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Apprendisti a vita: tutti a scuola!

Da tempo ormai si parla di “educazione permanente”; sarebbe un errore non ritenerla necessaria anche per ciascuno di noi: a scuola, quindi, per vivere più intensamente la nostra realtà; bando ad ogni forma di banalità.

Ci siamo lasciati, prima della pausa estiva più o meno lunga (amo pensarla gioiosa per tutti!), con l’augurio di buone vacanze ossia di spazi di tempo, anche brevi, per ripensare la propria interiorità: “rientra in te stesso” ammoniscono il grande Sant’Agostino ed altri personaggi illustri.

Ora, alla ripresa delle attività in maniera sistematica (i nostri figli a scuola, ciascuno di noi alle occupazioni ordinarie, le istituzioni a discutere e risolvere i gravosi problemi, i vari gruppi ad incrementare il proprio sforzo per raggiungere le mete previste), dopo uno sguardo “con gli occhi del cuore” al tempo trascorso, vogliamo essere apprendisti di fronte ai fatti della vita, considerati come dono e come impegno.

Da tempo ormai si parla di “educazione permanente”; sarebbe un errore non ritenerla necessaria anche per ciascuno di noi: a scuola, quindi, per vivere più intensamente la nostra realtà; bando ad ogni forma di banalità.

Abbiamo bisogno tutti di operare il passaggio da un modo di pensare ad un altro e, di conseguenza, di cambiare le relazioni. Per cambiarle non basta aggiungere qualche gesto di bontà in più, ma occorre una mentalità nuova.

E non penso in questo momento al passaggio, sempre lodevole ed auspicabile, dalla disonestà alla onestà, dalla illegalità alla legalità, ma a un modo nuovo di pensare Dio, se stessi, gli altri e l’ambiente. E’ ben noto che questi “passaggi” sono i più difficili, perché si scontrano continuamente con il nostro pensiero che ci tranquillizza col dirci che in fondo il nostro atteggiamento non è del tutto sbagliato. Pensiamo al figlio maggiore che compare nella seconda parte della nota parabola del padre e dei due figli, abitualmente indicata come la parabola del figliuol prodigo: chiuso nello spazio ristretto del suo modo di intendere la giustizia, non capisce il padre  né che il figlio ritornato è un suo fratello, dimentica che la nota che caratterizza Dio è la gratuità dell’amore; eppure è persona giusta e praticante.

Osserviamo e viviamo con occhi nuovi i nostri rapporti. Mi limito a qualche esempio a riguardo, ben sapendo che la metafora della rinascita, necessaria a ciascuno di noi perché suggerita da Gesù a Nicodemo, riguarda la novità di ciò che avviene in ogni campo.

E’ avvenuta, come noto, una profonda rivoluzione culturale (di cui non sempre ci rendiamo conto e che il più delle volte ci omologa), che ha imposto nuova mentalità e nuova morale basate sul culto dell’apparire, su un permissivismo felice, sulla trasgressione impunita, su un vitalismo edonistico, sull’esibizionismo sessuale.

In politica sono presenti una concezione “proprietaria” delle istituzioni pubbliche, la violazione sistematica delle regole, la delegittimazione degli organismi costituzionali, l’uso intimidatorio dell’informazione, la “distruzione dell’avversario” considerato come un nemico da abbattere…….e si potrebbe continuare.

Anche in campo religioso la spiritualità è venuta meno e la religiosità a volte si è ridotta ad un involucro che ha conservato la forma, ma perso la sostanza; si vive così l’illusione di sentirsi cristiani, senza esserlo.

La settimana sociale dei cattolici italiani, svoltasi a Reggio Calabria, si è prefissa di aprire l’Italia a un futuro di speranza: me lo auguro.

Perciò non voglio indulgere al lamento (e mi scuso se ho dato questa impressione: non è mia intenzione!), ma desidero che ciascuno di noi, prendendo atto della realtà, da apprendista volenteroso, si impegni a cambiarla.

sac. Giacinto Ardito

Direttore Ufficio Chiesa e mondo della Cultura

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