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Assisi 2016, unità e vita innanzitutto

Ringraziamo Sua Santità il Patriarca ecumenico di Costantinopoli per aver deciso di condividere con i lettori di “Avvenire” questa preziosa riflessione alla vigilia dell’incontro “Sete di pace: religioni e culture in dialogo” che si tiene da oggi ad Assisi a trent’anni dal primo incontro interreligioso di preghiera per la pace voluto da san Giovanni Paolo II

L'abbraccio tra Bartolomeo e Francesco, in Turchia nel marzo 2015 (Reuters)

Sono passati 30 anni da quando papa Giovanni Paolo II diede inizio agli eventi di Assisi, eventi di contemplazione e di decisioni per le religioni che lavorano e camminano insieme verso la pace globale. Quest’anno, nel 25° anniversario del nostro umile ministero sul soglio patriarcale di Costantinopoli, siamo lieti di poter essere assieme ai nostri fratelli e alle nostre sorelle delle altre denominazioni e comunità di fede cristiane, guidati dall’amato papa Francesco, in un incontro e in un impegno comune – citando la Divina Liturgia ortodossa – "per la pace dall’alto" e "per la pace del mondo intero".

È particolarmente appropriato che questo evento internazionale sia ospitato dalla diocesi di Assisi, dalla famiglia francescana e dai nostri cari amici della Comunità di Sant’Egidio. Stiamo stati recentemente testimoni di questo profondo desiderio di guarire la nostra comunità umana e di proteggere il nostro pianeta quando il mondo ha pianto la perdita di vita e bellezza nel terremoto che ha colpito l’Italia centrale. Riconosciamo, allora, che la pace è qualcosa a cui aneliamo con grande passione e grande dolore.

Molti di voi sono sicuramente consapevoli di come negli ultimi 50 anni sono stati compiuti alcuni passi straordinari verso la riconciliazione tra la Chiesa cattolica romana e le Chiese ortodosse. Siamo debitori dell’inizio ai papi Giovanni XXIII e Paolo VI, così come ai nostri predecessori, i patriarchi ecumenici Atenagora a Demetrio. La loro visione ha ricordato a noi tutti l’urgenza dell’esortazione del Signore ai suoi discepoli sul Monte degli Ulivi, "che tutti siano uno" (ut unum sint).

Tuttavia c’è un’altra riconciliazione, una unità di azione che è sollecitudine verso la sofferenza che vediamo attorno a noi nel mondo. Perché il principio che sottostà all’apertura e al dialogo è che tutti gli esseri umani, in ultimo, affrontano le stesse sfide. Un tale dialogo trae persone di differenti religioni e culture fuori dall’isolamento, preparandole per una coesistenza e una relazione di mutuo rispetto.

Questo è il motivo per cui il Santo e Grande Concilio della Chiesa ortodossa ha dichiarato nel suo messaggio finale: "Un sobrio dialogo interreligioso aiuta a promuovere la fiducia reciproca, la pace e la riconciliazione". E l’enciclica del Concilio è stata ancora più specifica: "Noi perciò sollecitiamo tutti… indipendentemente dalle convinzioni religiose, a lavorare per la riconciliazione e il rispetto per i diritti umani, prima di tutto attraverso la protezione del divino dono della vita. La guerra e lo spargimento di sangue deve aver fine e la giustizia deve prevalere, cosicché la pace possa essere restaurata".

Questa è stata anche la nostra esperienza con papa Francesco sull’isola di Lesbo esattamente cinque mesi fa, il 16 aprile 2016. Quell’evento è stato una risposta concreta delle Chiese di Occidente e Oriente a una crisi tragica del nostro mondo. Allo stesso tempo, è stata una potente riaffermazione di come le relazioni ecumeniche possono favorire la pace e i diritti umani in un tempo in cui il mondo distoglie il suo sguardo dalle vittime dell’estremismo e della persecuzione o decide il loro destino in termini puramente economici o di interessi nazionali.

La forza del dialogo e dell’azione ecumenici sta nell’iniziare ad andare oltre noi stessi e a ciò che è nostro, oltre le nostre comunità e le nostre Chiese. È imparare a parlare il linguaggio della cura e della compassione. Ed è dare priorità alla solidarietà e al servizio.

Bartolomeo
Patriarca ecumenico di Costantinopoli

© Avvenire, 17 settembre 2016

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