Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

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Bari-Bitonto, Chiesa ecumenica nel nome di San Nicola

Il tempo liturgico pasquale, attraverso, soprattutto, l’ascolto della Parola contenuta negli Atti degli Apostoli, ha riversato, ancora una volta, nei nostri cuori la Grazia di comprendere nella fede che il cammino della Chiesa nel mondo è guidato dallo Spirito del Cristo Risorto. È Lui che precede, suscita, favorisce, ispira, provoca il volere e l’operare dei credenti al fine di edificare il Regno di Dio

I discepoli e le comunità cristiane di ogni tempo sono chiamati a riconoscere la direzione suggerita dallo Spirito nei vari sentieri che la storia propone. Così il Signore plasma una vocazione: giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio…E nel corso del tempo, quel seme di vocazione, piano piano, diviene costruzione di una identità o, più precisamente, scoperta di quel “nome” da sempre ricevuto in Dio e riconosciuto lungo la storia.

La prospettiva vocazionale è anzitutto ecclesiale, poiché tutta la Chiesa è chiamata ad essere quel segno della presenza di Cristo in mezzo al mondo, strumento di unione del genere umano, seme del Regno destinato a crescere sino a quando Dio riconoscerà che la sua Sposa è pronta. Tale cammino della Chiesa universale prende carne nelle Chiese particolari, le quali, come cellule in se stesse complete, maturano in armonia comunionale con il resto dell’organismo ecclesiale. Anche queste Chiese sono chiamate dal dinamismo dello Spirito, lungo i percorsi della storia, ad assumere un volto ben preciso per l’edificazione comune. Ecco, dunque, che anche i singoli credenti, educati secondo questa logica, hanno la possibilità di cogliere le “indicazioni di via” del Risorto in chiave ecclesiale, non individuale, ovvero di porsi in ascolto di ciò che lo Spirito dice alle Chiese e mettersi a servizio di questa chiamata.

Questa lunga introduzione si è resa necessaria per donarci le lenti giuste con le quali guardare gli eventi che stanno coinvolgendo la nostra Chiesa locale. Il 25 aprile scorso la Sala Stampa della Santa Sede ha dato il seguente comunicato: «Il prossimo 7 luglio il Santo Padre si recherà a Bari, finestra sull’Oriente che custodisce le Reliquie di San Nicola, per una giornata di riflessione e preghiera sulla situazione drammatica del Medio Oriente che affligge tanti fratelli e sorelle nella fede. A tale incontro ecumenico per la pace Egli intende invitare i Capi di Chiese e Comunità cristiane di quella regione».

L’iniziativa di papa Francesco di scegliere Bari, quale luogo significativo per un incontro con i capi delle Chiese d’Oriente, è il riconoscimento della vocazione ecumenica della nostra comunità ecclesiale per il bene della cristianità intera, da parte di colui che presiede nella carità alla guida della Chiesa universale. Non si tratta più, semplicemente, di dire che i rapporti con le Chiese d’Oriente hanno segnato la storia della nostra Chiesa, ma che la nostra Chiesa è stata segnata indelebilmente da questi rapporti affinché potesse contribuire all’edificazione della Chiesa universale. La nostra identità è la nostra vocazione.

Attraverso una lettura teologica della storia, si potrebbe dire che la Provvidenza di Dio ha plasmato la nostra identità ai fini della nostra vocazione. «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi», abbiamo ascoltato nella liturgia del tempo pasquale. Non è difficile vedere come la nostra identità diocesana si sia formata nell’accoglienza di due doni provenienti dall’Oriente cristiano, ora custoditi nelle due cripte delle chiese più rappresentative di Bari, la Cattedrale e la Basilica di san Nicola. Ai fini dell’identità vocazionale diocesana i due doni hanno un significato diverso, ma l’uno conferma e completa l’altro.

Il popolo barese, sin dall’VIII secolo, ha accolto i fratelli e le sorelle cristiani provenienti dal Mediterraneo orientale, in fuga dalla persecuzione iconoclasta. La testimonianza di fede di questi fratelli fiduciosi nella protezione della Beata Vergine Maria Odigitria ha contagiato il popolo ospitale, tanto che ha assunto la venerazione alla Vergine, secondo l’iconografia di Costantinopoli, a propria devozione patronale. Sin da allora “frutti di comunione”, come li ha chiamati il patriarca Bartolomeo in visita a Bari nel 2016, tra Oriente e Occidente sono stati raccolti nella nostra terra di Puglia.

Il secondo grande dono, che ha segnato l’identità barese, è anch’esso venuto dal mare, sempre dalle terre dell’Oriente cristiano: il corpo del santo vescovo di Myra, Nicola. Al di là della nota vicenda che lo ha qui condotto, la lettura sapienziale della storia, ora più che mai, non può che contemplare la presenza di san Nicola a Bari come un dono della Provvidenza. Se già alla fine dell’XI secolo un predicatore russo scriveva il famoso “Sermone sulla traslazione di san Nicola da Myra a Bari” in questi termini, nel 2016 anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli, per la prima volta nella storia, ha dato proprio questa lettura provvidenziale dell’evento. Sì, san Nicola è a Bari perché i fedeli cattolici o ortodossi, attraverso la comune preghiera possano ricostruire, nello Spirito, l’unità visibile della Chiesa. In questi termini si espresse l’arcivescovo Cacucci salutando nel 2015 i patriarchi e i delegati delle Chiese orientali convenuti a Bari per discutere del futuro dei cristiani del Medio Oriente: «Credo non ci sia luogo al mondo in cui il desiderio di unità tra Oriente e Occidente si viva come sulla tomba di s. Nicola». E ricordiamo che questa preghiera sulle reliquie del Santo ha coinvolto anche milioni di ortodossi russi in Mosca e in San Pietroburgo, durante l’evento eccezionale della temporanea traslazione dello scorso anno.

Non è un caso che papa Francesco faccia riferimento proprio alla preghiera e alle reliquie del Santo per motivare la scelta di Bari come luogo per l’incontro con i capi delle Chiese d’Oriente. La santità del vescovo di Myra, ovvero il suo essere in piena comunione con lo Spirito dell’unico Santo, Gesù Cristo, riunisce attorno a sé i fedeli come un unico popolo, popolo che riconosce Nicola come un cristiano, a sé vicino, pervaso dallo Spirito di Dio da cui poter attingere. Nella convinzione di far parte dello stesso popolo di san Nicola, cattolici e ortodossi si trovano più in comunione tra loro.

Questa vocazione ecumenica del popolo di Dio, nel nome della santità, è particolarmente sentita dal pontefice, il quale nella sua ultima esortazione apostolica scrive: «Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (Gaudete et exsultate, 6). Ancora di più tale comunione popolare si rafforza nel sentire la medesima afflizione per le sofferenze dei fratelli e sorelle cristiani che, indipendentemente dalla loro appartenenza ecclesiale, vivono l’esperienza del martirio e del sangue.

Tutti questi ingredienti stimolano la nostra Chiesa a riscoprire il dono che custodisce in sé, per fare memoria della propria identità e assumersi la responsabilità della propria vocazione. Un grande cammino, in questa direzione, è stato intrapreso dopo il Concilio Vaticano II. Mons. Nicodemo comprese l’importanza della causa ecumenica e iniziò a valorizzare le potenzialità racchiuse nell’identità della nostra diocesi. Sulla sua scia si sono posti tutti i pastori che a lui sono succeduti. Al loro fianco la comunità domenicana, in Basilica di s. Nicola dal 1951, ha costituito una presenza determinante sia per la riscoperta storica dei legami tra la Puglia e l’Oriente e della figura di s. Nicola, sia per l’approfondimento teologico dei rapporti con l’ortodossia, attraverso la direzione dell’Istituto Ecumenico “San Nicola”. In questo modo, la nostra Chiesa diocesana ha riportato alla luce il suo tesoro nascosto, riprendendo ad attingere da esso diverse ricchezze per la sua vita pastorale. Molto è ancora da fare e il documento sinodale diocesano rimane ancora profetico. Tuttavia, per essere fedele a se stesso, nella sua vocazione ecclesiale, un cristiano barese non può non dirsi ecumenico e non può guardare il mare senza pregare per quei fratelli cristiani, da cui ha ricevuto due doni fondamentali per la costruzione dell’identità della propria Chiesa, trasmessa sino a noi di generazione in generazione.

Per concludere, trasformo in preghiera alcune parole pronunciate da Giovanni Paolo II nella Basilica di san Nicola nel 1984: «Il vescovo di Myra, conosciuto oggi come san Nicola di Bari, risvegli in noi la nostalgia per l’unione; non però la nostalgia del passato […], ma l’attesa di un futuro che ci è stato promesso, e che per noi – Chiesa di Bari-Bitonto investita da Dio di una identità vocazionale – è il compito e il lavoro del presente».

sac. Alfredo Gabrielli

Vice Direttore Ufficio Ecumenico