prenderle in giro? Possiamo ancora cavarcela con 'verrà il vostro momento ma adesso scusateci tanto ma dobbiamo occuparci delle unioni civili'? No, non possiamo. Facciamo emergere le contraddizioni di questa politica e facciamolo in fretta perché andare avanti così significa perdere il bene più grande che abbiamo: la forza degli italiani.

Insisto: che bisogna fare?
La crisi economica sembra aver congelato la voglia di futuro di troppe giovani coppie. Ma non è vero che non c’è voglia di famiglia. La voglia c’è. Anche forte. Basterebbe cominciare ad investire sul welfare e i figli tornerebbero a nascere. Ma in Italia la politica è sorda. In Europa no: dovunque si spende di più. Anche nei Paesi più laici del nostro. È così qui siamo rimasti immobili ed ecco il risultato. Senza supporti la famiglia si è indebolita anche culturalmente e la demografia è crollata: nel 1964 nascevano un milione di bambini l’anno, oggi meno di cinquecentomila. Ma forse non può essere che così. Chi a ha più di due figli sa bene come sia difficile arrivare a fine mese. Lei sa quanto costa traghettare un bambino dalla culla alla maggiore età? Lo sa che solo di pannolini si spendono 1050 euro l’anno? Lo sa che uno scontrino dopo l’altro crescere un figlio costa 9500 euro ogni anno. Per molti è una spesa insostenibile. Per altri è solo il costo di una Ferrari. Ecco perché sono così arrabbiato: piccole furbizie e grandi egoismi non sono davvero più tollerabili.

Torniamo al ddl Cirinnà: partiamo dalla sentenza della Corte Costituzionale?
Bene, aprile 2010. Fissò due pilastri. Il primo: riconoscere giuridicamente le unioni civili e immaginare forme di garanzia che non vanno rinviate. Il secondo: evitare la omologazione al matrimonio. Lei crede che questo ddl tenga conto dei due pilastri? Io no. È giusto che una coppia dello stesso sesso possa avere stessi diritti sociali: alloggio, pensione di reversibilità, mutua. Ma non i diritti sui bambini. Non è possibile, non è giusto confondere i diritti dei bambini e i diritti sui bambini.

Il nodo vero sono le adozioni...
Ho tantissimi amici omosessuali che chiedono il riconoscimento della loro unione, ma che mai vorrebbero sposarsi, mai penserebbero di avere un bambino. Sono certo che sarebbero capaci di dare ad un bimbo tutto l’amore che avrebbe il diritto di aspettarsi, ma sono loro i primi a capire che quel bambino pagherebbe un prezzo per il suo non-rapporto con la madre. Ascoltavo quegli amici gay e pensavo: quanto egoismo e quanta poca visione c’è nel dibattito politico di questi mesi. Si poteva trovare un accordo alto e invece mi pare che sul ddl Cirinnà si tenti una triste prova di forza.

Il Circo massimo per scongiurarla?
Sarò lì perché sono profondamente convinto che c’è ancora spazio per bloccare il ddl. O almeno per evitare di inserire il capitolo adozioni. Ripeto: ponti, non muri. La sfida comune è mettere i bambini davanti a tutto. È fare una legge che li protegga. È reclamare attenzione sulla famiglia e per la famiglia. Lì, al Circo Massimo, ci sarà anche un pezzo del nostro futuro. Lì, padri, madri, figli avranno la possibilità di sorprendere e di emozionare. Ma solo se saranno capaci di far prevalere la voglia di costruire, di cambiare, di ripartire, di ridare speranza e forza a questo Paese ancora così malandato. Se non sarà così avremo perso un’altra occasione.

Arturo Celletti

© Avvenire, 28 gennaio 2016

 

Unioni civili in aula, tempi più lunghi

 

Al Senato è il giorno delle unioni civili. Oggi il testo Cirinnà arriva in aula - nell’ultima versione, incardinata lo scorso ottobre senza il vaglio della commissione Giustizia - ma i tempi si allungano, avendo ieri i capigruppo concordato di rinviare alla prossima settimana la discussione iniziale su sospensive e pregiudiziali. Novità che va letta insieme all’altra scaturita ieri, ossia il gentlemen’s agreement Pd-Lega, con la disponibilità messa in campo dal capogruppo del Carroccio Gian Marco Centinaio a ritirare il 90 per cento dei circa 5mila emendamenti presentati in cambio dell’assicurazione fornita dai dem a non far uso di quello di Andrea Marcucci, il cosiddetto 'canguro', la norma anti-ostruzionismo che, se approvata, farebbe decadere tutte le altre proposte di modifica.

L’allungamento dei tempi viene accettato da tutti, con diverse motivazioni. Nel Pd si va facendo strada l’idea che la quadra interna si stia trovando e sia utile prendere tempo, anche per parlare a quelle parti di Forza Italia e Lega che non chiudono la porta e a certe condizioni potrebbero convergere. Ap, dal canto suo, impegnata a sostegno del raduno pro-famiglia del Circo Massimo, spera che il peso della piazza possa contribuire rimettere le cose in gioco costringendo il Pd a offrire più di quanto fin qui concesso in base alle dinamiche interne al partito. Quello che non quadra, al Pd, è il però consenso venuto, in capigruppo, anche da M5S a questo mini-slittamento, finalizzato a mandare avanti una trattativa che il movimento di Grillo ha sempre bocciato, propugnando l’approvazione del testo Cirinnà senza altre modifiche.

Ieri Matteo Renzi - al Senato per la mozione di sfiducia sulle banche - dispensava, in privato, i suoi dubbi sull’affidabilità dei Grillini, dopo che in commissione il precedente testo Cirinnà era stato adottato - come si ricorderà con la convergenza di Pd e proprio M5S, stante l’opposizione di Ap. Ed è lo stesso Renzi, ora, a incoraggiare per converso la trattativa in corso nel partito. Non c’è una linea ufficiale del Pd, ma si sta lavorando a una possibile saldatura fra le diverse proposte in campo, che hanno dato luogo a ben 60 emendamenti a firma dei dem. Quelli del capogruppo in commissione Giustizia Giuseppe Lumia (che hanno visto il contributo della responsabile Diritti Micaela Campana e della stessa Monica Cirinnà) vanno a ridurre i rimandi alla disciplina del matrimonio, ad esempio sul rito e sulle cause di nullità. Ma il nodo maggiore resta l’adozione, e al momento la soluzione più accreditata - nel Pd - sembra l’emendamento Pagliari che prevede due anni di affido pre-adottivo, con valutazione finale del giudice minorile, a correggere l’automatismo della stepchild su cui anche Cirinnà ha ceduto, sostenendo gli emendamenti Lumia.

L’ala 'cattodem' di Lepri e Fattorini resta però decisa a sostituire la stepchild con l’affido rafforzato e propone di rendere reato la maternità surrogata anche se praticata all’estero. Ma c’è un’altra proposta, a prima firma Vannino Chiti, che ci arriva per la strada dell’auto-certificazione, cosicché chi nega di aver fatto ricorso all’utero in affitto all’estero potrebbe incorrere in una condanna per falso, se non dichiara il vero. Ma il cammino verso il voto finale è ancora lungo. E correttivi del Pd sulla stepchild non convincono tutti quelli che (dentro Fi, in Ap, qualcuno a mezza voce nello stesso Pd) chiedono lo stralcio dell’articolo 5, sulle adozioni. Ipotesi che resta ancora, al di là delle dichiarazioni ufficiali, altamente probabile.

Angelo Picariello

© Avvenire, 28 gennaio 2016

 

Famiglia e maternità garanzia d'amore

 

Una sintesi alta dell’evoluzione umana è scritta nei diritti della persona del Novecento, che per Hannah Arendt costituiscono una «nuova legge sulla terra», un nuovo Sinai, dopo la notte della ragione e dei totalitarismi di destra e sinistra: e riguarda la genitorialità, la maternità e l’infanzia. Un traguardo in cui si riconoscono Stati, popoli, culture d’ogni parte della terra, senza distinzioni. Per la Dichiarazione universale del 1948, «la maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure e assistenza».

La Convenzione sui diritti del fanciullo (1989) afferma all’art. 18 che «entrambi i genitori hanno una responsabilità comune per l’educazione del fanciullo», mentre per la Dichiarazione del 1959, «salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre». Altre Carte dei diritti citano espressamente il matrimonio come unione tra uomini e donne.

Si tratta di princìpi, ispirati da valori universali, che si traducono in regole mai disattese nella storia delle società, e uniscono uomini e popoli attorno a una comune antropologia solidale. C’è ancora un fatto da non trascurare: sono princìpi e valori che ciascuno di noi vive e pratica nell’esperienza familiare, assaporando la bellezza e la fecondità dei legami primordiali, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, che costituiscono il tessuto vitale, di affetto e sostegno, che lungo l’esistenza dà forza alle persone e alla collettività. Per questa ragione, le culture e le religioni d’ogni tempo, e con esse la letteratura, l’arte, la filosofia, hanno assunto la famiglia e la maternità come archetipi di riferimento attorno ai quali ruota l’esperienza umana, l’hanno fatto esaltandole, studiandone le variazioni, e le difficoltà, esprimendo la nostalgia più forte di fronte ai loro fallimenti.

Oggi, in molte parti d’Occidente è messa in discussione l’architrave della struttura sociale, non quando si riconoscono diritti a situazioni ed esperienze diverse, come è legittimo e giusto, ma quando s’intacca il ruolo del matrimonio tra uomo e donna, si separa il bambino (il più debole della filiera umana) dalla cura genitoriale, azzerando la figura materna, o quella paterna, o scindendo la radice biologica dalla nascita sociale, con la maternità surrogata.

Quando si discute, come accade in Italia (e con più intensità a partire da oggi) e come è già accaduto in Francia e altri Paesi europei, di un progetto di legge, non si deve dimenticare che, oltre gli aggiustamenti su commi o articoli (importanti per migliorare il testo), è l’impianto stesso delle relazioni umane che entra in crisi, è riscritto arbitrariamente o in soggezione a tecnologie che tendono a riprodurre in laboratorio l’essere umano. Separando il minore dalla doppia figura materna e paterna s’infrange il presidio umano ed etico che garantisce tutti i bambini nel loro venire al mondo.

La società vive con sofferenza questi tentativi di riscrivere l’origine e il destino dell’uomo, e da tempo in diversi Paesi, la gente e la cultura si riunisce per tutelare la centralità e la bellezza della maternità, del diritto nativo del bambino di avere un papà e una mamma. A Parigi si volgerà il 2 febbraio un Forum internazionale per denunciare il carattere servile della maternità surrogata, per il quale s’è prodigata a lungo Sylviane Agacinski, esponente storica del femminismo e moglie di Lionel Jospin. Agacinski ha evocato con linguaggio di sinistra alcuni valori delle Carte dei diritti, ricordando che il corpo umano non è una merce, né la donna può essere ridotta a forme inedite di sfruttamento, ha esaltato il ruolo della maternità, che non può essere spezzata, facendo del bambino un prodotto materiale anziché il frutto del rapporto d’amore tra uomo e donna: le modalità con cui si realizza la surrogazione sono «forme di servitù che attentano alla libertà della persona, alla dignità del suo corpo».

Anche in Italia e negli Stati Uniti si sono levate voci le più diverse per difendere i diritti dei bambini, la dignità della donna, e si sono espresse in appelli di centinaia di giuristi promossi dal Centro Studi Livatino, in documenti come quello delle donne del "Se non ora quando-Libere", negli incontri del Family day organizzati liberamente da uomini di ogni fede e appartenenza politica.

Un’altra esponente del femminismo storico, la svedese K. Ekis Ekman, parla delle donne indotte alla surrogazione di maternità come di «nuovo proletariato femminile dei Paesi poveri a servizio dei padroni dei Paesi ricchi», mentre la filosofa californiana Rivka Weinberg osserva che in questo modo le società ricche danno in outsourcing la riproduzione, allo stesso modo in cui trasferiscono all’estero i centri di servizi ai clienti. Infine, il Parlamento di Strasburgo ha sanzionato la pratica, che «compromette la dignità della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usate come merce». La difesa dei valori antropologici non si esaurisce negli appelli e nelle manifestazioni, pure importanti. Essa ha significato permanente, prosegue nella testimonianza personale, culturale, a favore della famiglia e della filiazione. È così grande, e vivido, questo valore, per uomini, donne, giovani di tutto il mondo, che può solo unire, non dividere, la società. Nonostante le cadute che si registrano in alcuni Paesi, esso è destinato a rimanere unico di fronte alla coscienza, all’esperienza vitale di ciascuno di noi. Nella famiglia, nel rapporto con il padre e la madre, con la loro gioia e fatica nel crescere i figli, ci rispecchiamo tutti, senza distinzione, e questa è la forza unificatrice più grande su cui l’impegno di oggi può contare. Sentiamo tutti quanto siano vere le parole semplici e solenni di papa Francesco che ha invitato, con la sua inconfondibile pastoralità, a non mischiare cose diverse, come la famiglia e altre realtà. È un richiamo che spinge all’impegno, e assicura su un punto nodale: nessuno potrà mai cancellare dal cuore d’ogni persona quei sentimenti, legami profondi, quel substrato di amore, che ci legano alla famiglia, ai genitori e ai figli, fondando così le comuni origini umane.

Carlo Cardia

© Avvenire, 28 gennaio 2016

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