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Benedetto nella terra che trema

Programma alla mano, saranno meno di due ore, dalle 10.15 alle 12, in due località di una sola diocesi delle sei terremotate: ma nella breve permanenza del Papa, martedì 26, nelle terre colpite dal sisma c’è un eloquente messaggio di vicinanza vera e di solidarietà concreta a tutti.

Un segno di formidabile rilievo morale che gli abitanti, i loro parroci, i sindaci e i volontari hanno colto al volo. Il Papa, che aveva donato 500mila euro alle diocesi colpite dal terremoto e più volte si era detto vicino alla gente angosciata, ora va in mezzo a loro.Va per vedere, ascoltare, portare la sua parola, come già fece dopo la tragedia dell’Aquila. Ma soprattutto va per condividere, per non far sentire soli quanti ora sono tentati dallo scoramento di fronte a un percorso di rinascita che si annuncia assai lungo. Il Papa è il simbolo più alto di una Chiesa che in queste settimane, e in tutte le sue espressioni, è stata al fianco delle persone che soffrono e sperano, che chiedono sostegno ma intanto già si prodigano per rialzarsi da sé. Martedì Benedetto inizierà la sua breve visita dal campo sportivo di San Marino di Carpi: qui è previsto l’atterraggio dell’elicottero in arrivo dal Vaticano, ed è da qui che si recherà a Rovereto di Novi (dov’è morto il parroco don Ivan Martini sotto la sua chiesa crollata) per poi tornare all’eliporto e rientrare a Roma.

ADRIA-ROVIGO Il Polesine chiede serenità
Il Polesine nel territorio della diocesi di Adria-Rovigo confina con l’Emilia lungo il corso del Po, qui tutti i paesi rivieraschi hanno subìto danni dal terremoto. Una sofferenza condivisa con le genti emiliane, che al vescovo monsignor Lucio Soravito de Franceschi ispira un sentimento di «grande gioia» per la visita del Papa «ai luoghi toccati dolorosamente dal terremoto». «Con me tutta la diocesi si fa partecipe di un forte sentimento di gratitudine al Papa – prosegue il vescovo –. Con questa iniziativa Benedetto XVI esprime in maniera diretta la sollecitudine del padre per i figli colpiti da una grande prova. Sarò presente all’incontro col Papa e mi farò interprete direttamente di questo sentimento di affetto e di viva riconoscenza; mi auguro anche di avere l’occasione per descrivere al Santo Padre la nostra situazione in Polesine che registra l’inagibilità di una trentina di chiese oltre ad altri danni agli edifici». Il vescovo parla di «gesto di amore» del Papa augurandosi «che ci possa essere soprattutto una forma corale di solidarietà che coinvolga tutta la comunità religiosa e civile». In diocesi, Ficarolo ha subito notevoli danni soprattutto all’artistica chiesa ma anche in molte case. «Sentiamo il Papa molto vicino – dice il parroco don Giancarlo Crepaldi –, una vicinanza che già il vescovo ha più volte espresso. Abbiamo avuto il conforto dell’interessamento di tante persone ed enti. Nella gente c’è un forte timore e il bisogno di recuperare serenità. Il Papa ci dona con la sua visita quel sostegno e conforto del quale sentiamo grande bisogno».
Bruno Cappato

CARPI Un desiderio sugli altri: nessuno sia dimenticato

A Rovereto c’è un gran fermento, in queste ultime ore che precedono l’arrivo del Papa. Nulla però di appariscente. D’altra parte così ha chiesto il vescovo Francesco Cavina: una visita «semplice, sobria, per quanto possibile con un tono familiare». Non potrebbe essere altrimenti per chi da oltre un mese vive nella precarietà. «Il nostro impegno – spiega don Aleardo Mantovani, parroco di San Possidonio – è infondere coraggio a tutti, dai giovani agli anziani, a chi ha responsabilità pubbliche. Questo chiediamo al Papa: che ci rafforzi nell’opera di sostegno e ricostruzione morale della nostra gente». San Possidonio è a pochi chilometri da Rovereto, uno dei comuni epicentro del sisma. «Mi auguro – prosegue don Aleardo, energico "giovane prete" di 77 anni – che il Papa dia una forte sollecitazione a unire le forze e le migliori energie per la rinascita dei nostri paesi». Qui però «da soli non ce la facciamo», ripete con insistenza Cavina: Carpi è senza Cattedrale, senza palazzo vescovile, senza Curia. Qui lo Stato e la Regione sono chiamati a dare risposte in tempi brevi. Chi invece sin da subito è corso per sostenere i propri concittadini è Andrea Venturini, presidente del consiglio comunale di Mirandola: «Questa visita è segno di un’attenzione paterna che ci stimola, come amministratori, ad impegnarci affinché nessuno si senta dimenticato. Ho visto persone, anche non credenti, piangere davanti alle chiese distrutte. Un dolore composto ma profondo per un patrimonio di storia, simboli e valori che accomuna tutti. Altrettanta commozione ho visto venerdì al momento del recupero dell’antico crocifisso dalla chiesa del Gesù. Credo che il Papa non solo comprenda bene questi sentimenti, ma desideri anche condividerli».
Luigi Lamma

BOLOGNA «Subito abbiamo capito che il Pontefice ci è vicino»
«Il Papa? È stato il nostro primo soccorritore: colui che da subito ha dato un segno concreto di attenzione elargendo un suo contributo personale». Chi parla è don Adriano Pinardi, parroco a San Silvestro di Crevalcore, una delle zone della diocesi di Bologna più ferite dal sisma. «Benedetto XVI – insiste don Pinardi – si è interessato alla nostra vicenda in modo commovente e il fatto che abbia deciso di andare in una delle zone terremotate è per noi una grande consolazione. Ci sentiamo voluti bene, seguiti. Ed è per questo che io andrò e con me una delegazione del paese». Parole che si aggiungono a quelle del cardinale Carlo Caffarra. «Siamo grati al Papa per un gesto di carità che egli dimostra verso popolazioni ferite da tanto immane tragedia». A un mese dal terremoto la situazione a Crevalcore rimane grave. È ancora il parroco a descriverla: «Non abbiamo nulla di agibile: la chiesa è gravemente lesionata con crolli di soffitti interni e un buco nel tetto; anche l’oratorio e la casa del catechismo non sono utilizzabili. L’unico pezzetto che è rimasto è una parte nuova dell’asilo delle suore che attualmente funge da centro pastorale perché ospita le due grandi tende della chiesa, chiamiamola estiva, e la cappellina feriale con la custodia del Santissimo». «Fino a due giorni fa noi preti – racconta il parroco – siamo stati in roulotte. Ora, in attesa di rientrare fra un mesetto in canonica, siamo ospiti da famiglie del paese. Quello che ci preoccupa, e che mette in serio pericolo lo stesso inizio del prossimo anno pastorale, è la mancanza di spazi». Anche a Crevalcore la Chiesa è sentita come un riferimento. Oggi più che mai.

Stefano Andrini

FERRARA Condivisione e sostegno per ripartire insieme

Nel suo messaggio al territorio di Ferrara-Comacchio, in occasione della visita del Santo Padre alle zone terremotate, l’arcivescovo Paolo Rabitti ha voluto sottolineare lo stato d’animo del Pontefice riguardo a questo tragico evento: «Ha subito voluto chiamare i Vescovi delle diocesi colpite per conoscere la situazione, individuare lo stato d’animo del nostro popolo, affidarci una parola per tutti di com-passione e di solidarietà. Capimmo dal suo volto accorato e dal tremore delle sue parole sobrie che univa il suo dolore al nostro». Questa visita all’"epicentro del dolore" sarà davvero ricca di significati per tutti i soggetti coinvolti, dalla chiesa alla società civile. «La visita del Papa – afferma Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara – riporta il terremoto ai suoi effetti più veri: non solo e non tanto i danni alle cose, i problemi di risorse e competenze, ma piuttosto alla condivisione delle ansie e delle preoccupazioni di un popolo sofferente per il dolore e l’angoscia di un futuro incerto. È questa la testimonianza che vorremmo ogni giorno incontrare sui nostri passi». Gli fa eco monsignor Marcello Vincenzi, vicario della zona di Bondeno, la più colpita dal sisma: «A Roma c’è un’edicola chiamata del "Quo vadis?" che fa riferimento ad un episodio in cui il Signore chiede a Pietro di essere vicino a chi soffre; il Papa oggi ascolta quella voce per noi terremotati». «Il Papa verrà per visitare le persone: i bambini, le mamme, i giovani e gli anziani che in questo evento hanno perso la propria casa, il lavoro, la serenità – dice don Stefano Zanella, responsabile dei Beni Culturali della diocesi – e ad indicarci nuove vie per testimoniare la speranza, vivere la fede e crescere in un cammino che non si può fermare nonostante il terreno continui a tremare».
Massimo Manservigi

MODENA «Ricostruiremo tutto» E già si sogna un ritorno
A poco più di un mese dalla prima scossa, l’annuncio della visita di Benedetto XVI alle zone dell’Emilia duramente colpite dal terremoto. Una visita breve, che ha scelto come tappa un luogo simbolo, quello in cui ha perso la vita don Ivan, il 29 maggio, in una parrocchia della vicina diocesi di Carpi. L’arcivescovo Antonio Lanfranchi è il primo a commentare la notizia: «La visita del Santo Padre, attesa, anche se giunta a sorpresa, è un ulteriore segno della sua vicinanza e del suo sostegno alle popolazioni colpite dal terremoto, rappresentate simbolicamente da Rovereto di Novi. Al Santo Padre va il nostro grazie sincero per la sua grande paternità. La sua parola ci sarà sicuramente di conforto per affrontare i gravi disagi del momento e di speranza per guardare avanti con fiducia». Gravi disagi. Non nega la realtà monsignor Lanfranchi: sarà infatti lungo e non semplice il periodo della ricostruzione e del ritorno a una vita quotidiana normale, anche se negli ultimi giorni le scosse sono state meno intense e di minore frequenza. È in sintonia con il vescovo don Davide Sighinolfi, parroco di Medolla, uno dei centri duramente colpiti dal sisma. «Trovo molto bello che il Papa si muova per noi. Di certo ogni sacerdote, ogni parroco della zona vorrebbe incontrarlo, parlargli, mostrargli le ferite del terremoto e insieme la voglia di ricominciare che la nostra gente sta dimostrando. Il mio sogno? Mi piacerebbe che fosse lui a consacrare le chiese nuove che la popolazione certamente ricostruirà dopo il terremoto, ma mi rendo conto che è quasi irrealizzabile. Sono certo che il momento sarà intenso, pur nella sua brevità e per la scelta di un solo luogo, anche se simbolico, come quello in cui è morto don Ivan».

Mariapia Cavani

MANTOVA Sofferenza per le chiese: perse le nostre vere case
Gli ultimi rintocchi funebri li hanno suonati per loro stesse. Gemiti sordi, cupi, strozzati in una nuvola di polvere mentre precipitavano a terra insieme alle pietre della loro torre. Le 4 campane di Bondanello, frazione di Moglia, sono state abbattute insieme al campanile. Troppo rischioso lasciarlo lì pericolante, incombente sulle case. Sonia Freddi non parla. Singhiozza. «È stato un dispiacere per l’intero paese. Ora tutto tace. Viviamo in un venerdì santo che non sembra mai finire». Centoventisette le chiese in diocesi lesionate dal sisma – più di 10 parzialmente crollate e dunque inagibili per chissà quanto –, 40 i comuni colpiti, 90 i milioni di danni. Solo per il patrimonio ecclesiastico. Il vescovo Roberto Busti soffre. Quotidianamente si adopera per fronteggiare le necessità del momento. E affida una testimonianza struggente. «Quante persone ho visto piangere nel contemplare la propria chiesa ferita a morte! Quanti sacerdoti colpiti nel profondo del cuore, come avessero perso il luogo che dà senso al dono della loro vita a servizio della comunità! Quanti a domandarmi dove avrebbero trovato un posto in cui pregare, battezzare i figli, dare l’ultimo saluto ai propri morti!». Senza contare il dramma degli sfollati, che nel mantovano – dopo le 3 scosse del 29 maggio – hanno anche raggiunto quota 3.000. «La gente vive nell’immobilismo. Non fa altro che attendere come imminente una nuova catastrofe», dice Matteo Amati, responsabile presso il Centro ascolto Caritas di Suzzara. Mobilitato come tanti suoi colleghi dell’organismo diocesano, in prima linea nei campi che hanno accolto le persone rimaste senza casa. E «quanti aiuti inaspettati, quante nuove relazioni».
Marcello Palmieri

© Avvenire, 25 giugno 2012

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