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Bagnasco: «Così si salva l'Italia»

Giovani e lavoro sono vere emergenze: «Senza risposte concrete, si rischia di sacrificare intere generazioni». Il presidente della Cei parla di fede, valori, politica e del Paese malato

Ha raccolto eredità impegnative: è diventato arcivescovo di Genova al posto del cardinale Tarcisio Bertone, e alla presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei) è subentrato al cardinale Camillo Ruini. S’è trovato a gestire questioni note da tempo (la diaspora dei cattolici in politica, per dirne una) e problemi tanto improvvisi quanto virulenti, come la gravissima crisi economico-finanziaria, con le sue graffianti ripercussioni sulle famiglie italiane.

Il cardinale Angelo Bagnasco accetta di parlare dell’Italia “malata” alla vigilia di due appuntamenti di rilievo: la presentazione, a Roma, del libro che raccoglie cinque anni di sue prolusioni alle assemblee dei vescovi, e il Consiglio permanente della Cei, sempre a Roma, dal 28 al 31 gennaio.

– Che cosa l’ha spinta a usare una metafora evangelica, La porta stretta, come titolo del suo volume che raccoglie le prolusioni del suo quinquennio di presidenza alla Cei? E come sono cambiati, in questi anni, il Paese e la Chiesa?

«Mi sono lasciato ispirare dal Papa,che per indire l’Anno della fede ha sceltola “porta” come simbolo di una decisione che richiede concentrazione e slancio per entrare in un altro modo di pensare e di vivere. La fede è questa soglia che ci introduce nel mistero della vita che è insieme dilemma e dramma,fascinazione e speranza. Ho pensato poi che “la porta stretta” fotografasse bene anche la transizione che deve compiere il nostro Paese, alle prese con una crisi economica e sociale non prevista con sufficiente lungimiranza e che richiede uno sforzo certamente collettivo,ma che per essere concreto deve far leva sulla responsabilità di ciascuno,nessuno escluso».

– Nell’Anno della fede, secondo lei, come si vince la sfida della nuova evangelizzazione? E come comunicare la fede in un mondo secolarizzato, caratterizzato da un relativismo etico così diffuso?


«La crisi della fede è la questione delle questioni. La sfida è sotto gli occhi di tutti.Ma non la si vince con semplici strategie pastorali o affinando i linguaggi della comunicazione diffusa. Il punto di partenza è che i credenti vivano di fede nella vita concreta. Quando la nostalgia di Dio rinasce e con essa la gioia di viverlo e testimoniarlo, l’evangelizzazione diventa possibile. Il relativismo etico è, in realtà, l’effetto della perdita di orientamento che si produce quando Dio sparisce dall’orizzonte e l’uomo finisce per credersi misura di tutte le cose».

– Mentre notiamo positivamente la manifestazione di Parigi contro le unioni omosessuali, che ha visto la partecipazione trasversale di cattolici, rappresentanti di altre religioni e mondo laico, quanto la preoccupano invece gli attacchi alla famiglia e l’assenza di vere politiche familiari nel nostro Paese?

«Gli attacchi alla famiglia non sono, in primo luogo, una questione religiosa. Rappresentano piuttosto un’alterazione dell’esperienza individuale e sociale. Sottrarre ai figli la possibilità di avere un papà e una mamma vuol dire manipolare l’elementare forma di ingresso nel mondo che, grazie alla reciprocità del maschile e del femminile, garantisce l’armonico sviluppo della persona umana. Abolire una delle due figure di riferimento, in nome della filosofia del gender che censura quanto è già inscritto nell’esperienza umana,vuol dire rifiutare l’evidenza, indebolendo il soggetto umano, proprio al suo apparire. Nel nostro Paese per altro è vistosa – specie a confronto con altri Paesi europei – l’assenza di politiche familiari adeguate e durature. Il loro scopo, mai ancora seriamente preso in considerazione dalla classe politica, è di riconoscere la funzione sociale non tanto della coppia, ma della generazione dei figli. Sono essi infatti che garantiscono l’apertura al futuro, che resta incerto se l’inverno demografico dentro cui l’Italia vive continuerà ancora».

– Cinquant’anni fa, il concilio Vaticano II ha accesso i riflettori sui laici, la loro dignità e la loro missione a “star dentro”nei vari settori della società, nella fedeltà al Vangelo e in piena corresponsabilità. Non ritiene che, oggi, non a parole ma nei fatti, il loro ruolo sia svalutato,come se la gerarchia non avesse fiducia in loro? E che l’opera di supplenza della Chiesa nei confronti della politica li abbia estromessi da un terreno che è il loro specifico?


«Il Concilio ha reso più chiara la responsabilità dei laici, ma non l’ha prodotta automaticamente. Imbattersi in persone credibili oltre che credenti è una testimonianza che parla a tutti,ovunque ci si trovi. Non basta dunque esserci. Occorre starci con “un punto di vista” e con una coerenza personale che creano attenzione e rispetto, anche se non è possibile evitare, a volte, contestazioni e perfino persecuzioni. Sottrarsi al conformismo diffuso che porta a mimetizzarsi e dare invece ragione della propria fede, con le sue implicazioni antropologiche, etiche e sociali, è chiesto oggi in una forma ancor più urgente. Se mancatale testimonianza nessuna supplenza, mi creda, è possibile».

– Lei, personalmente, giudica un fatto positivo il fiorire di candidature di esponenti dei movimenti cattolici in diverse liste e differenti coalizioni? Possono i cattolici tornare a essere incisivi nella vita del Paese, e uscire dall’insignificanza di questi ultimi anni? E come?

«I cattolici hanno contribuito alla costruzione del Paese, in forme diverse, a seconda delle stagioni storiche. La presenza di esponenti cattolici in schieramenti differenti dovrà accompagnarsi a una concreta convergenza sulle questioni eticamente sensibili. L’insignificanza, infatti, si produce quando all’appartenenza dichiarata non segue un’azione centrata sui valori di riferimento dell’antropologia cristiana e si perseguono logiche più vicine al proprio tornaconto che al perseguimento del bene comune. Se non si dice nulla di significativo, perché non si conosce o per convenienza, si diventa irrilevanti».

– Secondo lei, sarebbe stato meglio che i cattolici confluissero tutti al centro per contare di più e avere maggior potere negoziale? Ha nostalgia della Dc?

«Bisogna guardare avanti. I cattolici sono chiamati in una società lacerata e priva di slancio vitale a riprendere il cammino perché è ancora possibile riscattare un Paese che ha un potenziale enorme. Penso però che l’Italia non riprenderà a girare senza riappropriarsi della sua sensibilità umanistica che è innegabilmente cristiana. Qui sta l’apporto che ci si attende da politici credenti,un contributo non generico, ma come esige la storia oggi, sempre più puntuale e concreto».

– Cosa ha rappresentato il raduno dei movimenti a Todi? Una nuova Camaldoli, un laboratorio politico? Per alcuni il progetto Todi pare sia già fallito. È d’accordo,e cosa non ha funzionato?

«Quando nel 2011 ho partecipato all’incontro di Todi, invitato dalle realtà del mondo del lavoro, ho detto – sulla scorta del più recente magistero di Benedetto XVI – che la questione antropologica è diventata oggi la questione sociale. Non si possono affrontare problemi come la crisi del mondo del lavoro, le disuguaglianze sociali, la questione ambientale, mettendo tra parentesi i valori di partenza, come il rispetto per la vita, il sostegno alla famiglia, la libertà di educazione. Credo che in quell’occasione ci si aspettasse di sentire altro da parte di taluni osservatori. Ma resto convinto che solo questa piattaforma necessaria possa condurre alla soluzione degli altri urgenti problemi: i buoni germogli nascono da un buon ceppo».

– I sondaggi dicono che una parte dei cattolici è incerta in vista delle elezioni.Sta alla finestra. Perché questo smarrimento e questa incapacità di mobilitarsi con un progetto serio per il Paese? La politica non interessa più i cattolici?


«Circola spesso l’immagine di un Paese disamorato, privo di prospettive, quasi in attesa dell’ineluttabile. La crisi economica e sociale è però il sintomo drammatico di uno spaesamento più profondo. L’effetto è un ripiegamento sul privato e una fuga nella demagogia che allontana la possibilità di un cambiamento. Ma a un cattolico quest’atmosfera di disimpegno non è consentita e partecipare con il voto è già un modo concreto per non disertare la scena pubblica».

– L’insistenza sui “valori non negoziabili”non dà l’impressione che la Chiesa sia meno sensibile ai temi sociali (lavoro, equità, giustizia, legalità, accoglienza…), a tutto ciò, insomma, che è il “durante” tra l’inizio e la fine della vita?

«È falso ritenere che i valori non negoziabili siano “divisivi” mentre quelli sociali sarebbero unitivi. In realtà stanno o cadono insieme. E questo per una semplice ragione: perché i valori sociali stanno in piedi se a monte c’è il rispetto della dignità inviolabile della persona. Mi permetta una provocazione.Se non si rispetta la vita di una creatura indifesa, si avrà forse più attenzione per un lavoratore che è considerato come un peso? Se non si aiuta un anziano privo di autosufficienza, si sarà forse più impegnati a ridurre altre forme di indigenza, come quella degli immigrati?La Chiesa si interessa dell’inizio e della “fine” proprio per salvaguardare il “durante”. Ciò che le sta a cuore è tutto l’uomo, la cui dignità non è a corrente alternata».

– Il bipolarismo sembra aver spaccato i cattolici. A sinistra fanno breccia i valori della solidarietà e dell’accoglienza. A destra quelli bioetici. Perché questa lacerazione così netta? Non le pare che, spesso, i politici cattolici abbiano sottomesso il Vangelo alla disciplina di partito?

«Se il bipolarismo avesse spaccato i cattolici vorrebbe dire che non sono stati veramente sé stessi, cioè hanno abdicato alla loro identità. In concreto, un cattolico che sta a destra dovrà farsi riconoscere proprio quando si tratta di fare pressione per i valori della solidarietà.E se sta a sinistra, verrà allo scoperto proprio quando sono in gioco i temi della bioetica. Così entrambi diventano coscienza critica all’interno del loro mondo di riferimento e il Vangelo più che essere diluito diventa fermento».

– Nell’opinione pubblica, con molta superficialità,è passata l’idea che la Chiesa non paga l’Imu. Che cosa vorrebbe chiarire o precisare al riguardo?

«La Chiesa le tasse finora le ha pagate,contrariamente a ciò che si dice e si scrive. Evadere le tasse è peccato!Quanto all’Imu la vera distinzione da salvaguardare è quella tra realtà non profit e realtà commerciali. Chi svolge un’attività a sfondo sociale è giusto che sia riconosciuto in questa sua funzione e venga dunque esentato. Al contrario,per le attività che hanno una finalità lucrativa, è giusto prevedere una tassazione. Non esiste alcuna legge ad Ecclesiam».

– Dopo alcuni provvedimenti dal sapore xenofobo contro gli immigrati, cosa ne pensa della battaglia in corso sulla cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia? Che cosa abbiamo da imparare dagli immigrati, come ha ricordato di recente il Papa? E la Chiesa, in questi anni, avrebbe potuto fare di più per facilitare l’accoglienza e l’integrazione degli stranieri nel nostro Paese?

«Ci sono circa 650 mila figli di immigrati che attendono di diventare italiani a tutti gli effetti, magari dopo anni e anni di permanenza nel nostro Paese. L’auspicio è che si arrivi presto a una chiarificazione della loro condizione.Dagli immigrati, per altro, impariamo tante cose che abbiamo dimenticato,prima fra tutte la forza di non soccombere. La Chiesa, in questi anni, ha contribuito a creare le condizioni perché questo fenomeno di itineranza umana fosse gestito in forme sostenibili e si è mostrata come un ambito in cui molti hanno sperimentato la vicinanza. Come vedo nella mia diocesi, le parrocchie– in Italia ce ne sono 25 mila – sono luoghi di accoglienza e di integrazione per tutti. Certo non basta quello che fin qui è stato fatto perché il fenomeno è ancora importante».

– Che cosa intendono e che cosa risponderebbe a quelli che, oggi, vorrebbero una Chiesa “meno diplomatica” e “più profetica”?

«La Chiesa è tale se è profetica. Il profeta guarda le cose con lo sguardo di Dio, ne coglie la verità interna e ne intravede l’esito. Per questo appare spesso poco “diplomatica”, perché invece di assecondare certe tendenze che più facilmente le darebbero consenso e prestigio,non esita a contestare i miti dominanti che non portano alla felicità,ma a deserti tristi e disumani. Soltanto in questo modo però la fede non è destinata a restare un fatto puramente emotivo, sentimentale, irrilevante perla vita concreta».

– Le coscienze dei giovani, lo ha detto anche lei molte volte, sembrano influenzate dalla Tv, da Internet e dalle Reti sociali più che dagli stessi educatori. Il fatto che la Chiesa prenda sempre più confidenza con questi mezzi, può essere la via giusta per raggiungere  ed educare le nuove generazioni? E come integrare il mondo virtuale con il rapporto diretto faccia a faccia?

«La Rete sta cambiando il modo di vivere e di lavorare, modificando con la velocità e la mobilità dei suoi linguaggi, il rapporto con il tempo e con lo spazio. Tuttavia, a ben guardare, il suo successo è legato al fatto che corrisponde a bisogni antichi, come quello di comunicare, di entrare in contatto, di condividere contenuti. In una parola di superare l’individualismo che chiude in sé stessi. La Chiesa ha saputo integrare i linguaggi della modernità come la radio,la Tv e ancor prima il cinema. Oggi è chiamata ad abitare anche questo“nuovo contesto esistenziale”. Non bisogna avere pregiudizi di fronte a questa nuova frontiera, ma occorre sviluppare un senso critico che metta al riparo dalla superficialità e soprattutto non impoverisca la relazione immediata che mai potrà essere abbandonata».

– Quanto la mancanza di lavoro e la precarietà incidono sulla voglia dei nostri giovani di pensare a un futuro stabile,alla famiglia, ai figli? La Chiesa quale sostegno può dare?

«La mancanza di lavoro è la prima urgenza del nostro Paese. Se si pensa ai giovani che sono in larga misura condannati a questa situazione si capisce che la fragilità dei legami è dovuta purea questo stato di cose. La Chiesa fa tutto ciò che può inventandosi anche canali nuovi di aiuto, ma è ovviamente troppo poco rispetto ai bisogni. Se non si riuscirà a trovare una risposta concreta a questa emergenza il rischio è di sacrificare intere generazioni, con costi sociali e umani difficilmente quantificabili. È questo un banco di prova su cui la politica dopo le elezioni sarà costretta a cimentarsi. Speriamo di concerto e non su barricate contrapposte».

Antonio Sciortino
 
© Famiglia Cristiana, 22 gennaio 2013

Foto: Ansa

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