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Bari. Dai vescovi l'appello a mettere al bando le armi

Terza giornata dell'Incontro "Mediterraneo frontiera di pace". L'invito ai politici ad aprire corridoi umanitari, a mettere fine alla causa delle migrazioni e promuovere la cultura della pace

C'è già un primo appello dell'Incontro dei vescovi del Mediterraneo. "Se si vuole la pace, bisogna mettere al bando gli armamenti". E i politici sono invitati a far proprio lo stile di dialogo e di scambio che presuli cattolici di 20 Paesi stanno sperimentando in questi giorni a Bari, in attesa che domenica 23 febbraio arrivi il Papa a concludere il meeting. L'appello ha le voci concrete di Ibrahim Isaac Sedrak, patriarca di Alessandria dei Copti, e dell'arcivescovo di Malta, Charles Scicluna, ma è come se fosse stato fatto da tutti i 58 partecipanti. “La pace ha un prezzo - ha rimarcato il rappresentante copto -. Chiede ai Paesi ricchi di rinunciare ad un po’ di benessere”, chiede alle grandi potenze “di dire no alla corsa agli armamenti”. Chiede a tutti, anche alle Chiese, “di essere uno strumento di pace”. Il patriarca Sedrak è stato netto: “Le armi creano vittime. Creano problemi. Creano profughi. Sono la base di tutti i mali”. Ed ha aggiunto: “Vivere insieme la pace. Dobbiamo guarirci dalla paura, perché la paura crea sospetto e odio che sono all’origine di ogni guerra e di tutto ciò che ci separa”.

Anche monsignor Scicluna si è espresso con molta chiarezza, invitando a "trasformare la xenofobia in xenofilia”, ma distinguendo anche tra i cmpiti della comunità ecclesiale e quelli della politica. A tal proposito, citando l'esempio di Malta, “piccola isola”, che “ha a che fare ogni giorno con l’accoglienza dei migranti che sbarcano sulle nostre coste”, ha ricordato. “Il naufrago ha bisogno di un aiuto immediato, ma poi viene il dopo, e ciò procura stress nelle strutture dedicate all’accoglienza e nelle nostre comunità”. “Non possiamo dire ai politici cosa fare – ha perciò sottolineato l'arcivescovo che si appresta a sua volta a ricevere la visita del Papa nella sua terra -, ma il nostro stare insieme è già una profezia in sé, e spero che sproni anche le autorità civili a fare tutto ciò che possono fare a favore dei migranti, sollecitati dalla nostra comune profezia”.

L'appello è stato quindi ripreso e rilanciato anche dal cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea (Comece). "Occorre che la politica combatta le cause delle migrazioni e si impegni per la pace, la dignità umana, la libertà religiosa. Tutti abbiano il diritto di rimanere nel proprio Paese”. “Se l’Unione europea non fa niente, la Chiesa deve farsi voce profetica e diventare la coscienza dell’Europa”. Infatti, ha aggiunto, "abbiamo davanti ai nostri occhi il dramma dei rifugiati. Lo vediamo nelle isole della Grecia e in Libia. Sono una vergogna per l’Europa. Noi parliamo tanto dei valori europei ma li dimentichiamo completamente quando dobbiamo aiutare. L’appello che rivolgiamo è di aprire corridoi umanitari. Se c'è una sola vita salvata, vale la pena farlo".

Infine il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, presidente del Comitato organizzatore dell'Incontro, ha messo l'accento sul necessaria continuità da dare all'iniziativa. “Si registra un’unanime volontà e richiesta che non finisca tutto qui, perché non vogliamo fare un evento chiuso in se stesso. Quelli di cui abbiamo parlato in questi giorni non sono problemi semplici – ha aggiunto – e noi non abbiamo la pretesa di risolverli. C’è piuttosto l'esigenza di approfondire e studiare ulteriormente la complessa e diversificata situazione del nostro Mare Mediterraneo, a partire dal contributo che le nostre comunità possono offrire”.

Mimmo Muolo, inviato a Bari

© Avvenire, venerdì 21 febbraio 2020

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