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Bernabei e la tv: «Cattolici, al lavoro!»

«La visione illuminista spesso ha falsato la storia come la falsò in Urss l’Enciclopedia sovietica. Il risultato è che questo mondo, a cominciare dalla tv, non crede più in Dio. Poi, a causa della libecciata del ’68, che è entrata persino nella Chiesa, i maestri non sono stati più gli stessi». Ettore Bernabei insiste sulla tv e sui maestri.

Il suo studio, nella casa di Roma, è immagine viva di entrambe le cose. I libri, molti di pensatori cattolici del ’900, si affiancano a numerose immagini sacre e ai dvd che deve visionare per nuove fiction televisive. E fra le tante fotografie di famiglia ne spiccano due con dedica di Giovanni Paolo II e di Giovanni XXIII. C’è una foto con Fanfani, che nel 1960 lo volle a guidare la Rai, una con La Pira, due di tutta la famiglia (otto figli) con Paolo VI e Bendetto XVI. Solitario, in bella evidenza, il primo piano di un sacerdote in bianco e nero. Lui, notando l’interesse del giornalista, sottolinea: «È don Raffaele Benzi».

Un amico?
«Un maestro. Mi ha preparato alla prima comunione. Così come ha preparato don Milani (convertito dall’ebraismo) al battesimo, seguendolo sulla strada del sacerdozio. Mi ha preparato alla cresima, che ho ricevuto da un grande come il cardinale Elia Dalla Costa. Don Benzi era amico di Montini, con cui condivideva la passione per i pensatori cattolici francesi fra ’800 e ’900. Ero un adolescente quando mi diede da leggere l’Umanesimo integrale di Maritain... I miei maestri: una grazia di Dio».

Cosa ha significato per la sua vita?
«Semplicemente che grazie a loro non mi fu difficile capire gli errori dell’illuminismo, del comunismo, del fascismo. Ho compreso subito quali fossero le radici sbagliate del nostro tempo. Chi, molto più tardi di me, ha avuto la sfortuna di essere all’università nel periodo del ’68 o, ancora dopo, ha avuto come insegnanti i figli del ’68, ha subìto le ideologie senza difese. Oggi le conseguenze si vedono tutte».

E la televisione?
«Negli anni ’50 la Dc capì quali sarebbero stati i rischi se il mezzo non fosse stato usato per il bene comune, ma al servizio delle ideologie. Per questo la Dc volle che lo Stato si facesse carico di gestire la tv. Se la Rai ha avuto dei meriti lo si deve a questa impostazione. Per noi era servizio pubblico».

Poi gli interessi economici sono prevalsi su tutto.
«Non solo. Nella tv è arrivata, in anticipo sul resto del Paese, quella deregulation poi attuata nella finanza, nell’economia... Un’abolizione delle regole che ci ha portato alla crisi attuale, che si presenta sempre più grave. Inutile accusare i titoli spazzatura, la disonestà dei singoli... Si tratta di una crisi che ha radici ideologiche».

Sta parlando dei primi anni Ottanta?
«Il primo esperimento di deregulation è iniziato quando i socialisti al governo imposero alla Dc che non venisse fatta alcuna regolamentazione della tv privata. A ogni crisi di governo, Craxi ripeteva la stessa cosa: "Sono disposto a fare il miglior governo, ma senza le regole per le tv private". Non riuscirono a impossessarsi della programmazione Rai perché gli operatori cattolici erano tanti, più bravi e si opposero».

Dieci anni dopo arriva Tangentopoli...
«...e in Rai arrivano i Professori. Dicono che i conti sono in rosso e che non pagheranno le tredicesime. Fu il pretesto per mandare a casa 1200 dirigenti di fascia medio-alta. Quasi tutti cattolici. Un caso di pulizia etnica, ma nessuno ha protestato. La cosiddetta Seconda Repubblica si è presentata così. È inutile continuare a prendersi in giro. I cattolici devono averne contezza e impegnarsi per un cambiamento».

Ha una ricetta per il come?
«La ricetta l’ha fornita più volte Benedetto XVI e l’ha ribadita qualche giorno fa alla Chiesa di Aquileia: "Raccomando l’impegno a suscitare una nuova generazione di uomini e donne capaci di assumersi responsabilità dirette nei vari ambiti del sociale, in modo particolare in quello politico. Esso ha più che mai bisogno di vedere persone, soprattutto giovani, capaci di edificare una vita buona a favore e al servizio di tutti. A questo impegno non possono sottrarsi i cristiani". Ecco, sono convinto che sia tempo di mettere in pratica queste cose. I cattolici si devono impegnare per formare una nuova classe dirigente».

Si comincia dalla politica?
«Per prima cosa si deve cominciare dalla comunicazione. C’è bisogno urgente di comunicatori bravi, più bravi degli altri, che credono in Dio, che hanno studiato, che sono disposti a sacrificarsi per diventare bravi registi, sceneggiatori, giornalisti, presentatori... Poi bisogna formare giovani imprenditori che non si limitino a dire bene delle encicliche sociali, ma che facciano imprenditoria sociale. Poi viene la politica, perché non c’è dubbio che la politica debba riprendere il primato su finanza ed economia».

Un impegno difficile, che richiede d’essere messo subito in cantiere.
«E senza nascondersi dietro ad alibi. Basta con le domande del tipo: e la Chiesa cosa fa? Bisogna dire: noi cattolici cosa facciamo? Dove siamo? Basta dire: di questa tv non se ne può più. Bisogna farne una migliore. Ed è possibile farlo. Lo dice la mia piccola esperienza con la Lux Vide. E sono ottimista. Quando fui nominato in Rai andai a Bologna dal cardinale Lercaro, che era amico di La Pira. Gli dissi che non sapevo da dove cominciare. Lui rispose: "Ci sono due cose per me che non sono più oggetto di fede, perché le ho viste con i miei occhi: la grazia di stato che viene data a coloro che hanno responsabilità e si impegnano in cose utili; la Provvidenza che interviene sempre". La Provvidenza ci ha dato i grandi media. Le tentazioni demoniache hanno avuto buon gioco su di essi, ma i cattolici devono essere convinti che è dai media che può venire la grande spinta alla riconsacrazione dell’umanità».

Roberto I. Zanini

© Avvenire, 13 maggio 2011

 

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